Non passa giorno senza che si scateni una polemica tra il Ministro
dell'Economia ed il sistema delle banche, attaccate ad alzo zero in
ogni occasione possibile. Lo stesso premier è intervenuto in una
recente conferenza stampa per ammettere che non riesce più a
tenere a freno Tremonti, dopo che quest'ultimo aveva dichiarato che per
strappare l'applauso ad un convegno basta parlare male delle banche.
Ci sono vari piani su cui può essere letto lo scontro tra il ministro e le banche: proveremo a individuarne alcuni.
In prima battuta possiamo dire che Tremonti difende la "cadrega". Nelle
consuete fibrillazioni che accompagnano le vicende governative, il
commercialista diventato ministro è individuato come l'asse tra
Pdl e Lega, garante dell'accordo per il federalismo basato sulla
piattaforma delle Partite Iva contro la pressione fiscale e il sostegno
all'economia assistita meridionale. Tremonti fu costretto a lasciare la
sua attuale carica già nella fase finale del secondo governo
Berlusconi (2001/2006), dopo che Fini aveva chiesto la sua testa. Un
ritorno di tensione con la Lega, magari conseguente al recente successo
elettorale che sicuramente le farà alzare il prezzo, potrebbe
portare a sacrificare Tremonti come simbolo vivente dell'alleanza in
crisi. Al posto di Tremonti sono stati indicati due banchieri, seppur
molto diversi: Draghi e Passera. Il Governatore della Banca d'Italia,
un Goldman Sachs' Boy non pentito, potrebbe incarnare la voglia di
riprendere la partita interrotta delle privatizzazioni, dopo averne
guidata la prima massiccia versione (1992-2000). Dall'importante
poltrona di Direttore Generale del Tesoro, in quella fase, Draghi
portò sul mercato le principali banche (Comit, Credit, Banca di
Roma), le telecomunicazioni (Stet - Telecom), l'energia (Eni ed Enel),
le infrastrutture (Autostrade) e persino gli armamenti (Finmeccanica).
Erano gli accordi del Britannia, il panfilo della marina inglese su
cui, nel settembre 1992, le banche d'affari internazionali
convocate da Draghi decisero di privatizzare le aziende di stato,
portarle sul mercato, usare i soldi per abbattere il debito pubblico ed
entrare nell'euro già nella prima fase. Adesso si potrebbe
rilanciare questo processo, partendo dalle spiagge, passando per
ciò che rimane dell'edilizia pubblica, per arrivare ai beni
artistici, storici e culturali. Un lavoro che Tremonti dichiara di
volere, ma esita nel realizzare. Un altro candidato alla sua poltrona
è Passera: un manager che si è accreditato verso
Berlusconi contribuendo a risolvergli il problema Alitalia. Una
soluzione che è costata dai 3 ai 4 miliardi alle casse dello
Stato, ma che ha consentito al premier di vincere la campagna
elettorale, consegnare la compagnia di bandiera ad Air France ad un
prezzo molto minore, lasciare a casa 10.000 lavoratori, fare un grosso
piacere ad una quindicina di imprenditori amici ed a diluire i debiti
di Air One verso Intesa in un accordo dove paga lo stato per tutti gli
errori gestionali commessi da altri soggetti. Quando qualche settimana
fa Passera ha dichiarato che ci vuole una politica con la P maiuscola,
tutti i giornalisti l'hanno interpretata come la P di Passera e
Tremonti si è toccato dappertutto…
Il secondo piano di lettura dello scontro è rintracciabile nella
successione surreale di eventi che si è verificata nel rapporto
governo/banche, sin dal suo nascere. Nei primi mesi del nuovo governo,
Tremonti aveva varato la Robin Tax, un provvedimento che tendeva ad
aggravare di 4 punti percentuali (dal 27 al 31%) la tassazione sulle
società bancarie e petrolifere. L'idea di fondo era che questi
due settori avevano realizzato extra-profitti negli anni precedenti,
mantenendo alta l'inflazione e facendo pagare ai consumatori prezzi
fuori mercato (rispetto alle media europea), sfruttando posizioni di
rendita e di monopolio. Banche e petrolieri avrebbero dovuto
restituire, tramite tasse, il maltolto.
Un discorso popolare e demagogico, ma difficile da portare a termine,
dato lo scoppio della crisi. Le banche hanno cominciato a lamentarsi
orribilmente, minacciando di stringere sul credito e strozzando il
sistema economico. Le società petrolifere hanno cominciato a
dire che il crollo del prezzo del petrolio (da 150 a 50 dollari
al barile in pochi mesi) avrebbe di per sé eroso i profitti e
compresso i prezzi al consumatore finale.
Il crollo degli utili avvenuto nel corso del 2008 ha definitivamente
affossato la speranza di Tremonti di chiudere la finanziaria 2009 con
il prelievo straordinario su Eni e compagni, o su Intesa e compagne.
Nonostante Passera si lamenti di aver pagato 16 miliardi di tasse in
tre anni, al Tesoro giurano di non averli mai visti e hanno in buona
parte ragione. Le banche italiane saranno pure più sane di
quelle estere, ma si guardano bene dal lasciare soldi in giro, sia agli
azionisti (taglio dei dividendi), sia allo stato (abbattimento oneri
fiscali). Quello che Tremonti non poteva prevedere era l'utilizzo che
le banche avrebbero fatto del decreto sull'affrancamento del
"Goodwill". In sostanza le società che hanno effettuato fusioni
possono ammortizzare gli avviamenti per 9 anni in regime di tassazione
agevolata (16%). Le banche ne hanno approfittato pesantemente,
difendendo degli utili (apparenti) con il risparmio sulle tasse. Capita
così che Unicredit e Intesa (la prima a 4 miliardi di utili
netti nel 2008, la seconda a 2,5 miliardi) realizzino un terzo o
un quarto degli utili con gli sgravi fiscali, lasciando a secco le
casse statali. Un elemento di contenzioso non indifferente, aggravato
dalla necessità di ricapitalizzare le banche con i Tremonti
Bonds, strumento che è stato negoziato dalle banche fino
all'ultimo per non lasciare alcun spazio al Tesoro di "ingerenza" nella
gestione e soprattutto nella politica di remunerazione dei managers.
Il terzo livello dello scontro attiene alla gestione del credito e al
finanziamento di un'economia in difficoltà. Il governo cerca
naturalmente di sostenere l'economia facendo affluire risorse
attraverso il canale del sistema bancario. In questo senso ha messo a
disposizione 12 miliardi di Euro tramite i Tremonti Bonds, al tasso
dell'8,5% a patto che vengano restituiti entro quattro anni. Essendo
obbligazioni convertibili, subordinate e perpetue, le risorse vanno a
rafforzare il patrimonio di base delle banche. Questo consentirà
loro di dare credito con un effetto moltiplicatore, si calcola per
almeno 100 miliardi di euro aggiuntivi. Le banche sono però
molto restie ad usare questi strumenti e soprattutto ad espandere il
credito, perché la crisi sta selezionando ferocemente le imprese
medio-piccole, portandone molte alla chiusura. Quindi l'economia si sta
avvitando su se stessa e non basta l'ottimismo di facciata a cambiare
le cose. Le banche continuano però a praticare prezzi e tassi da
oligopolio, infischiandosene delle pressioni governative. Si sono
adattate con fatica alle lenzuolate di Bersani, hanno cambiato solo il
nome alla commissione di massimo scoperto, praticano tassi medi
superiori alla media europea (talvolta anche di 80 punti base), fanno
melina sulla riduzione degli spread. In realtà non si rassegnano
alla realtà: continuano a pensare di avere rendimenti del R.O.E.
(ritorno sull'investimento) al 20% quando al massimo si può
realizzare il 5%.
Del resto non si può pensare di avere un ROE a doppia cifra in
un paese a crescita zero: meno che mai adesso che il PIL cade del 5% su
base annua!
Queste sono le ragioni che stanno dietro alle polemiche e agli attacchi
di Tremonti alle banche. Nelle prossime settimane vedremo chi
sarà a prevalere. Quello che è certo è che
uno dei principali motivi di disagio dell'opinione pubblica, dei
consumatori, dei risparmiatori (la protervia e lo strapotere di un
sistema bancario invasivo e indiscutibile) è stato totalmente
abbandonato alla destra populista, mentre per anni la sinistra si
è illusa di accattivarsi i "poteri forti" occupando più
poltrone possibili e facendo proprie le logiche del mercato. Dalla
scalata di Colaninno a Telecom, pilotata da D'Alema, alla fallita
presa della Bnl ("abbiamo una banca?" di fassiniana memoria), la
sinistra liberista ha fatto più danni di quanto fosse possibile
immaginare. E adesso i banchieri amici stanno cadendo uno alla volta,
passando armi e bagagli nel campo del nemico. La legge del più
forte non ammette distrazioni…
Renato Strumia