Un'Europa di muri e di gabbie. Muri per fermare profughi e migranti, gabbie per rinchiuderli.
L'ultimo anno è stato terribile. Alle frontiere d'Europa si
combatte ogni giorno. E, ogni giorno, qualcuno muore. Nelle
intercapedini dei Tir, nelle gallerie ferroviarie e nei mari, dove le
onde sono più pietose di militari e trafficanti d'uomini.
Il meccanismo è semplice e atroce. In ultima analisi lo stesso
dei nazisti. La selezione avviene nei paesi d'origine: solo i
più giovani, i più forti, quelli in grado di attraversare
il deserto, lavorare come bestie per pagare il viaggio, reggere la
traversata, arrivano. Poi ci penserà il mercato a scegliere
quelli più flessibili, utili, obbedienti, adattabili.
In Italia chi non ha un contratto di lavoro non ha il diritto a
risiedere legalmente nel nostro paese. Il lavoro che "rende liberi"
ricatta la vita dei lavoratori immigrati, obbligandoli a chinare la
testa. Chi ha le "carte" teme di perderle, chi non le ha rischia ogni
giorno l'espulsione. Così cantieri, fabbriche, campi, case si
sono riempiti di gente di ogni dove che lavora come in Europa non si
lavorava più: sono i braccianti schiavi, gli operai senza
tutele, i badanti senza orario…
E per quelli che non possono o non vogliono stare alle regole, o,
semplicemente "sono di troppo" ecco la galera amministrativa e poi la
deportazione. Un meccanismo ben oliato, che si regge e alimenta con le
continue campagne xenofobe, che attraversano ogni angolo d'Europa.
Leggi razziste sono state emanate dai paesi ricchi per fermare,
imbrigliare, tenere sotto ricatto i poveri in fuga dalla miseria, dalla
fame, dalle persecuzioni, dalle guerre.
L'Italia, confine sud della fortezza europea, è ormai da lunghi anni in prima fila.
Il cammino di chi non ha speranza non può essere arrestato. I
governi lo sanno bene ma preferiscono parlare di "emergenza". La logica
dell'"emergenza" è quella che ha motivato gli interventi armati
in Somalia, Kosovo, Iraq, Afganistan. L'"emergenza" giustifica tutto:
le bombe sui civili e la tortura, l'occupazione militare e la legge
marziale.
Gli ambiti di legittimità si spostano ogni giorno di più in barba agli stessi accordi internazionali.
Con il "pacchetto sicurezza", approvato dal parlamento italiano il 2
luglio di quest'anno, è stato fatto un altro passo verso un
diritto diseguale, in cui non conta quello che fai, ma quello che sei.
È il presupposto di ogni legge razzista. È il presupposto
di ogni stato di polizia. Nel mirino i migranti, i poveri, i senza casa
e chiunque si opponga all'ingiustizia e alla discriminazione.
Militari per le strade, retate sugli autobus, controlli asfissianti e
brutali fanno parte della nostra vita quotidiana. Sono diventati
terribilmente "normali". La normalità del male. Gli autobus
galere messi in campo a Milano per il controllo degli immigrati sono
durati poco. Forse erano troppo anche per stomaci forti. Il Comune
meneghino ha tuttavia voluto sottolineare che "con sommo dispiacere
siamo costretti a farne a meno"… ma ci riproveranno.
La nuova legge ha prolungato a sei mesi la detenzione amministrativa nei CIE – Centri di Identificazione ed Espulsione.
I Centri per i "senza carte" sono l'emblema tragico di una
società spezzata, dove lo scontro sociale ha ceduto il posto
alla guerra tra poveri.
La storia dei Centri, in Italia come nel resto d'Europa, è la
storia di uomini e donne che hanno negli occhi il deserto, le galere
libiche, il mare, i pescherecci che passano senza fermarsi, i militari
che vanno a caccia di uomini.
La vita, la voglia di libertà, la resistenza e la lotta di
migliaia di uomini e donne sono passate da queste galere per poveri.
Negli ultimi mesi nei CIE di tutt'Italia la protesta è dilagata.
L'estensione a sei mesi del periodo di trattenimento nei Centri ha
fatto da detonatore. Dai primi di agosto il ritmo è stato
pressoché quotidiano.
Settimana dopo settimana rivolte, incendi, tentativi di fuga, scioperi
della fame, gente che si fa tagli profondi a braccia e gambe,
suppellettili e materassi distrutti. Poi, puntuale, la repressione:
pestaggi, arresti, sputi, insulti. Quelli che con più forza
hanno lottato per la propria dignità e libertà sono
finiti sotto processo o hanno guadagnato un'espulsione rapida.
Dai centri in tante notti si levano urla. Urla di rabbia e di dolore. Urla nel silenzio. I media tacciono o mentono.
È tempo di rompere il silenzio.
Debole, debole, il lessico della solidarietà e della lotta
comincia a tracciare, sui muri e nelle coscienze, un solco lieve, ma
visibile.
Gli antirazzisti stanno intessendo reti solidali, per amplificare
la voce di chi è messo a tacere, per sostenere le lotte.
Per distruggere muri e gabbie. Muri che rinchiudono uomini e donne
venuti da noi per cercare un'opportunità di vita.
Viviamo tempi grami, tempi feroci e folli, tempi di guerra. La guerra
contro i poveri e gli immigrati, la guerra contro chiunque si opponga
alla barbarie.
Piovono pietre e nessuno può stare al riparo in attesa di tempi
migliori: mettersi in mezzo è un'urgenza ineludibile.
Se non ora, quando? Se non io, chi per me?
Il 14 novembre ci sarà un Day of action contro i centri di detenzione per immigrati.
La giornata è stata promossa dall'IFA – l'Internazionale di Federazioni Anarchiche.
Facciamo appello perché quel giorno - in ogni città - si
svolgano iniziative contro i CIE e il pacchetto sicurezza.
Federazione Anarchica Italiana – Commissione Antirazzista
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