Umanità Nova, n.26 del 5 luglio 2009, anno 89

Scontro fra titani


Non passa giorno senza che si scateni una polemica tra il Ministro dell'Economia ed il sistema delle banche, attaccate ad alzo zero in ogni occasione possibile. Lo stesso premier è intervenuto in una recente conferenza stampa per ammettere che non riesce più a tenere a freno Tremonti, dopo che quest'ultimo aveva dichiarato che per strappare l'applauso ad un convegno basta parlare male delle banche.
Ci sono vari piani su cui può essere letto lo scontro tra il ministro e le banche:  proveremo a individuarne alcuni.
In prima battuta possiamo dire che Tremonti difende la "cadrega". Nelle consuete fibrillazioni che accompagnano le vicende governative, il commercialista diventato ministro è individuato come l'asse tra Pdl e Lega, garante dell'accordo per il federalismo basato sulla piattaforma delle Partite Iva contro la pressione fiscale e il sostegno all'economia assistita meridionale. Tremonti fu costretto a lasciare la sua attuale carica già nella fase finale del secondo governo Berlusconi (2001/2006), dopo che Fini aveva chiesto la sua testa. Un ritorno di tensione con la Lega, magari conseguente al recente successo elettorale che sicuramente le farà alzare il prezzo, potrebbe portare a sacrificare Tremonti come simbolo vivente dell'alleanza in crisi. Al posto di Tremonti sono stati indicati due banchieri, seppur molto diversi: Draghi e Passera. Il Governatore della Banca d'Italia, un Goldman Sachs' Boy non pentito, potrebbe incarnare la voglia di riprendere la partita interrotta delle privatizzazioni, dopo averne guidata la prima massiccia versione (1992-2000). Dall'importante poltrona di Direttore Generale del Tesoro, in quella fase, Draghi portò sul mercato le principali banche (Comit, Credit, Banca di Roma), le telecomunicazioni (Stet - Telecom), l'energia (Eni ed Enel), le infrastrutture (Autostrade) e persino gli armamenti (Finmeccanica). Erano gli accordi del Britannia, il panfilo della marina inglese su cui, nel settembre 1992, le banche d'affari internazionali  convocate da Draghi decisero di privatizzare le aziende di stato, portarle sul mercato, usare i soldi per abbattere il debito pubblico ed entrare nell'euro già nella prima fase. Adesso si potrebbe rilanciare questo processo, partendo dalle spiagge, passando per ciò che rimane dell'edilizia pubblica, per arrivare ai beni artistici, storici e culturali. Un lavoro che Tremonti dichiara di volere, ma esita nel realizzare. Un altro candidato alla sua poltrona è Passera: un manager che si è accreditato verso Berlusconi contribuendo a risolvergli il problema Alitalia. Una soluzione che è costata dai 3 ai 4 miliardi alle casse dello Stato, ma che ha consentito al premier di vincere la campagna elettorale, consegnare la compagnia di bandiera ad Air France ad un prezzo molto minore, lasciare a casa 10.000 lavoratori, fare un grosso piacere ad una quindicina di imprenditori amici ed a diluire i debiti di Air One verso Intesa in un accordo dove paga lo stato per tutti gli errori gestionali commessi da altri soggetti. Quando qualche settimana fa Passera ha dichiarato che ci vuole una politica con la P maiuscola, tutti i giornalisti l'hanno interpretata come la P di Passera e Tremonti si è toccato dappertutto…
Il secondo piano di lettura dello scontro è rintracciabile nella successione surreale di eventi che si è verificata nel rapporto governo/banche, sin dal suo nascere. Nei primi mesi del nuovo governo, Tremonti aveva varato la Robin Tax, un provvedimento che tendeva ad aggravare di 4 punti percentuali (dal 27 al 31%) la tassazione sulle società bancarie e petrolifere. L'idea di fondo era che questi due settori avevano realizzato extra-profitti negli anni precedenti, mantenendo alta l'inflazione e facendo pagare ai consumatori prezzi fuori mercato (rispetto alle media europea), sfruttando posizioni di rendita e di monopolio. Banche e petrolieri avrebbero dovuto restituire, tramite tasse, il maltolto.
Un discorso popolare e demagogico, ma difficile da portare a termine, dato lo scoppio della crisi. Le banche hanno cominciato a lamentarsi orribilmente, minacciando di stringere sul credito e strozzando il sistema economico. Le società petrolifere hanno cominciato a dire che il crollo del prezzo del petrolio (da 150 a  50 dollari al barile in pochi mesi) avrebbe di per sé eroso i profitti e compresso i prezzi al consumatore finale.
Il crollo degli utili avvenuto nel corso del 2008 ha definitivamente affossato la speranza di Tremonti di chiudere la finanziaria 2009 con il prelievo straordinario su Eni e compagni, o su Intesa e compagne.
Nonostante Passera si lamenti di aver pagato 16 miliardi di tasse in tre anni, al Tesoro giurano di non averli mai visti e hanno in buona parte ragione. Le banche italiane saranno pure più sane di quelle estere, ma si guardano bene dal lasciare soldi in giro, sia agli azionisti (taglio dei dividendi), sia allo stato (abbattimento oneri fiscali). Quello che Tremonti non poteva prevedere era l'utilizzo che le banche avrebbero fatto del decreto sull'affrancamento del "Goodwill". In sostanza le società che hanno effettuato fusioni possono ammortizzare gli avviamenti per 9 anni in regime di tassazione agevolata (16%). Le banche ne hanno approfittato pesantemente, difendendo degli utili (apparenti) con il risparmio sulle tasse. Capita così che Unicredit e Intesa (la prima a 4 miliardi di utili netti nel 2008, la seconda  a 2,5 miliardi) realizzino un terzo o un quarto degli utili con gli sgravi fiscali, lasciando a secco le casse statali. Un elemento di contenzioso non indifferente, aggravato dalla necessità di ricapitalizzare le banche con i Tremonti Bonds, strumento che è stato negoziato dalle banche fino all'ultimo per non lasciare alcun spazio al Tesoro di "ingerenza" nella gestione e soprattutto nella politica di remunerazione dei managers.
Il terzo livello dello scontro attiene alla gestione del credito e al finanziamento di un'economia in difficoltà. Il governo cerca naturalmente di sostenere l'economia facendo affluire risorse attraverso il canale del sistema bancario. In questo senso ha messo a disposizione 12 miliardi di Euro tramite i Tremonti Bonds, al tasso dell'8,5% a patto che vengano restituiti entro quattro anni. Essendo obbligazioni convertibili, subordinate e perpetue, le risorse vanno a rafforzare il patrimonio di base delle banche. Questo consentirà loro di dare credito con un effetto moltiplicatore, si calcola per almeno 100 miliardi di euro aggiuntivi. Le banche sono però molto restie ad usare questi strumenti e soprattutto ad espandere il credito, perché la crisi sta selezionando ferocemente le imprese medio-piccole, portandone molte alla chiusura. Quindi l'economia si sta avvitando su se stessa e non basta l'ottimismo di facciata a cambiare le cose. Le banche continuano però a praticare prezzi e tassi da oligopolio, infischiandosene delle pressioni governative. Si sono adattate con fatica alle lenzuolate di Bersani, hanno cambiato solo il nome alla commissione di massimo scoperto, praticano tassi medi superiori alla media europea (talvolta anche di 80 punti base), fanno melina sulla riduzione degli spread. In realtà non si rassegnano alla realtà: continuano a pensare di avere rendimenti del R.O.E. (ritorno sull'investimento) al 20% quando al massimo si può realizzare il 5%.
Del resto non si può pensare di avere un ROE a doppia cifra in un paese a crescita zero: meno che mai adesso che il PIL cade del 5% su base annua!
Queste sono le ragioni che stanno dietro alle polemiche e agli attacchi di Tremonti alle banche. Nelle prossime settimane vedremo chi sarà a prevalere.  Quello che è certo è che uno dei principali motivi di disagio dell'opinione pubblica, dei consumatori, dei risparmiatori (la protervia e lo strapotere di un sistema bancario invasivo e indiscutibile) è stato totalmente abbandonato alla destra populista, mentre per anni la sinistra si è illusa di accattivarsi i "poteri forti" occupando più poltrone possibili e facendo proprie le logiche del mercato. Dalla scalata di Colaninno  a Telecom, pilotata da D'Alema, alla fallita presa della Bnl ("abbiamo una banca?" di fassiniana memoria), la sinistra liberista ha fatto più danni di quanto fosse possibile immaginare. E adesso i banchieri amici stanno cadendo uno alla volta, passando armi e bagagli nel campo del nemico. La legge del più forte non ammette distrazioni…

Renato Strumia

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