Umanità Nova, n.24 del 21 giugno 2009, anno 89

Ma quelli non sono gli stalinisti?


Quando nei decenni passati, studente prima lavoratore dipendente poi, ho fatto le scelte di essere un attivista del movimento anarchico fra i lavoratori, ho sentito la necessità di affiancare lo studio sulle tradizioni ed esperienze passate del movimento operaio, sulle sue componenti storiche e politiche, sulle diverse concezioni di sviluppare l'organizzazione di questo movimento, sui successi e/o fallimenti delle varie opzioni presenti in quel dato momento.
Le prime constatazioni su cosa fosse veramente avvenuto nei periodi delle rivoluzioni popolari e cioè che la nostra amata Rivoluzione Spagnola prima che dal fascista Franco fosse stata affossata dalla Russia stalinista, ed ancora che nella Rivoluzione Russa le istanze libertarie di Kronstadt, della Macnovicina e dei Soviet degli operai e dei contadini fossero state soffocate da quelle componenti autoritarie e centralizzatrici del movimento comunista, poi diventate componenti staliniste.
Quando poi al lavoro ho scoperto che nel mio stabilimento fino al 1938 esisteva un gruppo anarcosindacalista organizzato, se pure clandestino, mi sono posto il problema del perché durante la guerra mondiale e negli anni successivi alla fine della guerra non ne è stata trovata più traccia, nonostante la maggioranza di questi operai fossero ancora vivi.
Anzi alcuni di loro erano diventati attivisti di punta del Partito Comunista dell'epoca.
Nella mia ricerca di spiegazioni ho scoperto che questi lavoratori, in quegli anni duri che portarono alla guerra, scelsero di militare nel partito comunista clandestino, perché, ignari delle derive nelle quali sarebbe andato negli anni successivi, pensarono che solo all'interno della formazione clandestina meglio organizzata, e soprattutto meglio aiutata (dalla Russia di Stalin) si potesse fare l'opposizione al fascismo.
Un vecchio errore, quello delle alleanze, fatto anche nell'avvicinarsi alla prima guerra mondiale da allora ben conosciuti esponenti del movimento operaio.
Fatto sta che le concezioni di quegli operai sono poi svanite all'interno di una esperienza politica e sindacale che ha portato i lavoratori sotto il giogo del capitalismo e non li ha assolutamente affrancati.
Una conferma che la esperienza di organizzazione dei lavoratori autoritaria, centralizzatrice, stalinista non porta nella direzione della liberazione dei lavoratori dallo sfruttamento, ma in tutt'altra direzione.
Ancora una volta il rapporto fra i mezzi ed i fini è strategico.
Va quindi concluso che trovare delle risposte al momento senza analizzare il quadro generale, i mezzi ed i fini, dell'organizzazione sindacale non porta nella direzione auspicata, ma spesso nella direzione opposta.
Se l'organizzazione è portatrice di contenuti, metodi, autoritari e stalinisti l'apparente accessibilità a suoi strumenti organizzativi a livello locale è funzionale alla sua linea politica centrale.
E da qui non possiamo che rinviare alla attenta lettura delle analisi e dei documenti che circolano e che parlano di uno scontro fra due modi antitetici di vedere l'organizzazione del sindacato dei lavoratori: quello centralizzatore, capace anche di dare risposte in tempi più brevi perché pochi decidono, ma inevitabilmente destinato a trasformarsi in sindacato concertativo e di supporto all'ideologia statale e capitalistica; quello decentralizzatore, dove è più difficile dare risposte ai lavoratori perché da trovare con i lavoratori stessi, ma che lascia aperta la possibilità di costruire gli elementi e gli strumenti per una emancipazione reale dei lavoratori.
Nel terminare queste righe mi viene da riflettere quanto preoccupante sia questa necessità di scriverle, dopo che la storia passata e presente dei lavoratori ha più volte evidenziato nei fatti quanto sopra, ma tant'è, evidentemente questa necessità è nata nel constatare i comportamenti di attivisti sia anziani che giovani.

Enzo Fantozzi

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