Umanità Nova, n.26 del 5 luglio 2009, anno 89

b


Mentre sono in corso i preparativi per Jansatyagraha, la prossima grande marcia che nel 2012 cercherà di portare insieme 100.000 persone da tutta l'India, qui di seguito un resoconto di Janadesh, la grande marcia che si svolse nel 2007.

Passo dopo passo camminare, segnare la terra del peso di ogni metro, per protestare e richiamare l'attenzione. È un ottimo modo per riflettere e fare riflettere tutte le persone che incrociano il cammino. Camminare sulla strada è incontrare persone, senza escludere nessuno, senza dimenticare da dove vieni, cosa ti sfama, e dove ritornerai: la terra.
Il 2 ottobre è riconosciuto come giornata della non violenza. È l'anniversario di Gandhi e ne è celebrazione in sua memoria. Nel 2007, in questo stesso giorno, 25000 persone hanno cominciato a camminare da Gwalior, in India centrale, fino a Delhi, 350 km a nord. 25000 adivasi, dalit e contadini camminarono sull'autostrada numero 2 per 28 giorni. Questa era Janadesh, la marcia del popolo che camminava per la dignità, domandando la terra.
Erano una folla immensa, una delle due corsie della Highway 2 era  bloccata da questo fiume umano lungo quattro chilometri.  Ad aprire la marcia cinque monaci buddisti giapponesi che battevano sulle pelli dei tamburi, al vibrare dei mantra. Seguiva una fila di donne con bandiere, poi RajGopal, il fondatore di Ekta Parishad, e la moglie Jill, canadese. Poi tutti gli altri, divisi in 25 gruppi di circa 1000 persone ciascuno. Davanti manifesti e striscioni, poi, ben ordinate in tre file corrispondenti alle linee bianche sulla carreggiata, camminavano le donne. Tante, bellissime nell'insieme colorato  dei  sari, alcune tenevano con grazia un sacco o un'anfora in bilico sulla testa: portavano acqua, un po' di cibo, coperte; alcune con bambini al fianco, altre con neonati in braccio, alcune persino allattavano marciando. Infine, gli uomini: ed era incredibile come d'improvviso l'arcobaleno ricchissimo di colori si attenuasse in un bianco-grigio quasi uniforme.
Così per 25 volte, in ogni gruppo, prima le donne poi gli uomini marciavano lenti e vicini, passo dopo passo. Venivano da tutta l'India, dal nord dal centro dal sud. In ogni gruppo musiche e canti bellissimi accompagnavano il cammino,  donne e uomini insieme danzavano allegri e sorridenti sulle note della lotta: Jay Jagath! E' l'augurio che si sentiva ripetere in continuazione, nei canti e nei saluti delle persone: Viva il Mondo!
Ogni giorno il cammino cominciava già all'alba, per terminare dopo circa dieci chilometri. Il pomeriggio era dedicato alla cucina, a mangiare, e a lavare cose e corpi. All'arrivo del tramonto, verso le 20, 25000 persone si sdraiavano a dormire sulla stessa strada su cui avrebbero poi camminato.
Ispirati dalla filosofia gandhiana per cui l'acqua, la terra e la foresta sono considerate risorse fondamentali per la sopravvivenza, e per cui debbono restare sotto il controllo delle comunità locali, Janadesh si è concentrata sulla questione della terra. Avere la terra è "il primo circolo di una catena, cosi poi le persone avranno la possibilità di coltivare il cibo, gestire la loro sopravvivenza, avere un prestito dalla banca, avere dignità, avere potere, perché la terra è potere. La terra è potere in questo paese, terra è identità, terra è sopravvivenza, terra è anche potere sociale. Se non hai terra non hai potere sociale, sei socialmente escluso. Cosi noi vediamo la terra come fondamentale per questo potere sociale" (1)
Janadesh è stata organizzata da Ekta Parishad. Ekta Parishad non è una ong, né un sindacato,  né un partito politico. Significa "unità", e si è impegnata per decenni a portare insieme differenti realtà costituendo cosi una rete unificata (2). Alla sua testa c'è RajGopal, e dietro ci sono venti anni di lavoro attraverso i villaggi dell'intero paese.
Attraverso Janadesh, Ekta Parisad ha domandato allo Stato di istituire un'autorità nazionale per la terra che si occuperebbe di fare una riforma agraria. Il 28 ottobre 2007 Janadesh infine arrivò in Delhi. Dopo qualche momento di tensione, il governo annunciò la decisione di istituire una commissione col compito di organizzare una riforma agraria.
Io ho potuto passare qualche giorno con i camminatori di Janadesh. L'energia di questa satyagraha era qualcosa di più che speciale, erano infatti persone povere che non erano mai prima usciti dai loro piccoli villaggi, e che ora stavano andando sino a Delhi. Lo spirito e la forza delle loro domande era cosi concreto che si poteva sentirlo in ogni passo della marcia.
Camminare e chiedere una riforma della terra è un grande punto. Anche se una riforma agraria deve essere domandata allo stato, e rivela cosi la propria posizione rispetto a questa istituzione: non si tratta infatti qui di prendersi la terra, ma di domandarla. Chiedendo una riforma agraria si sta ammettendo la propria incapacità di prendersi la terra da soli. E questo è probabilmente un dato di fatto, che dalit e adivasi in India oggi non hanno la forza e lo spazio per prendersi la propria terra. Ciò nonostante, si può avere a che fare con lo stato anche senza accettarne veramente il ruolo, ma relazionarvisi in quanto istituzione esistente. Al contrario, Ekta Parishad dialoga con lo stato avendo rispetto per lui. Opera all'interno del processo democratico e crede nella necessità di un governo responsabile, e della democrazia per tutti . Mira allo sviluppo e non vede alternative al di fuori dell'istituzione statale.
Credo che si possa certamente dire che Janadesh sia stata una fenomeno importante e valido, che ha ottenuto quanto richiesto, e che il satyagraha come forma di lotta, la marcia non violenta, ha riconfermato la sua grande potenzialità, che bisogna ricordare e dalla quale imparare. Ciò nonostante, credo si debba anche riflettere su quanto mancante in Janadesh. E penso ad una critica, per lo meno teoretica, delle istituzioni e dei processi di potere che fanno emergere il problema della proprietà della terra e lo fanno esistere come un'altra forma di violenza istituzionalizzata. Janadesh manca di un progetto, di una visione, di una proposta di coesione sociale dove lo Stato mancherebbe. Perché si può ottenere una commissione e una riforma agraria, ma non si cambierà cosi quel processo che ha reso questa stessa riforma necessaria.

MGCammelli

1 Intervista a  Jill Harris, la moglie canadese di RajGopal, il fondatore di Ekta Parishad.
2 ibidem

home | sommario | comunicati | archivio | link | contatti