Dopo il tremendo sisma del 6 aprile 2009, compagni e compagne d'area
libertaria e antagonista, militanti del sindacalismo di base e di reti
e coordinamenti di «movimento» e rispetto per i diritti,
hanno iniziato fin da subito ad elaborare analisi ed interventi per far
fronte alla difficile e delicata situazione. L'impegno si è
articolato essenzialmente su due direttrici: quella della
solidarietà concreta e immediata alla popolazione, ed il
conseguente impegno per la ricomposizione del tessuto connettivo e
sociale; quella della proposta di interventi specifici mirati ad
indirizzare le modalità di gestione dell'emergenza sociale e
quindi del progetto ricostruttivo. Da questo punto di vista non
è stato proposto nulla di «sovversivo», anzi, al
contrario, è stata proposta e sostenuta una serie di interventi
che qui definirei al massimo di «welfare straordinario».
Già a metà aprile, a causa della perdita dell'alloggio e
dell'instabilità lavorativa, è stata chiesta la
sospensione dal pagamento dei mutui e degli affitti, di altri crediti e
delle bollette luce-gas-acqua-telefono. Nello stesso documento si
richiedeva anche: che all'alloggiamento in attendamenti subentrasse
entro un mese la sistemazione in casette in legno; lo stanziamento di
fondi urgenti per garantire un reddito minimo di 1.000 euro a tutti
coloro che non percepivano più salario, ai precari/saltuari e ai
disoccupati; la riconferma nella sanità e nella scuola di tutti
i precari e la riassunzione dei licenziati; il congelamento degli
organici nella scuola. D'altro canto, ed in maniera complementare,
è stata con forza richiesta l'elaborazione e la messa in opera
di progetti partecipati e condivisi dalla popolazione per il
consolidamento e la ricostruzione degli edifici con criteri
antisismici; la riedificazione dell'Aquila, dei paesi e dei borghi
circostanti sugli stessi luoghi storico-ambientali-paesaggistici;
l'elaborazione di un «piano del lavoro» straordinario,
volto a garantire la residenzialità della popolazione attiva,
per la ripresa produttiva, dei servizi primari e delle funzioni sociali
impiegando mano d'opera ed intelligenze locali.
Tutto ciò, inquadrato dalle forze di pubblica sicurezza e dalla
protezione civile addirittura come espressione di
«dissenso», è stato fin da subito, e poi in tempi
diversi, minimizzato, ignorato e contrastato.
A questa fa seguito una seconda piattaforma di proposte che oltre, alle
precedenti richieste aveva in sé la definizione concreta delle
priorità e degli aiuti indispensabili e l'elaborazione di un
piano d'intervento capace di dare risposte concrete alle esigenze e ai
bisogni reali dei lavoratori e della popolazione; l'estensione
dell'indennità di disoccupazione di € 800 non solo agli
operatori commerciali, ma a tutti coloro che al 6 aprile 2009 erano in
attività lavorativa ed ora senza lavoro; il ripristino e il
mantenimento del sistema sanitario e assistenziale.
Di tutte queste proposte non ne è stata presa in considerazione neanche una.
Nel cratere la Protezione Civile ha operato per passivizzare e
controllare la popolazione; per prolungare il più possibile lo
«stato d'emergenza», e quindi giustificare la sua presenza,
e, al contempo, per incentivare lo spopolamento. Su un territorio
controllato e spopolato è possibile guadagnare e far guadagnare.
Del miliardo di euro stanziato per il 2009, una somma di più di
500 milioni rappresenta il solo costo della Protezione Civile; per la
ricostruzione e la riqualificazione degli insediamenti abitativi sono
stati stanziato 0 (zero) euro. Il rimanente è andato a finire
nelle tasche di pochi, ed i fondi sono così finiti per
finanziare opere faraoniche non corrispondenti affatto ai reali
bisogni; opere, peraltro, energeticamente e socialmente insostenibili e
degradanti per il territorio. La maggior parte della popolazione
continua ancora a pagare sulla propria pelle il prezzo di questo
gigantesco sciacallaggio di stato.
L'Aquila è da tempo un gigantesco laboratorio, dove, con il
pretesto dell'emergenza, il Dipartimento di Protezione Civile
sperimenta un moderno modello autoritario. Si sperimenta come spopolare
un territorio dei suoi abitanti. Si sperimenta come abbandonare una
intera città sostituendola con decine di piccole new town
disperse in un territorio privato del suo baricentro. Si sperimenta
come disgregare una comunità disperdendola a decine di
chilometri di distanza dai luoghi di origine o rimescolandola in nuovi
aggregati con «graduatorie a punti». Si sperimenta cosa
succede ammassando decine di migliaia di persone, costringendo per mesi
e mesi, a una coabitazione forzata in tenda nuclei familiari diversi.
Si sperimenta come distruggere una economia locale. Si sperimentano
forme di controllo su un'ampia popolazione con il consenso dei singoli
individui. Si sperimenta come eliminare le funzioni di enti locali e
come disarticolare gli altri organi dello stato. Si sperimenta fino a
che punto ci si può spingere con il potere di ordinanza e con
quello di deroga. Si sperimenta la capacità di reazione della
società a tutto questo. Si sperimenta. E soprattutto si fanno
affari, e si propone il «modello Abruzzo» per il resto
d'Italia. A L'Aquila si va oltre il «Metodo Augustus».
Progettato dal geologo Elvezio Galanti e inquadrato dalla legge 225/92,
vi si legge, fra l'altro: «La popolazione è comunque
sempre coinvolta nelle situazioni di crisi [...] Se la sua controparte
istituzionale sarà sufficientemente autorevole e determinata, la
maggior parte dei cittadini sarà disponibile ad abdicare alle
proprie autonomie decisionali, a sottoporsi a privazioni e limitazioni,
ad "ubbidire" alle direttive impartite. [...] Un chiaro piano di
comunicazione [...] permetterà una più agevole
accettazione delle misure adottate. Non solo: qualora il precipitare
degli eventi lo rendesse necessario, sarà più facile
imporre una disciplina più ferrea e chiedere sacrifici
più duri [...]. È inutile perdersi in dettagli poco
importanti, per esempio parlare della reazione incontrollata di una
piccola parte della popolazione, quando la comunità si è
comportata, in generale, in maniera corretta».
La costruzione mediatica a livello nazionale è volta a
presentare come un grande successo l'intervento postsisma; sulle
popolazioni colpite si adottano forme di controllo sociale al limite
della sospensione dello stato di diritto; il giornalista si deve
affidare all'Ufficio Stampa del Dipartimento di Comando e Controllo
della Protezione Civile, deve chiedere autorizzazioni, altrimenti
è quasi impossibile muoversi nei luoghi colpiti e nelle
tendopoli; il dissenso viene minimizzato o ignorato o contrastato.
Per esempio, in occasione della consegna delle casette di legno a Onna
(realizzate dalla Provincia di Trento con fondi della Croce Rossa), chi
contestava Berlusconi e Bertolaso è stato mediaticamente
ignorato, fatte salve poche eccezioni. Nelle integrazioni del Metodo si
trovano indicazioni sull'importanza di affidarsi a giornalisti di
fiducia, sulla necessità di guidare i media nella produzione di
informazione, su come scrivere i comunicati stampa.
La tecnica, a L'Aquila, viene applicata alla lettera. Per esempio,
sugli sfollati di Piazza d'Armi che non lasciano il campo per non
essere allontanati dalla città e che sono stati lasciati privi
di qualunque forma di assistenza, la Protezione Civile argomenta:
«I supposti sfollati abbandonati nella ex tendopoli di Piazza
d'Armi sono coloro che hanno rifiutato di lasciare l'area pur avendo
avuto la certezza di sistemazioni alternative e molto più
confortevoli».
La strategia di comunicazione della Protezione Civile, complice un
giornalismo che sembra allineato o disattento, è utile allo
scopo di nascondere errori e fallimenti a scapito di una corretta
informazione che non può non segnalare quanto accade veramente
nel cratere, dove sono sistematicamente ignorate indicazioni ben
più importanti del metodo Augustus. Per esempio: «evitare
lo spostamento delle famiglie interessate da un evento calamitoso dai
luoghi di abituale residenza». In Abruzzo tutta l'azione è
stata finalizzata allo spopolamento del territorio. Dal modello
Augustus a quello Bertolaso: a L'Aquila si può.
E ormai all'Aquila è tutto emergenza: è emergenza
rifiuti, emergenza viabilità, emergenza ricostruzioni, emergenza
affitti.
È emergenza freddo.
Sintesi corrispondenze