Mentre sono in corso i preparativi per Jansatyagraha, la prossima
grande marcia che nel 2012 cercherà di portare insieme 100.000
persone da tutta l'India, qui di seguito un resoconto di Janadesh, la
grande marcia che si svolse nel 2007.
Passo dopo passo camminare, segnare la terra del peso di ogni metro,
per protestare e richiamare l'attenzione. È un ottimo modo per
riflettere e fare riflettere tutte le persone che incrociano il
cammino. Camminare sulla strada è incontrare persone, senza
escludere nessuno, senza dimenticare da dove vieni, cosa ti sfama, e
dove ritornerai: la terra.
Il 2 ottobre è riconosciuto come giornata della non violenza.
È l'anniversario di Gandhi e ne è celebrazione in sua
memoria. Nel 2007, in questo stesso giorno, 25000 persone hanno
cominciato a camminare da Gwalior, in India centrale, fino a Delhi, 350
km a nord. 25000 adivasi, dalit e contadini camminarono sull'autostrada
numero 2 per 28 giorni. Questa era Janadesh, la marcia del popolo che
camminava per la dignità, domandando la terra.
Erano una folla immensa, una delle due corsie della Highway 2 era
bloccata da questo fiume umano lungo quattro chilometri. Ad
aprire la marcia cinque monaci buddisti giapponesi che battevano sulle
pelli dei tamburi, al vibrare dei mantra. Seguiva una fila di donne con
bandiere, poi RajGopal, il fondatore di Ekta Parishad, e la moglie
Jill, canadese. Poi tutti gli altri, divisi in 25 gruppi di circa 1000
persone ciascuno. Davanti manifesti e striscioni, poi, ben ordinate in
tre file corrispondenti alle linee bianche sulla carreggiata,
camminavano le donne. Tante, bellissime nell'insieme colorato
dei sari, alcune tenevano con grazia un sacco o un'anfora in
bilico sulla testa: portavano acqua, un po' di cibo, coperte; alcune
con bambini al fianco, altre con neonati in braccio, alcune persino
allattavano marciando. Infine, gli uomini: ed era incredibile come
d'improvviso l'arcobaleno ricchissimo di colori si attenuasse in un
bianco-grigio quasi uniforme.
Così per 25 volte, in ogni gruppo, prima le donne poi gli uomini
marciavano lenti e vicini, passo dopo passo. Venivano da tutta l'India,
dal nord dal centro dal sud. In ogni gruppo musiche e canti bellissimi
accompagnavano il cammino, donne e uomini insieme danzavano
allegri e sorridenti sulle note della lotta: Jay Jagath! E' l'augurio
che si sentiva ripetere in continuazione, nei canti e nei saluti delle
persone: Viva il Mondo!
Ogni giorno il cammino cominciava già all'alba, per terminare
dopo circa dieci chilometri. Il pomeriggio era dedicato alla cucina, a
mangiare, e a lavare cose e corpi. All'arrivo del tramonto, verso le
20, 25000 persone si sdraiavano a dormire sulla stessa strada su cui
avrebbero poi camminato.
Ispirati dalla filosofia gandhiana per cui l'acqua, la terra e la
foresta sono considerate risorse fondamentali per la sopravvivenza, e
per cui debbono restare sotto il controllo delle comunità
locali, Janadesh si è concentrata sulla questione della terra.
Avere la terra è "il primo circolo di una catena, cosi poi le
persone avranno la possibilità di coltivare il cibo, gestire la
loro sopravvivenza, avere un prestito dalla banca, avere
dignità, avere potere, perché la terra è potere.
La terra è potere in questo paese, terra è
identità, terra è sopravvivenza, terra è anche
potere sociale. Se non hai terra non hai potere sociale, sei
socialmente escluso. Cosi noi vediamo la terra come fondamentale per
questo potere sociale" (1)
Janadesh è stata organizzata da Ekta Parishad. Ekta Parishad non
è una ong, né un sindacato, né un partito
politico. Significa "unità", e si è impegnata per decenni
a portare insieme differenti realtà costituendo cosi una rete
unificata (2). Alla sua testa c'è RajGopal, e dietro ci sono
venti anni di lavoro attraverso i villaggi dell'intero paese.
Attraverso Janadesh, Ekta Parisad ha domandato allo Stato di istituire
un'autorità nazionale per la terra che si occuperebbe di fare
una riforma agraria. Il 28 ottobre 2007 Janadesh infine arrivò
in Delhi. Dopo qualche momento di tensione, il governo annunciò
la decisione di istituire una commissione col compito di organizzare
una riforma agraria.
Io ho potuto passare qualche giorno con i camminatori di Janadesh.
L'energia di questa satyagraha era qualcosa di più che speciale,
erano infatti persone povere che non erano mai prima usciti dai loro
piccoli villaggi, e che ora stavano andando sino a Delhi. Lo spirito e
la forza delle loro domande era cosi concreto che si poteva sentirlo in
ogni passo della marcia.
Camminare e chiedere una riforma della terra è un grande punto.
Anche se una riforma agraria deve essere domandata allo stato, e rivela
cosi la propria posizione rispetto a questa istituzione: non si tratta
infatti qui di prendersi la terra, ma di domandarla. Chiedendo una
riforma agraria si sta ammettendo la propria incapacità di
prendersi la terra da soli. E questo è probabilmente un dato di
fatto, che dalit e adivasi in India oggi non hanno la forza e lo spazio
per prendersi la propria terra. Ciò nonostante, si può
avere a che fare con lo stato anche senza accettarne veramente il
ruolo, ma relazionarvisi in quanto istituzione esistente. Al contrario,
Ekta Parishad dialoga con lo stato avendo rispetto per lui. Opera
all'interno del processo democratico e crede nella necessità di
un governo responsabile, e della democrazia per tutti . Mira allo
sviluppo e non vede alternative al di fuori dell'istituzione statale.
Credo che si possa certamente dire che Janadesh sia stata una fenomeno
importante e valido, che ha ottenuto quanto richiesto, e che il
satyagraha come forma di lotta, la marcia non violenta, ha riconfermato
la sua grande potenzialità, che bisogna ricordare e dalla quale
imparare. Ciò nonostante, credo si debba anche riflettere su
quanto mancante in Janadesh. E penso ad una critica, per lo meno
teoretica, delle istituzioni e dei processi di potere che fanno
emergere il problema della proprietà della terra e lo fanno
esistere come un'altra forma di violenza istituzionalizzata. Janadesh
manca di un progetto, di una visione, di una proposta di coesione
sociale dove lo Stato mancherebbe. Perché si può ottenere
una commissione e una riforma agraria, ma non si cambierà cosi
quel processo che ha reso questa stessa riforma necessaria.
MGCammelli
1 Intervista a Jill Harris, la moglie canadese di RajGopal, il fondatore di Ekta Parishad.
2 ibidem