È certo che attraversiamo tempi bui, che viviamo in un
contesto che sembra avere smarrito ogni senso della misura, con
un'opinione pubblica indifferente allo stravolgimento delle regole
più elementari di una civile convivenza, insensibile persino
alla violenza di un regime che riduce drasticamente gli spazi di
libertà ed eleva a sistema la tutela dei privilegi più
indecenti. Insomma un sistema di potere che ha trasformato la
società italiana in una sorta di metastasi cancerosa in un
contesto internazionale che, se non è certo esaltante, almeno
non ha perso del tutto il senso della decenza.
Ecco il punto: l'Italia, attualmente, per il governo che esprime e per
la maggioranza che lo sostiene, è un paese impresentabile,
indecente, appunto.
Questa constatazione, difficilmente contestabile, pone anche a noi
anarchici problemi che vanno al di là dell'indignazione
sacrosanta per le leggi liberticide, spesso odiose e profondamente
amorali, che il nostro parlamento quasi quotidianamente emette. Pone,
questa constatazione, a noi anarchici, soprattutto l'esigenza di
riprendere il filo di un discorso politico a tutto tondo, che affondi
le sue radici sullo stato di salute assai precario di una
comunità, quella di lingua italiana, affascinata, almeno nella
sua maggioranza, dagli exploit di un ricco cialtrone, afflitto da
severe devianze, che personifica le caratteristiche di un dittatorello
a metà strada tra la volgarità di un crapulone da
farsa e il protagonista di un racconto mal riuscito del marchese de
Sade.
Quello che voglio dire è che il vulnus principale del nostro
vivere quotidiano non è costituito soltanto da Berlusconi, ma da
tutto un contesto che consente l'emersione di un personaggio come lui e
che di lui imita i tratti.
È di questo che dobbiamo occuparci, visto che destra e sinistra
dello schieramento politico italiano siedono alla stessa tavola e, al
di là di qualche timida riserva su alcune portate,
mostrano di gradire tutto il resto.
Così il compito degli anarchici o, almeno, il loro compito
prioritario, è quello assai difficile di ricostituire un tessuto
civile, prima ancora che sociale, nel quale l'individuo sia permeabile
almeno al buon senso, ad una visione non distorta della convivenza,
convenendo che esistono valori, non ideologici né
cristallizzati, senza i quali qualsiasi forma di aggregazione non
barbarica è impossibile.
E questo perché nella comunità italiana si vanno
consolidando convinzioni assai pericolose, non nuove nella storia del
nostro tormentato paese e che hanno sempre costituito preludio per
svolte dittatoriali di incalcolabili conseguenze.
La prima di queste convinzioni, ancora non espressa esplicitamente, ma
largamente praticata, è che il potere politico non debba avere
confini e che chi lo detiene non debba essere ostacolato da
vincoli o controlli di sorta. E si tenta di legittimare questa
concezione da profondo Medio Evo con la distorta interpretazione
dell'investitura popolare, quasi che un esito elettorale,
personalizzato contro ogni dettato costituzionale, possa porre il
"monarca eletto" al di sopra di ogni regola morale o giuridica.
Nel porsi come si pone, e al di là delle sue affermazioni
più grottesche, Berlusconi vellica il vizietto di larga parte
della società italiana (borghese e non) di rispettare le regole
solo se sono compatibili con i propri interessi e le proprie vocazioni
comportamentali, nell'esaltazione di un'egoistica concezione della
libertà individuale che confina spesso con la legittimazione
dell'arbitrio e della violenza.
È superfluo sottolineare che questa distorta concezione della
convivenza sia alla base di quanto di più odioso rivela oggi la
società italiana. In prima istanza il razzismo che caratterizza
non soltanto i rapporti con gli immigrati che premono ai nostri confini
ma anche con connazionali che popolano le regioni del Mezzogiorno e
che, per esigenze di sopravvivenza, sono costretti ad abbandonare le
loro case e i loro affetti per cercare fortuna altrove.
Poi la violenza generalizzata contro tutti coloro che disturbano il
perbenismo di facciata di una borghesia ignorante e sonnolenta,
incapace di leggere correttamente le emergenze di un mondo che una
globalizzazione non controllata ha trasformato in una gigantesca arena
di conflitti. Così si inasprisce il livore contro coloro che
disturbano la nostra quiete (reale o presunta che sia), contro i
diversi di pelle, gli omosessuali, gli zingari e i poveri che, espulsi
dal lavoro e dai consumi, popolano sempre più numerosi le
periferie delle nostre metropoli.
Se questa è la deriva che ha imboccato la società
italiana, a noi anarchici si pone il problema di sgombrare il campo da
distinguo e incertezze che hanno sin qui prevalso nel nostro dibattito.
Siamo d'accordo: noi siamo contro ogni potere e ci sono indifferenti le
sorti delle istituzioni, ma, in una situazione come quella attuale,
queste affermazioni di principio equivalgono all'abbaiare alla luna.
Non si tratta ormai di marcare la nostra estraneità ad un
assetto politico riconoscibile e strutturato secondo regole coerenti.
Si tratta di affrontare un regime autoreferenziale che pretende di
ridurci in schiavitù con l'intimidazione e con la violenza. La
crescita esponenziale delle manifestazioni di xenofobia, di
omofobia e di intolleranza verso ogni forma di dissenso prefigurano
scenari di neonazismo impressionanti. Neppure il fascismo era andato
tanto oltre nel ridurre ad encefalogramma piatto le
capacità di un popolo già di per sé non
reattivo e irrazionalmente scettico.
Nella Germania di Hitler, più ancora che nell'Italia di
Mussolini, la pressione intimidatrice del regime represse ogni forma di
opposizione e indusse a severa autocensura quelle poche voci critiche
che ancora resistevano. Ne nacque quella mostruosa macchina di
oppressione e di violenza che fu il nazismo, fonte di una tragedia
mondiale di cui ancora non si sono rimarginate tutte le ferite.
Contro il fascismo, che del nazismo costituì relativamente la
culla, i nostri compagni (e maestri) di allora elevarono le barricate.
Cercarono alleanze con quelle forze che, pur non essendo anarchiche,
nutrivano aspirazioni libertarie e antifasciste. Camillo Berneri
intrattenne rapporti con gli esponenti principali di un antifascismo
intransigente: Carlo e Nello Rosselli di Giustizia e
Libertà, con i quali finì col condividere l'esilio a
Parigi, e il Piero Gobetti di Rivoluzione Liberale, che, sul
versante di una democrazia liberale, osteggiò senza riserve
l'avvento e il consolidamento del regime.
Ho la sensazione che il movimento anarchico italiano nel suo complesso
sottovaluti la gravità della situazione attuale. Sono convinto
che il degrado politico-giuridico del sistema, sempre più
colluso con la criminalità organizzata, indulgente con le
arroganze dei potenti e indifferente verso le sorti di chi stenta a
campare, non sia stato finora un segnale sufficiente per elevare il
nostro livello di guardia. Le ronde, le squadracce che bastonano gli
omosessuali, lo scempio della dignità della donna, avvilita e
offesa dall'immagine che di essa traspare nei mezzi di informazione e
di intrattenimento e poi ancora il degrado ambientale aggravato per
offrire sponde alla speculazione e al malaffare, questi fatti ed altri
che potremmo continuare ad elencare sono sintomi di una malattia
profonda dell'intera società italiana, che rischia di rimanere
preda arrendevole del primo capopopolo che promette ordine ed
efficienza.
Come tutti sanno, non sarebbe la prima volta che una svolta del genere coinvolge il Paese.
Io credo che alcuni di noi non condividano questo quadro allarmante
della situazione italiana. Si pensa che Berlusconi sia un uomo come
tutti gli altri e che, come tutti gli altri uomini, compia a parabola
il suo percorso e sia già in fase discendente. Ciò che
rimarrà – si dice – sarà una democrazia oligarchica,
inserita in un contesto internazionale che, bene o male, ne
regolerà i ritmi di sviluppo in un sistema di regole condivise.
Io, invece, sono convinto che la deriva autoritaria nel nostro paese
sia destinata a durare, anche per la disfatta delle forze
(potenzialmente) d'opposizione, incapaci non solo di arginare lo
strapotere dell'attuale maggioranza, ma anche di riuscire a coinvolgere
i propri elettori in un progetto politico credibile.
A noi anarchici – secondo la mia visione della situazione – incombe
l'onere, intanto di elevare, e di molto, il livello della militanza
antifascista, poi di aprire le nostre sedi a dibattiti pubblici sui
problemi complessivi della società, primo fra tutti quello di
sgomberare il campo da uomini e politiche che sono all'origine di tutti
i nostri guai.
È chiaro che è un compito che richiede il contributo di
altre forze, di soggetti di estrazione diversa dalla nostra ma non
incompatibile con alcune delle nostre istanze. Dobbiamo, quindi,
rompere l'isolamento e dissipare le diffidenze che si nutrono nei
nostri riguardi, nella consapevolezza che vi sono donne ed uomini che
avvertono i nostri stessi disagi e che, sino adesso – molto per colpa
nostra - non ci hanno incrociato.
Per raggiungere questi obiettivi (minimi), è necessario (e
urgente) rafforzare lo stato dei nostri assetti organizzativi, i soli
ad essere in grado di offrirci una visibilità non episodica (e
spesso malevolmente folklorica) e un megafono che faccia giungere la
nostra voce in ogni angolo della Penisola.
Antonio Cardella