Il Centro Sociale Lacandona di Valenza e il Laboratorio Anarchico
PerlaNera di Alessandria, esprimono la loro piena solidarietà
alle case occupate di Torino, colpite per l'ennesima volta dalla
dis-informazione e dalla repressione di stato.
Una sorta di continuità nel reprimere ogni rivolo di
libertà: questo è il filo conduttore che ha
contraddistinto la figura del "primo cittadino" del capoluogo
piemontese in questi ultimi decenni, da Castellani a Chiamparino. Ma
ora qualcosa sta cambiando… in peggio! Infatti i politicanti di ogni
colore hanno assurto il dogma della "sicurezza" a parametro per ogni
istanza politica, dividendo così i loro "sudditi" in cittadini
di serie A e di serie B aizzando gli uni contro gli altri e soffiando
sempre più sul fuoco del razzismo.
Ovviamente le prime ad esserne colpite sono le fasce più deboli
della popolazione e chi a questo disegno si contrappone: anarchici in
primis.
Ma se pensano di fermarci si sbagliano: La libertà non si ferma.. e noi non ci fermeremo mai!
Solidarietà agli squatters di Torino
Chiamparino e Maroni... fuori dai coglioni!
Laboratorio PerlaNera
Il Centro Sociale Lacandona di Valenza e il Laboratorio Anarchico
PerlaNera di Alessandria inizieranno da sabato 20 giugno 2009 una
campagna a livello provinciale per informare e mobilitare i cittadini
contro l'ennesima devastazione del territorio e la relativa
speculazione finanziaria che ne comporta.
E' infatti prossima la costruzione del cosiddetto "tunnel della Colla",
una struttura di 350 metri che forerà le colline sottostanti la
cittadina di Valenza (AL) per "velocizzare il collegamento fra Valenza
ed Alessandria permettendo di superare l'ostacolo naturale dei tornanti
della Colla".
Questa la dichiarazione dell'assessore regionale ai trasporti Daniele Borioli (centrosinistra).
Dichiarazioni che, come sempre accade, nascondono la realtà delle cose.
Infatti questa struttura, che costerà 20 milioni di euro,
permetterà a chi percorre la strada in questione di risparmiare
ben "5 minuti di tempo!?"
Inoltre si aggiunge alle altre devastazioni che il territorio sta
subendo: costruzione del "terzo valico" per il TAV e la tangenziale.
Queste le (non) soluzioni che governanti ed imprenditori ci impongono
per affrontare, a loro favore, la crisi che sta mettendo in ginocchio
il capitalismo a livello globale: devastazione ambientale, guerra,
speculazione. Infatti è da qui che bisogna partire per capire la
logica di chi ci propina infrastrutture inutili e dannose che costano
alla collettività milioni di euro.
E' chiara ed assodata la strategia di imprenditori e "mafie del
tondino" che, con le grandi opere (TAV, ponte sullo stretto, strutture
ed aereoporti militari, F35) vogliono arricchirsi con i soldi pubblici
e i fondi erogati dai politici compiacenti di entrambi gli schieramenti
(in questo veramente bipartisan). In questo periodo di G8 vari è
oltremodo necessario mobilitarsi innanzitutto localmente per inceppare
questi meccanismi perversi di un capitalismo in crisi, poiché
ciò che avviene a livello globale ricade inevitabilmente sulla
nostra vita quotidiana.
Per questo ci siamo uniti in un "Comitato No-tunnel (basta cemento)"
per contrastare dal basso e con l'azione diretta le politiche di chi
vuol speculare con i nostri soldi e distruggendo l'ambiente in cui
viviamo.
Sabato 20 giugno il comitato sarà dal mattino a partire dalle
ore 09,00 al mercato di Valenza con banchetto e materiale informativo.
Al pomeriggio dalle ore 16.00 ci sposteremo nel centro di Alessandria
in corso Roma sotto i portici.
No al tunnel
No alla cementificazione
La crisi la paghino i padroni!
comitatonotunnel@gmail.it
Il 30 giugno, salvo sorprese, arriverà la sentenza di primo
grado del processo sulla morte di Federico Aldrovandi, diciottenne
ucciso quattro anni fa da quattro poliziotti a Ferrara.
Il processo va avanti da oramai due anni e si sono delineate abbastanza
chiaramente le responsabilità per quella morte: a ucciderlo non
è stato l'uso di droga (assunta diverse ore prima e in
quantità minime) o un improvviso collasso cardiaco dovuto ad una
situazione di stress indotto dalle droghe. A uccidere Aldro sono stati
quattro poliziotti di pattuglia, intervenuti per motivi non del tutto
chiariti contro Federico, e che sono finiti per massacrarlo di botte,
ammanettarlo e schiacciarlo a terra, causando estese lesione (sia
interne che esterne), soprattutto a livello toracico: il cuore del
giovane è stato letteralmente schiacciato e vi si è
formato un ematoma all'interno. Questa è la probabile causa
della morte. Un trauma che può essere provocato solo da un forte
colpo o da una forte pressione. Come quello di un poliziotto che vi
tiene immobilizzati faccia a terra appoggiandosi con tutto il peso
sulla schiena.
La linea difensiva dei quattro imputati, tutti attualmente in servizio,
sia con incarichi amministrativi che di pattuglia, invece continua a
puntare sulla vecchia, e oramai screditata, versione: Federico, in
preda a raptus violenti dovuti alle droghe, avrebbe dato in
escandescenze in strada, cagionando, così, l'intervento della PS
che, una volta giunta con due pattuglie, sarebbe stata aggredita dallo
stesso Aldro, il quale poi sarebbe collassato senza più
riprendersi durante la colluttazione.
La linea attuale degli alti dirigenti della polizia (tra cui lo stesso
Manganelli) è quella di scaricare la responsabilità sui
quattro poliziotti che quella mattina materialmente intervennero. Ma la
realtà è che quei quattro hanno agito consci che
sarebbero stati ampiamente protetti dal sistema di "copertura"
rappresentato dagli organi di pubblica sicurezza: due anni per
imbastire un processo, non un solo procedimento disciplinare avviato,
prove occultate dalla stessa questura, sindacati di categoria che li
difendono a spada tratta, notizie che alla lunga vengono occultate e
poi spariscono dai giornali, intimidazioni di testimoni. Con molte
probabilità non si aspettavano neanche di finire a processo.
Invece qualcuno ad alto livello ha deciso che la polizia si deve
ripulire la faccia e a processo ci sono finiti.
Probabilmente costoro verranno condannati. Coloro che li hanno
legittimati e l'opinione pubblica potranno tirare un sospiro di
sollievo: le mele marce sono state eliminate dal cesto. Peccato che
tutto il cesto sia marcio, come ben hanno dimostrato innumerevoli casi:
il G8 di Genova, i fatti del S. Paolo, la morte di Marcello Lonzi, di
Riccardo Rasman, di Aldo Bianzino, di Gabriele Sandri. Tutti fatti
tragici con un fattore in comune: gli aguzzini erano in divisa. E
agivano in nome e per conto dello stato italiano.
Lorcon
"We are your crisis": così le onde si muovono in giro per
l'Europa, sfidano la crisi economica, assaltano il Bologna Process e
affermano in continuazione nuove pratiche di libertà.
Anche a Bologna i processi di autoriforma stanno mettendo in
discussione le relazioni di potere interne alla trasmissione del
sapere, aprendo dipartimenti e facoltà a percorsi di
autoformazione e di costruzione "qui ed ora" di indipendenza e
autogoverno. L'esperienza di Bartleby dimostra al contempo che non solo
sia possibile occupare, liberare spazi e trasformarli in isole di
produzione artistica e culturale, ma che spesso, a partire dalla
determinazione soggettiva nuovi incontri siano possibili: e così
al fianco di tanti artisti ci prepariamo ad occupare il pratone di via
Filippo Re, per una serata (il 25 giugno) nella quale i linguaggi di
una metropoli a venire, fatta di libera espressione e indipendenza,
troveranno casa. "Garden Art", ovvero come i mille fiori della
produzione autonoma possono incontrarsi.
In questi giorni la prorettrice Monari ci sta facendo recapitare alcuni
provvedimenti disciplinari - si tratta di misure repressive rivolte
contro gli/le occupanti di Bartleby – che arrivano sino a prevedere la
sospensione dall'Università di Bologna per un anno! Motivazioni:
abbiamo occupato via Capo di Lucca 30.
Inutile dire che chiederemo in tanti e tante il ritiro immediato di
questi provvedimenti, che purtroppo ben rappresentano la statuto
medievale dell'Università e la cifra politica di una prorettrice
penosa quale la Monari si è dimostrata in tutti questi anni. Un
precedente gravissimo, un messaggio chiaro di intimidazione e minaccia
per tutt@. Un filo di dignità le basterebbe per dimettersi. Nel
frattempo l'Università di Bologna sta vedendo bene di aumentare
le tasse, e dobbiamo impedire anche questo (…)
In Germania il movimento sta sfidando l'estate: tenetevi pronti,
preparate i piani. Qui è la rosa, siamo pronti a lottare!
Da una comunicazione dell'onda bolognese
Giovedi 18 giugno dopo la vittoria calcistica dell'Egitto
sull'Italia in alcune zone di Milano è esplosa la gioia
popolare: una serata catartica, liberatoria.
Finita la partita sono iniziate le urla dalle varie case di Pietro
Crespi e nel giro di pochissimi secondi un tamburo, una trombetta
egiziana (la chiamo così perchè non ne conosco la
denominazione) hanno tirato giù tutto.
Un terremoto. La gente scendeva giù a grappoli, i portoni vomitavano 20-30 persone alla volta.
Così, memori delle due iniziative passate, i ragazzi si sono diretti in corteo verso viale Monza.
Siamo arrivati a Pasteur, a salutare i ragazzi dei transiti, che
però erano pochi, allora ci siamo diretti verso il vero cuore
del quartiere: via Padova.
L'entrata di una settantina di persone nella via ha avuto un effetto
esplosivo. Via Padova era già in festa, i ragazzi e le famiglie
erano già in strada, ma ognuno era ancora fermo davanti ai
propri numeri civici con qualche macchina strombettante.
Appena entrati, i ragazzi hanno cominciato a correre e a saltare. Il
corteo si è ingrossato ha fatto avanti e indietro due volte fino
ai ponti, come se fosse una marea montante e quando era ormai
incontenibile e conscio della propria forza numerica (a occhio e croce
tra i 500 e i 700), il corteo danzante si è diretto verso Loreto.
Non c'erano solo Egiziani, si erano uniti a noi Senegalesi, Latini,
Bengalesi, Italiani e tutti gli Arabi in circolazione. Con questa forza
ed entusiasmo siamo arrivati in Loreto, c'è stato solo un attimo
di tentennamento, poichè non sapevamo se era il caso di bloccare
quel piazzale così grande, ma è stato solo un attimo e
siamo entrati.
A quel punto il gioco era fatto, ma invece di dirigersi subito verso il
centro, il corteo è andato sotto il consolato egiziano, dove
però è stazionato per fortuna solo poco tempo,
poichè subito siamo tornati indietro e siamo andati in Buenos
Aires.
Lì abbiamo percorso un pezzo di strada, quando poi abbiamo visto
i nostri numeri scemare, il corteo si è diretto di nuovo in
Loreto dove ci aspettavano tre camionette di polizia e carabinieri in
tenuta antissommossa.
Per un attimo si è temuto lo scontro, la frizione. Il corteo si
ridotto ancora ma circa 2-300 persone sono rimaste unite e hanno
preteso di tornare in Pietro Crespi, e poi in Via Padova nuovamente,
dove il tutto è finito, in risa e ilarità, per essere
riusciti a scomodare tutti quei poliziotti, per essere riusciti a
bloccare un pezzo di Milano, anche senza un cazzo di documenti.
Il corteo è stato dall'inizio alla fine una festa sportiva. Gli slogan erano solo per l'Egitto e i suoi giocatori.
Ma bisognava essere ciechi per non vedere che c'era dell'altro: una
gran voglia di riscatto, di rivincita, una esplosione di libertà
perchè si poteva uscire allo scoperto affermando la propria
esistenza e dignità.
Non è un caso che tutti gli immigrati applaudissero e anche tutti gli italiani sensibili e aperti.
ric