Umanità Nova, n.28 del 19 luglio 2009, anno 89

Berlusconi grande guitto


Qualche giorno fa, aprendo la mia posta elettronica, ho trovato l'e-mail di un compagno della Redazione di UN nella quale mi si chiedeva se fossero paragonabili l'antifascismo di Camillo Berneri con l'antiberlusconismo di Marco Travaglio.
A botta calda rimasi interdetto: i due personaggi e soprattutto i due periodi storici erano sideralmente lontani ed era quindi difficile fare dei paragoni. Poi, però, pensandoci un po' su, mi dissi che il quesito postomi dal compagno mi poteva consentire di attualizzare il problema e, in particolar modo, di ridiscutere un aspetto (solo un aspetto) del pensiero e dell'opera di Camillo Berneri, rilevante pensatore anarchico del XX secolo.   
Diciamo subito che l'antifascismo di Berneri rifuggiva dalla consolatoria liturgia di un'analisi (anche in buona parte anarchica) che incentrava sull'uomo Mussolini tutte le responsabilità della deriva autoritaria della società italiana. A metà degli anni Trenta, Berneri scriveva. "Quando un avventuriero come Mussolini può giungere al potere, vuol dire che il paese non è né sano né maturo. Bisogna che gli italiani si sbarazzino di Mussolini, ma bisogna anche che si sbarazzino dei difetti che hanno permesso la vittoria del Fascismo." (C. Berneri: Mussolini grande attore, pubblicato in Spagna nel 1936). Nello stesso lavoro, Berneri riprende l'interpretazione di un fascismo come autobiografia di una nazione, interpretazione che figurava sin dal 1922 in La Rivoluzione liberale di Piero Gobetti, poi ripresa da Carlo Rosselli in Socialismo liberale e, infine, da Berneri nell'opera che abbiamo sopra citato.
Sono impressionanti le analogie con la situazione italiana dei nostri giorni. Intanto i due protagonisti. Mussolini e Berlusconi. Il primo un grande demagogo che sapeva raccogliere le istanze più epidermiche di un popolo frustrato da una guerra (quella del '15/'18) vinta rocambolescamente sul campo ma perduta sui tavoli di una diplomazia internazionale assai avara con le richieste italiane. Ma anche un Paese pervaso da conflitti sociali assai accesi, da una crisi economica di portata devastante e, soprattutto, da un mondo contadino assai lontano dai più aggiornati modelli produttivi offerti ad una terra avara, un mondo che costituiva ancora oltre il 60% della popolazione attiva e dove, nelle contrade del Sud, cominciava ad affermarsi una criminalità organizzata assai agguerrita e sanguinaria, capace di interpretare a suo vantaggio l'evolversi della situazione politica.
Era allora naturale che tali frustrazioni trovassero una presunta compensazione nelle parole e nelle grandi sceneggiate di una dittatura che sollecitava ed esaltava le velleità revansciste e grottescamente imperialiste di una nazione sostanzialmente incolta, abbandonata dai governi liberali (?) di destra e di sinistra, incapaci di risolvere i problemi reali della gente.
Anche allora, come oggi con Berlusconi, la dittatura comprese la grande importanza di una propaganda ossessiva, che poteva rimbalzare da uno strumento all'altro degli organi di comunicazione di massa per occultare i disagi reali di una popolazione, afflitta da un'arretratezza endemica del suo sistema produttivo e del suo ordinamento sociale, ricorrendo a  messaggi rassicuranti di un benessere di facciata ed una grandeur internazionale presunta ma quotidianamente sbandierata.
Certo Mussolini riuscì a tenere in scacco la diplomazia internazionale (quella inglese in specie) sino alle soglie del secondo conflitto mondiale, mentre Berlusconi è lo zimbello di tutto il mondo per il suo modo di riempire il vuoto della sua politica con gli sberleffi da clown di quart'ordine, ma questa differenza è il portato di un mondo in crisi di valori e di dignità.
Ebbene, Berneri, pur subendo pesantemente la repressione del regime, riteneva che la questione da affrontare non fosse tanto quella di fare le bucce alla dittatura, quanto di porsi concretamente il problema di sottrarre  la popolazione alle suggestioni del regime con un'opera di controinformazione puntuale, radicata sul territorio, che disvelasse i motivi reali del disagio e del sottosviluppo.
Per ottenere questi risultati pensava che bisognava superare il volontarismo e lo spontaneismo malatestiano, che, secondo il suo modo di pensare, rendevano il movimento anarchico assai prossimo ad un fideismo mistico da setta piuttosto che ad un movimento di popolo in lotta.
In questa direzione, il fascismo era considerato un incidente certamente grave e doloroso della storia italiana, ma un incidente possibile da superare se anche gli anarchici fossero usciti dal loro splendido isolamento e si fossero mostrati più disponibili ad un confronto costante con il popolo delle città e delle campagne, non solo, ma con quelle forze organizzate, avverse al fascismo, che affrontavano le emergenze della contemporaneità con spirito libertario. Da qui le sue frequentazioni con personalità di spicco di Giustizia e Libertà, Rivoluzione liberale e altre testate d'opposizione al fascismo personalità quali Carlo e Nello Rosselli, Ernesto Rossi, Silvio Trentin, Aldo Garosci, Riccardo Lombardi oltre alla mai interrotta frequentazione con il suo maestro, Gaetano Salvemini.
Naturalmente con queste poche note il problema dell'antifascismo di Barneri è appena sfiorato. Credo, infatti, che, se il discorso si approfondisse, nei comportamenti e nelle riflessioni dell'anarchico di Lodi troveremmo spunti di notevole rilevanza per affrontare l'emergenza dell'oggi.
Poche righe per quel che riguarda l'antiberlusconismo di Marco Travaglio.
C'è da dire subito che è difficile trovare nei suoi scritti elementi che chiariscano sino in fondo la sua visione del mondo e argomentazioni organiche di indirizzo per affrontare le problematiche prevalenti della contemporaneità. Se  dovessi azzardare un'ipotesi, lo collocherei in quel filone del liberalismo conservatore che fu il filone del suo maestro Indro Montanelli, un giornalista che non rinunciò mai ad esercitare una libertà di giudizio e di indipendenza rispetto al potere, che, al di là dei contenuti  spesso discutibilissimi, si è mantenuta sempre nel tempo.
Per quel che vale la mia opinione, ritengo che non vi sia nel suo bagaglio ideologico alcuna critica radicale all'assetto di una società capitalistica e  ad uno Stato liberale.
È un cronista di razza, che cataloga puntualmente e impietosamente le magagne del potere senza metterne in discussione l'impianto istituzionale.
Per lui, ritengo, Berlusconi è il laido individuo che insozza le poltrone nelle quali siede e per questo, oltre che per la sua cinica immoralità, va combattuto senza quartiere.
Altro, di lui, non saprei dire.

Antonio Cardella

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