Servi di Marco Rovelli, Feltrinelli, 222 pp. 15 euro
Dopo Lager italiani, Marco Rovelli dedica un altro lavoro al mondo
dell'immigrazione. L'oggetto non sono più i CPT o CIE, le
prigioni per migranti, ma – come recita il sottotitolo del nuovo libro
- il paese sommerso dei clandestini al lavoro. Un'inchiesta dal Sud al
Nord Italia su decine di lavoratori e lavoratrici migranti, quasi
sempre clandestini: braccianti, edili, colf, "badanti", spesso
accomunati da una condizione comune: l'essere servi.
È la storia di chi non esiste per legge, di chi guadagna 10-20
euro per 12 ore di lavoro nei campi, dove gli agrari sono le cosche e
stabiliscono i salari con la minaccia e il terrore. Di chi impasta
calce dall'alba fino al buio nei cantieri delle città della
speculazione edilizia e degli Expo. La storia di chi chiede un aumento,
viene denunciato dal padrone come irregolare e rispedito a casa sugli
aerei di Stato. Di chi lavora anni per ripagare i debiti del viaggio
che lo ha portato in Italia.
Sono vicende, quelle raccontate, intrise di uno sfruttamento che ha
molte facce, le facce di tutti i padroncini e i caporali, più o
meno in alto nella gerarchia e che sembra più forte di ogni
solidarietà di classe. Sono testimonianze delle conseguenze
fisiche di "esternalizzazioni", cooperative, microimprese, piccolo
artigianiato, di tutti quei mezzi utlizzati per frammentare la forza
lavoro.
I migranti sono il cardine dell'economia italiana: i padroni li
vogliono servi, lo stato li disciplina attraverso altre minacce, legali
stavolta, quelle dei CPT, dell'espulsione, della denuncia. Anni fa con
la Turco- Napolitano, poi con la Bossi-Fini ora con i "pacchetti
sicurezza", la strategia è sempre quella: rendere sempre
più labile il confine tra clandestini e regolari. Tutti i
regolari sono potenziali clandestini, basta perdere il lavoro. Per
questo spesso sono costretti a accettare le condizioni più
umilianti. Un libro interessante, non felicissimo nella forma
narrativa, a metà tra romanzesco e giornalistico e un po' troppo
politicamente corretto nei giudizi, ma che ha il pregio di svelare a un
pubblico potenzialmente largo lo sfruttamento dei migranti, oggi, in
Italia.
Hugo