Umanità Nova, n.29 del 30 agosto 2009, anno 89

"Da Silvio" vacci tu! Preferisco il kebab


Se non fosse per il clima, il territorio prevalentemente montuoso, l'assenza di coste e le pipeline petrolifere che più delle strade tracciano il terreno fra una regione e l'altra, proprio non saprei indicare una sola diversità fra la realtà afgana e quella italiana. Certo, la situazione non è ancora esplosiva al punto da rivedere le regole d'ingaggio per le truppe militari disseminate in lungo e in largo per tutto il BelPaese, e l'esercito è in gran parte nazionale (come, del resto polizia e carabinieri), nonostante il recente supporto delle ronde territoriali, approvata dal recente  ddl sulla sicurezza, imposto con fermezza dal Mullah Mohammed OMaroni. Per non parlare poi della democrazia a suffragio universale che data in Italia più di sessant'anni di truffe, imbrogli, voti clientelari, a fronte della gemellina afgana del tutto imberbe al punto da esser protetta, guidata e soprattutto imposta manu militari dalle mature (dire "vecchie" non è politically correct) democrazie occidentali. Dettagli a parte, il resto combacia perfettamente con la somma del conto salato che a Roma, come a Kabul i proprietari della trattoria  a conduzione familiare (ah, dimenticavo un'altra differenza... qui si chiama "da Silvio", mentre più a est è "dai fratelli Karzai") vogliono farci pagare, mance escluse.
Conto salato a partire dal prezzo della democrazia, che viene presentato come piatto forte, ma che risulta sempre più indigesto, se non addirittura tossico, a causa degli ingredienti completamente avariati. Proverò a distinguerli – cosa non facile, visto il pastone nauseabondo – selezionando i principali, non augurandovi però buon appetito.

Rappresentanza popolare
La Democrazia, si sa, è una forma politica retta sulla rappresentanza dei cittadini che eleggono a suffragio universale  i candidati dei partiti, i quali – a maggioranza formata –  daranno vita alla coalizione governativa. La maggioranza, pertanto, non è quella dei cittadini, ma quella dei candidati dei partiti che, a loro volta, designeranno la minoranza al governo; minoranza sempre più ristretta dal momento che la compagine ministeriale (sebbene, in Italia, rinverdita con giovincelle promettenti) appartiene ad una ristretta schiera di notabili che, per professione, esercitano il ruolo di rappresentanti politici, avulsi da qualsiasi lotteria elettorale, in quanto cooptati dal sistema partitico che impone agli elettori la loro nomina. Stabilità siffatta regola democratica, per cui il potere appartiene sempre e soltanto alla maggioranza della minoranza, la funzione della rappresentanza popolare è quella di camuffare tale meccanismo del potere grazie al coinvolgimento del pubblico elettore integrando elementi di rappresentazione spettacolare che corrispondono, per frammenti, alla razionalità sociale. Ora, sia nelle democrazie mature, sia in quelle imberbi, il grado di razionalità sociale si è sempre più affievolito, come attesta l'aumento esponenziale dell'astensionismo, al punto che il voto di scambio (un piccolo potere in cambio di un grande potere) è ormai l'unica forma premiante  l'elettorato, e le minacce della mafia o dei talibani, sono soltanto un corollario al sistema imposto con la forza delle armi se le campagne pubblicitarie (dai la preferenza al più ricco, al più famoso, al più bello, al più…guascone)  si dimostrano armi ancora troppo spuntate.

Sicurezza
Principale motivo per cui, in campo internazionale, si invoca la democrazia come forma di stabilità politica nazionale che garantisce la possibilità di poter compiere le peggiori nefandezze senza doverne rispondere a chicchessia. Ne è di esempio lo Stato israeliano che, essendo nell'area medio orientale  l'unica forma politica di democrazia sicura (per di più con certificato di garanzia made in USA, che – purtroppo – hammas e i palestinesi ancora non hanno ottenuto) può permettersi di farsi beffe dei più elementari e imprescindibili diritti umani senza per questo essere posto al pubblico ludibrio dalla comunità internazionale, come invece è per gli altri stati non democratici, sottoposti periodicamente a dure reprimende soprattutto quando la locale casta dirigente è ostile – o più semplicemente ritrosa e diffidente – a stringere sicuri affari economici e commerciali secondo le consuete  e sicure regole democratiche dell'economia di mercato (il più alle lobby multinazionali del settore, il resto alle loro controllate) che impongono la spartizione del maltolto alla popolazione sottomessa.

Emergenza
Così come la democrazia è una sicurezza per la stabilità del potere internazionale, allo stesso modo l'emergenza democrazia né è un surrogato, poiché in democrazia l'emergenza è la condizione della sua sopravvivenza a livello nazionale. Anzi, l'emergenza democratica è il collante che salda la rappresentanza politica con l'affarismo economico clientelare, garantendone la permanenza dei consolidati rapporti mafiosi dall'ingerenza della "mafia" attraverso l'apposita costituzione di un pool di magistrati. Ovviamente i fattori e le cause che determinato l'emergenza democratica sono sempre esterni al corpo endemico che si coglie nella sua natura omogenea ed integra, come dimostra l'emergenza terrorismo, ma anche l'emergenza epidemia e perfino l'emergenza calamità naturale, per non parlare dell'emergenza immigrazione, vera e propria minaccia allo statuto democratico da combattere o eliminandola, oppure assimilandola, ma mai accettandola per com'è: un'alterità foriera di contraddizione e di superamento.

Se questi sono dunque gli aspetti che predominano sul panorama politico internazionale, in campo locale essi assumano connotazioni particolari e contingenti che tuttavia prefigurano delle costanti comuni. Vediamoli analizzando  lo scenario italiano in rapporto a quello afgano.

(1)
Anche gli addomesticati e addomesticabili opinion maker italiani, hanno dovuto riconoscere che il protagonismo estivo di Umberto Bossi nell'indicare/indirizzare l'agenda politica del governo Berlusconi e della sua maggioranza, è anzitutto un tentativo di smarcarsi dalla crisi di rappresentatività dell'intera casta dei professionisti dei partiti, titillando gli istinti più bassi e triviali del suo corpo elettorale.
Così in vista delle prossime elezioni amministrative del 2010, a fronte di un fisiologico aumento dell'astensionismo (determinato soprattutto dalla questione Abruzzo, più che dai festini del Cavaliere), la Lega Lombarda si connoterà sempre più come la forza politica antisistema, svolgendo in Italia lo stesso ruolo che i talibani svolgono in Afganistan, attirando a sé l'integralismo xenofobo e razzista che la destra politically correct è costretta ad abbandonare a parole, rinvigorendo a gran voce l'appartenenza territoriale come elemento di separazione dal Governo centrale (Roma, anche con Bossi, Maroni e Calderoli nel Consiglio dei ministri, è pur sempre ladrona) e di identità fondamentalista, i cui valori culturali sono ben espressi durante i comizi di Borghezio e nel videogioco elettronico su Facebook del figlio di Bossi, Renzo – «rimbalza il clandestino» (un test per misurare lo spirito del Carroccio contro i barconi di immigrati che tentano di sbarcare nel nostro Paese, a colpi di click del mouse: più ne respingi, più sei leghista ortodosso) –  che fa il paio con quanto dichiarato dal di lui padre a commento della notizia della morte per mancato soccorso dei 75 eritrei al largo di Lampedusa.
Se poi tale rigurgito leghista, con tanto di scuole di dialetto e bandiere regionali, trova soltanto nella lettera promemoria per la celebrazione dei 150 anni dello stato unitario del Presidente Napolitano, l'unico peduncolo istituzionale  capace di opporsi ad una simile deriva morale, spiega assai bene perché il quotidiano dei vescovi italiani, "L'avvenire", (da sempre feroce e accanito oppositore della libertà femminile di gestire il proprio corpo, la propria vita) sia considerato il baluardo dei valori di solidarietà e umanità da tempo non più in auge in Italia.

(2)
Ma è soprattutto sul piano della sicurezza che le dichiarazioni politiche della minoranza leghista del Governo Berlusconi, non sono affatto marginali e neppure questioni di secondaria importanza per il programma della maggioranza. Lo attesta anzitutto il lugubre, disumano e criminale pacchetto sicurezza, che – bisogna riconoscerlo – ha saputo raccogliere quanto di peggio la pratica forcaiola e menefreghista degli italiani,  stillata e propinata dai mezzi d'informazione radiotelevisivi e della carta stampata, in questi ultimi decenni è andata maturando. Un ddl sulla sicurezza che – lo abbiamo più volte scritto su questo settimanale – rende tutti insicuri, perché opporsi praticamente al reato di clandestinità non solo è un atto di umanità nei confronti di tutte quelle persone che lo Stato italiano – negli affollati lager dei Centri di Identificazione ed Espulsione, come sui barconi ammassati di uomini, donne e bambini, volutamente lasciati andare alla deriva – tratta in modo crudele e disumano, ma è un atto nei nostri confronti di persone libere e consapevoli della nostra alterità rispetto a questo Stato, come a tutti gli Stati, al punto che sentirci clandestini, stranieri, diversi, ci inorgoglisce e ci sprona alla dura lotta. A partire dalle forme di resistenza che in questi mesi si stanno, attuando nelle carceri italiane, così come nei Cei dove sono rinchiusi i migranti, luoghi di detenzione e sofferenza del tutto simile alle più sordide galere afgane, iraniane o americane. Ribellarsi, noi tutti clandestini, non solo è giusto: è segno di umanità!

(3)
Purtroppo la gabbia che circonda l'Italia e la fa simile ad una delle tante colonie dell'impero statunitense (non ultima l'Afganistan) avviluppa interamente il territorio attraverso la costante e massiccia militarizzazione motivata e giustificata dall'emergenza, non ultima quella del terremoto in Abruzzo. Emergenza che, quest'autunno, sarà data da un lavoro che non c'è, non c'è mai stato, non c'è più. Ecco allora spiegarsi il motivo delle gabbie (guarda caso) salariali che la Lega Lombarda ha riproposto come azione prioritaria governativa, e che il ministro Sacconi ha riproposto sotto la veste dei salari differenziati da negoziare nelle contrattazioni decentrate al fine di tenere sotto scatto i sindacati e minacciare le aziende, non garantendo loro i promessi sgravi fiscali. Gabbie che, dicevamo, stanno stringendosi anche attorno al mondo scolastico, dapprima bocciato per non saper bocciare e adesso promosso per non saper promuovere. Una scuola che si vuole anticamera del lavoro coatto, che non prepara, ma addomestica, che non responsabilizza, ma avvilisce, umilia, e aliena. Gabbie, infine, che si stringono sempre più negli spazi ai margini del controllo, dove la vita – seppure a fatica – pulsa di affetti, emozioni, sentimenti non omologabili, né tantomeno istituzionalizzabili, e dove affermare la propria diversità di sesso e di genere vuol dire sfidare apertamente il potere con o senza burka, con un bacio fra simili o fra diversi, o con un succulento kebab mangiato per strada a dispetto di tutti i divieti imposti da cuochi nostrani, abituati a fare gli sguatteri "da Silvio".

Perché la cucina sarà rivoluzionaria e succulenta, o non sarà.

gianfranco marelli

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