Qualche giorno fa, aprendo la mia posta elettronica, ho trovato
l'e-mail di un compagno della Redazione di UN nella quale mi si
chiedeva se fossero paragonabili l'antifascismo di Camillo Berneri con
l'antiberlusconismo di Marco Travaglio.
A botta calda rimasi interdetto: i due personaggi e soprattutto i due
periodi storici erano sideralmente lontani ed era quindi difficile fare
dei paragoni. Poi, però, pensandoci un po' su, mi dissi che il
quesito postomi dal compagno mi poteva consentire di attualizzare il
problema e, in particolar modo, di ridiscutere un aspetto (solo un
aspetto) del pensiero e dell'opera di Camillo Berneri, rilevante
pensatore anarchico del XX secolo.
Diciamo subito che l'antifascismo di Berneri rifuggiva dalla
consolatoria liturgia di un'analisi (anche in buona parte anarchica)
che incentrava sull'uomo Mussolini tutte le responsabilità della
deriva autoritaria della società italiana. A metà degli
anni Trenta, Berneri scriveva. "Quando un avventuriero come Mussolini
può giungere al potere, vuol dire che il paese non è
né sano né maturo. Bisogna che gli italiani si sbarazzino
di Mussolini, ma bisogna anche che si sbarazzino dei difetti che hanno
permesso la vittoria del Fascismo." (C. Berneri: Mussolini grande
attore, pubblicato in Spagna nel 1936). Nello stesso lavoro, Berneri
riprende l'interpretazione di un fascismo come autobiografia di una
nazione, interpretazione che figurava sin dal 1922 in La Rivoluzione
liberale di Piero Gobetti, poi ripresa da Carlo Rosselli in Socialismo
liberale e, infine, da Berneri nell'opera che abbiamo sopra citato.
Sono impressionanti le analogie con la situazione italiana dei nostri
giorni. Intanto i due protagonisti. Mussolini e Berlusconi. Il primo un
grande demagogo che sapeva raccogliere le istanze più
epidermiche di un popolo frustrato da una guerra (quella del '15/'18)
vinta rocambolescamente sul campo ma perduta sui tavoli di una
diplomazia internazionale assai avara con le richieste italiane. Ma
anche un Paese pervaso da conflitti sociali assai accesi, da una crisi
economica di portata devastante e, soprattutto, da un mondo contadino
assai lontano dai più aggiornati modelli produttivi offerti ad
una terra avara, un mondo che costituiva ancora oltre il 60% della
popolazione attiva e dove, nelle contrade del Sud, cominciava ad
affermarsi una criminalità organizzata assai agguerrita e
sanguinaria, capace di interpretare a suo vantaggio l'evolversi della
situazione politica.
Era allora naturale che tali frustrazioni trovassero una presunta
compensazione nelle parole e nelle grandi sceneggiate di una dittatura
che sollecitava ed esaltava le velleità revansciste e
grottescamente imperialiste di una nazione sostanzialmente incolta,
abbandonata dai governi liberali (?) di destra e di sinistra, incapaci
di risolvere i problemi reali della gente.
Anche allora, come oggi con Berlusconi, la dittatura comprese la grande
importanza di una propaganda ossessiva, che poteva rimbalzare da uno
strumento all'altro degli organi di comunicazione di massa per
occultare i disagi reali di una popolazione, afflitta da
un'arretratezza endemica del suo sistema produttivo e del suo
ordinamento sociale, ricorrendo a messaggi rassicuranti di un
benessere di facciata ed una grandeur internazionale presunta ma
quotidianamente sbandierata.
Certo Mussolini riuscì a tenere in scacco la diplomazia
internazionale (quella inglese in specie) sino alle soglie del secondo
conflitto mondiale, mentre Berlusconi è lo zimbello di tutto il
mondo per il suo modo di riempire il vuoto della sua politica con gli
sberleffi da clown di quart'ordine, ma questa differenza è il
portato di un mondo in crisi di valori e di dignità.
Ebbene, Berneri, pur subendo pesantemente la repressione del regime,
riteneva che la questione da affrontare non fosse tanto quella di fare
le bucce alla dittatura, quanto di porsi concretamente il problema di
sottrarre la popolazione alle suggestioni del regime con un'opera
di controinformazione puntuale, radicata sul territorio, che disvelasse
i motivi reali del disagio e del sottosviluppo.
Per ottenere questi risultati pensava che bisognava superare il
volontarismo e lo spontaneismo malatestiano, che, secondo il suo modo
di pensare, rendevano il movimento anarchico assai prossimo ad un
fideismo mistico da setta piuttosto che ad un movimento di popolo in
lotta.
In questa direzione, il fascismo era considerato un incidente
certamente grave e doloroso della storia italiana, ma un incidente
possibile da superare se anche gli anarchici fossero usciti dal loro
splendido isolamento e si fossero mostrati più disponibili ad un
confronto costante con il popolo delle città e delle campagne,
non solo, ma con quelle forze organizzate, avverse al fascismo, che
affrontavano le emergenze della contemporaneità con spirito
libertario. Da qui le sue frequentazioni con personalità di
spicco di Giustizia e Libertà, Rivoluzione liberale e altre
testate d'opposizione al fascismo personalità quali Carlo e
Nello Rosselli, Ernesto Rossi, Silvio Trentin, Aldo Garosci, Riccardo
Lombardi oltre alla mai interrotta frequentazione con il suo maestro,
Gaetano Salvemini.
Naturalmente con queste poche note il problema dell'antifascismo di
Barneri è appena sfiorato. Credo, infatti, che, se il discorso
si approfondisse, nei comportamenti e nelle riflessioni dell'anarchico
di Lodi troveremmo spunti di notevole rilevanza per affrontare
l'emergenza dell'oggi.
Poche righe per quel che riguarda l'antiberlusconismo di Marco Travaglio.
C'è da dire subito che è difficile trovare nei suoi
scritti elementi che chiariscano sino in fondo la sua visione del mondo
e argomentazioni organiche di indirizzo per affrontare le problematiche
prevalenti della contemporaneità. Se dovessi azzardare
un'ipotesi, lo collocherei in quel filone del liberalismo conservatore
che fu il filone del suo maestro Indro Montanelli, un giornalista che
non rinunciò mai ad esercitare una libertà di giudizio e
di indipendenza rispetto al potere, che, al di là dei
contenuti spesso discutibilissimi, si è mantenuta sempre
nel tempo.
Per quel che vale la mia opinione, ritengo che non vi sia nel suo
bagaglio ideologico alcuna critica radicale all'assetto di una
società capitalistica e ad uno Stato liberale.
È un cronista di razza, che cataloga puntualmente e
impietosamente le magagne del potere senza metterne in discussione
l'impianto istituzionale.
Per lui, ritengo, Berlusconi è il laido individuo che insozza le
poltrone nelle quali siede e per questo, oltre che per la sua cinica
immoralità, va combattuto senza quartiere.
Altro, di lui, non saprei dire.
Antonio Cardella