Se non fosse per il clima, il territorio prevalentemente montuoso,
l'assenza di coste e le pipeline petrolifere che più delle
strade tracciano il terreno fra una regione e l'altra, proprio non
saprei indicare una sola diversità fra la realtà afgana e
quella italiana. Certo, la situazione non è ancora esplosiva al
punto da rivedere le regole d'ingaggio per le truppe militari
disseminate in lungo e in largo per tutto il BelPaese, e l'esercito
è in gran parte nazionale (come, del resto polizia e
carabinieri), nonostante il recente supporto delle ronde territoriali,
approvata dal recente ddl sulla sicurezza, imposto con fermezza
dal Mullah Mohammed OMaroni. Per non parlare poi della democrazia a
suffragio universale che data in Italia più di sessant'anni di
truffe, imbrogli, voti clientelari, a fronte della gemellina afgana del
tutto imberbe al punto da esser protetta, guidata e soprattutto imposta
manu militari dalle mature (dire "vecchie" non è politically
correct) democrazie occidentali. Dettagli a parte, il resto combacia
perfettamente con la somma del conto salato che a Roma, come a Kabul i
proprietari della trattoria a conduzione familiare (ah,
dimenticavo un'altra differenza... qui si chiama "da Silvio", mentre
più a est è "dai fratelli Karzai") vogliono farci pagare,
mance escluse.
Conto salato a partire dal prezzo della democrazia, che viene
presentato come piatto forte, ma che risulta sempre più
indigesto, se non addirittura tossico, a causa degli ingredienti
completamente avariati. Proverò a distinguerli – cosa non
facile, visto il pastone nauseabondo – selezionando i principali, non
augurandovi però buon appetito.
Rappresentanza popolare
La Democrazia, si sa, è una forma politica retta sulla
rappresentanza dei cittadini che eleggono a suffragio universale
i candidati dei partiti, i quali – a maggioranza formata –
daranno vita alla coalizione governativa. La maggioranza, pertanto, non
è quella dei cittadini, ma quella dei candidati dei partiti che,
a loro volta, designeranno la minoranza al governo; minoranza sempre
più ristretta dal momento che la compagine ministeriale
(sebbene, in Italia, rinverdita con giovincelle promettenti) appartiene
ad una ristretta schiera di notabili che, per professione, esercitano
il ruolo di rappresentanti politici, avulsi da qualsiasi lotteria
elettorale, in quanto cooptati dal sistema partitico che impone agli
elettori la loro nomina. Stabilità siffatta regola democratica,
per cui il potere appartiene sempre e soltanto alla maggioranza della
minoranza, la funzione della rappresentanza popolare è quella di
camuffare tale meccanismo del potere grazie al coinvolgimento del
pubblico elettore integrando elementi di rappresentazione spettacolare
che corrispondono, per frammenti, alla razionalità sociale. Ora,
sia nelle democrazie mature, sia in quelle imberbi, il grado di
razionalità sociale si è sempre più affievolito,
come attesta l'aumento esponenziale dell'astensionismo, al punto che il
voto di scambio (un piccolo potere in cambio di un grande potere)
è ormai l'unica forma premiante l'elettorato, e le minacce
della mafia o dei talibani, sono soltanto un corollario al sistema
imposto con la forza delle armi se le campagne pubblicitarie (dai la
preferenza al più ricco, al più famoso, al più
bello, al più…guascone) si dimostrano armi ancora troppo
spuntate.
Sicurezza
Principale motivo per cui, in campo internazionale, si invoca la
democrazia come forma di stabilità politica nazionale che
garantisce la possibilità di poter compiere le peggiori
nefandezze senza doverne rispondere a chicchessia. Ne è di
esempio lo Stato israeliano che, essendo nell'area medio
orientale l'unica forma politica di democrazia sicura (per di
più con certificato di garanzia made in USA, che – purtroppo –
hammas e i palestinesi ancora non hanno ottenuto) può
permettersi di farsi beffe dei più elementari e imprescindibili
diritti umani senza per questo essere posto al pubblico ludibrio dalla
comunità internazionale, come invece è per gli altri
stati non democratici, sottoposti periodicamente a dure reprimende
soprattutto quando la locale casta dirigente è ostile – o
più semplicemente ritrosa e diffidente – a stringere sicuri
affari economici e commerciali secondo le consuete e sicure
regole democratiche dell'economia di mercato (il più alle lobby
multinazionali del settore, il resto alle loro controllate) che
impongono la spartizione del maltolto alla popolazione sottomessa.
Emergenza
Così come la democrazia è una sicurezza per la
stabilità del potere internazionale, allo stesso modo
l'emergenza democrazia né è un surrogato, poiché
in democrazia l'emergenza è la condizione della sua
sopravvivenza a livello nazionale. Anzi, l'emergenza democratica
è il collante che salda la rappresentanza politica con
l'affarismo economico clientelare, garantendone la permanenza dei
consolidati rapporti mafiosi dall'ingerenza della "mafia" attraverso
l'apposita costituzione di un pool di magistrati. Ovviamente i fattori
e le cause che determinato l'emergenza democratica sono sempre esterni
al corpo endemico che si coglie nella sua natura omogenea ed integra,
come dimostra l'emergenza terrorismo, ma anche l'emergenza epidemia e
perfino l'emergenza calamità naturale, per non parlare
dell'emergenza immigrazione, vera e propria minaccia allo statuto
democratico da combattere o eliminandola, oppure assimilandola, ma mai
accettandola per com'è: un'alterità foriera di
contraddizione e di superamento.
Se questi sono dunque gli aspetti che predominano sul panorama politico
internazionale, in campo locale essi assumano connotazioni particolari
e contingenti che tuttavia prefigurano delle costanti comuni. Vediamoli
analizzando lo scenario italiano in rapporto a quello afgano.
(1)
Anche gli addomesticati e addomesticabili opinion maker italiani, hanno
dovuto riconoscere che il protagonismo estivo di Umberto Bossi
nell'indicare/indirizzare l'agenda politica del governo Berlusconi e
della sua maggioranza, è anzitutto un tentativo di smarcarsi
dalla crisi di rappresentatività dell'intera casta dei
professionisti dei partiti, titillando gli istinti più bassi e
triviali del suo corpo elettorale.
Così in vista delle prossime elezioni amministrative del 2010, a
fronte di un fisiologico aumento dell'astensionismo (determinato
soprattutto dalla questione Abruzzo, più che dai festini del
Cavaliere), la Lega Lombarda si connoterà sempre più come
la forza politica antisistema, svolgendo in Italia lo stesso ruolo che
i talibani svolgono in Afganistan, attirando a sé l'integralismo
xenofobo e razzista che la destra politically correct è
costretta ad abbandonare a parole, rinvigorendo a gran voce
l'appartenenza territoriale come elemento di separazione dal Governo
centrale (Roma, anche con Bossi, Maroni e Calderoli nel Consiglio dei
ministri, è pur sempre ladrona) e di identità
fondamentalista, i cui valori culturali sono ben espressi durante i
comizi di Borghezio e nel videogioco elettronico su Facebook del figlio
di Bossi, Renzo – «rimbalza il clandestino» (un test per
misurare lo spirito del Carroccio contro i barconi di immigrati che
tentano di sbarcare nel nostro Paese, a colpi di click del mouse:
più ne respingi, più sei leghista ortodosso) – che
fa il paio con quanto dichiarato dal di lui padre a commento della
notizia della morte per mancato soccorso dei 75 eritrei al largo di
Lampedusa.
Se poi tale rigurgito leghista, con tanto di scuole di dialetto e
bandiere regionali, trova soltanto nella lettera promemoria per la
celebrazione dei 150 anni dello stato unitario del Presidente
Napolitano, l'unico peduncolo istituzionale capace di opporsi ad
una simile deriva morale, spiega assai bene perché il quotidiano
dei vescovi italiani, "L'avvenire", (da sempre feroce e accanito
oppositore della libertà femminile di gestire il proprio corpo,
la propria vita) sia considerato il baluardo dei valori di
solidarietà e umanità da tempo non più in auge in
Italia.
(2)
Ma è soprattutto sul piano della sicurezza che le dichiarazioni
politiche della minoranza leghista del Governo Berlusconi, non sono
affatto marginali e neppure questioni di secondaria importanza per il
programma della maggioranza. Lo attesta anzitutto il lugubre, disumano
e criminale pacchetto sicurezza, che – bisogna riconoscerlo – ha saputo
raccogliere quanto di peggio la pratica forcaiola e menefreghista degli
italiani, stillata e propinata dai mezzi d'informazione
radiotelevisivi e della carta stampata, in questi ultimi decenni
è andata maturando. Un ddl sulla sicurezza che – lo abbiamo
più volte scritto su questo settimanale – rende tutti insicuri,
perché opporsi praticamente al reato di clandestinità non
solo è un atto di umanità nei confronti di tutte quelle
persone che lo Stato italiano – negli affollati lager dei Centri di
Identificazione ed Espulsione, come sui barconi ammassati di uomini,
donne e bambini, volutamente lasciati andare alla deriva – tratta in
modo crudele e disumano, ma è un atto nei nostri confronti di
persone libere e consapevoli della nostra alterità rispetto a
questo Stato, come a tutti gli Stati, al punto che sentirci
clandestini, stranieri, diversi, ci inorgoglisce e ci sprona alla dura
lotta. A partire dalle forme di resistenza che in questi mesi si
stanno, attuando nelle carceri italiane, così come nei Cei dove
sono rinchiusi i migranti, luoghi di detenzione e sofferenza del tutto
simile alle più sordide galere afgane, iraniane o americane.
Ribellarsi, noi tutti clandestini, non solo è giusto: è
segno di umanità!
(3)
Purtroppo la gabbia che circonda l'Italia e la fa simile ad una delle
tante colonie dell'impero statunitense (non ultima l'Afganistan)
avviluppa interamente il territorio attraverso la costante e massiccia
militarizzazione motivata e giustificata dall'emergenza, non ultima
quella del terremoto in Abruzzo. Emergenza che, quest'autunno,
sarà data da un lavoro che non c'è, non c'è mai
stato, non c'è più. Ecco allora spiegarsi il motivo delle
gabbie (guarda caso) salariali che la Lega Lombarda ha riproposto come
azione prioritaria governativa, e che il ministro Sacconi ha riproposto
sotto la veste dei salari differenziati da negoziare nelle
contrattazioni decentrate al fine di tenere sotto scatto i sindacati e
minacciare le aziende, non garantendo loro i promessi sgravi fiscali.
Gabbie che, dicevamo, stanno stringendosi anche attorno al mondo
scolastico, dapprima bocciato per non saper bocciare e adesso promosso
per non saper promuovere. Una scuola che si vuole anticamera del lavoro
coatto, che non prepara, ma addomestica, che non responsabilizza, ma
avvilisce, umilia, e aliena. Gabbie, infine, che si stringono sempre
più negli spazi ai margini del controllo, dove la vita – seppure
a fatica – pulsa di affetti, emozioni, sentimenti non omologabili,
né tantomeno istituzionalizzabili, e dove affermare la propria
diversità di sesso e di genere vuol dire sfidare apertamente il
potere con o senza burka, con un bacio fra simili o fra diversi, o con
un succulento kebab mangiato per strada a dispetto di tutti i divieti
imposti da cuochi nostrani, abituati a fare gli sguatteri "da Silvio".
Perché la cucina sarà rivoluzionaria e succulenta, o non sarà.
gianfranco marelli