Quando nei decenni passati, studente prima lavoratore dipendente
poi, ho fatto le scelte di essere un attivista del movimento anarchico
fra i lavoratori, ho sentito la necessità di affiancare lo
studio sulle tradizioni ed esperienze passate del movimento operaio,
sulle sue componenti storiche e politiche, sulle diverse concezioni di
sviluppare l'organizzazione di questo movimento, sui successi e/o
fallimenti delle varie opzioni presenti in quel dato momento.
Le prime constatazioni su cosa fosse veramente avvenuto nei periodi
delle rivoluzioni popolari e cioè che la nostra amata
Rivoluzione Spagnola prima che dal fascista Franco fosse stata
affossata dalla Russia stalinista, ed ancora che nella Rivoluzione
Russa le istanze libertarie di Kronstadt, della Macnovicina e dei
Soviet degli operai e dei contadini fossero state soffocate da quelle
componenti autoritarie e centralizzatrici del movimento comunista, poi
diventate componenti staliniste.
Quando poi al lavoro ho scoperto che nel mio stabilimento fino al 1938
esisteva un gruppo anarcosindacalista organizzato, se pure clandestino,
mi sono posto il problema del perché durante la guerra mondiale
e negli anni successivi alla fine della guerra non ne è stata
trovata più traccia, nonostante la maggioranza di questi operai
fossero ancora vivi.
Anzi alcuni di loro erano diventati attivisti di punta del Partito Comunista dell'epoca.
Nella mia ricerca di spiegazioni ho scoperto che questi lavoratori, in
quegli anni duri che portarono alla guerra, scelsero di militare nel
partito comunista clandestino, perché, ignari delle derive nelle
quali sarebbe andato negli anni successivi, pensarono che solo
all'interno della formazione clandestina meglio organizzata, e
soprattutto meglio aiutata (dalla Russia di Stalin) si potesse fare
l'opposizione al fascismo.
Un vecchio errore, quello delle alleanze, fatto anche nell'avvicinarsi
alla prima guerra mondiale da allora ben conosciuti esponenti del
movimento operaio.
Fatto sta che le concezioni di quegli operai sono poi svanite
all'interno di una esperienza politica e sindacale che ha portato i
lavoratori sotto il giogo del capitalismo e non li ha assolutamente
affrancati.
Una conferma che la esperienza di organizzazione dei lavoratori
autoritaria, centralizzatrice, stalinista non porta nella direzione
della liberazione dei lavoratori dallo sfruttamento, ma in tutt'altra
direzione.
Ancora una volta il rapporto fra i mezzi ed i fini è strategico.
Va quindi concluso che trovare delle risposte al momento senza
analizzare il quadro generale, i mezzi ed i fini, dell'organizzazione
sindacale non porta nella direzione auspicata, ma spesso nella
direzione opposta.
Se l'organizzazione è portatrice di contenuti, metodi,
autoritari e stalinisti l'apparente accessibilità a suoi
strumenti organizzativi a livello locale è funzionale alla sua
linea politica centrale.
E da qui non possiamo che rinviare alla attenta lettura delle analisi e
dei documenti che circolano e che parlano di uno scontro fra due modi
antitetici di vedere l'organizzazione del sindacato dei lavoratori:
quello centralizzatore, capace anche di dare risposte in tempi
più brevi perché pochi decidono, ma inevitabilmente
destinato a trasformarsi in sindacato concertativo e di supporto
all'ideologia statale e capitalistica; quello decentralizzatore, dove
è più difficile dare risposte ai lavoratori perché
da trovare con i lavoratori stessi, ma che lascia aperta la
possibilità di costruire gli elementi e gli strumenti per una
emancipazione reale dei lavoratori.
Nel terminare queste righe mi viene da riflettere quanto preoccupante
sia questa necessità di scriverle, dopo che la storia passata e
presente dei lavoratori ha più volte evidenziato nei fatti
quanto sopra, ma tant'è, evidentemente questa necessità
è nata nel constatare i comportamenti di attivisti sia anziani
che giovani.
Enzo Fantozzi