Dopo il terremoto è arrivata la Protezione civile. Ed
è arrivata con Bertolaso Guido, De Bernardinis Bernardo e tutte
le truppe cammellate al seguito, fornitori e clienti compresi. Il sisma
del 6 aprile – annunciato da 4 mesi di scosse durante i quali la
Protezione civile non ha mosso un dito in tema di Previsione e
Prevenzione – causa morti e rovine, ma mette in ginocchio anche tutte
le istituzioni: una "situazione eccellente" per qualsiasi tipo
d'intervento senza il pericolo di essere disturbati. Come tutte le
storie che si rispettino, anche questa delle «macerie che
scottano» inizia per caso. Le ore sono quelle immediatamente
successive alla scossa del 6 aprile. Lo scenario è un territorio
militarizzato già devastata dal sisma, con le sedi di tribunale,
corte d'appello, caserme, comune, genio civile, ecc. distrutte o
inagibili. A dirigere senza controllo alcuno le operazioni sul terreno
è solo la Protezione civile, che nel caos generale esautora gli
enti locali di ogni potere e disarticola le forze dell'ordine nelle
loro funzioni istituzionali. In questo quadro, Berlusconi tenta di
arginare il primo tsunami in arrivo sulla gestione del post terremoto.
«Se ci sono responsabilità emergeranno - dichiara il
premier – Per favore non perdiamo tempo, cerchiamo di impiegarlo sulla
ricostruzione e non dietro a cose che ormai sono accadute. Quando ci
sono questi eventi – insiste il Cavaliere – c'è chi si rimbocca
le maniche e chi invece si prodiga a ricercare responsabilità.
Io sono diverso, non è nel mio dna. E poi, per indicare
responsabilità ci devono essere prove consistenti».
L'affermazione di Berlusconi è ineccepibile, servono le prove.
Infatti, nel frattempo, tra pasqua e pasquetta qualcuno le prove le sta
facendo sparire a metri cubi, e lo fa a piazza d'Armi con uno
spiegamento eccezionale di uomini e di mezzi. Ma per comprendere il
senso dell'irritazione del premier verso stampa e magistratura bisogna
fare un passo indietro. A pochi giorni dal sisma, il Procuratore di
L'Aquila annuncia l'apertura di un'inchiesta sui crolli di alcuni
edifici, pubblici e privati: Alfredo Rossini dichiara che non ci
sarebbero stati «indagati», ma «arrestati».
È la prima inchiesta, anzi, «una per ogni crollo
sospetto». Solo che, come ricorda Berlusconi, per indagare,
arrestare e condannare servono prove e corpi di reato. Come quelle che
venivano triturate a piazza d'Armi. Migliaia di metri cubi di macerie
prelevate dagli edifici posti sotto inchiesta e triturate senza che
nessuno avesse provveduto prima al loro sequestro. La testata
«Sollevati Abruzzo» denuncia, il tribunale sequestra il
poco rimasto, le operazioni a piazza d'Armi si fermano. Il Procuratore
annuncia un'altra inchiesta su piazza d'Armi, ma forse solo per la
possibile presenza di amianto nei detriti triturati e invita i
cittadini a fornire prove: poi nulla. Intanto una di quelle macchine
tritasassi finisce nell'ex cava Teges «in preparazione», di
nuovo la testata «Sollevati Abruzzo» ne rende pubblica la
presenza e tutto si riblocca.
Così a maggio la Protezione civile investe del problema anche il
Comune, il quale assegna l'appalto proprio alla Teges. Poi revoca la
delibera, scatta l'inchiesta – ed è la seconda sulle macerie – e
così la gestione torna a bomba nelle mani della Protezione
civile. Tiriamo le somme: in ballo un appalto da decine di milioni di
euro, due inchieste sullo smaltimento macerie invece di una, una
macchina tritasassi come filo conduttore, la cava Teges come unico
elemento fisso: sempre la Protezione civile come primo attore.
A. V.