Umanità Nova, n.40 del 15 novembre 2009, anno 89

informAzione - 1


Torino. Case occupate e centri sociali sotto attacco

I media martellano da mesi e mesi. Lega Nord e PdL – ogni volta che case occupate, centri sociali, studenti, anarchici scendono in piazza a manifestare - fanno pressione perché il sindaco Chiamparino sgomberi tutti. Chiamparino gioca il gioco dello scaricabarile, dichiarando a più riprese che il comune ha richiesto da tempo la "liberazione" degli immobili di sua proprietà e che la decisione è in mano alla Prefettura che tentenna perché teme disordini gravi se venissero sgomberati i posti "storici" della città.
Dopo la distruzione del gazebo leghista in piazza Castello il 28 ottobre il clima si è fatto incandescente, nonostante l'episodio sia stato del tutto banale. Quel giorno in piazza S. Carlo si erano piazzati i fascisti di Casa Pound mentre in piazza Castello stazionavano i leghisti per protestare contro una microclinica per senza carte aperta al Gabrio. In mattinata, al Balon c'era stato un presidio degli squatter per protestare contro lo sgombero della Velena avvenuto pochi giorni prima. Anarchici, (post) autonomi e (post)disobbedienti hanno provato a far sloggiare quelli di Casa Pound, che protetti dalla polizia, si sono spostati. È stata poi la volta dei leghisti: gazebo divelto e striscione contro la microclinica distrutto. I leghisti hanno risposto brandendo cinghie e bastoni improvvisati. La polizia ha fatto una microcarica e il figlio del famigerato Carossa, della compagine dei giovani padani, è finito a terra.
I media si sono scatenati mentre la Lega invocava a gran voce sgomberi e mano dura. I fascisti si offrivano di trasformare in loro sedi gli squat sgomberati mentre il sindaco dichiarava il pieno appoggio alle scelte del Comitato per l'ordine e la sicurezza.
La risposta delle case occupate non si è fatta attendere e in un comunicato diffuso in rete hanno dichiarato che "ad ogni sgombero seguirà un ingombro".
Sabato 7 novembre all'Asilo Squat, una delle case più vecchie di Torino, oggi a serio rischio di sgombero si è tenuta una affollata assemblea.
Nel corso dell'assemblea si sono evidenziate due posizioni nettamente divaricate: quella dei (post) autonomi dell'Askatasuna più propensi ad una tattica attendista e propensi a cercare la trattativa e quella degli squatter e della FAI torinese, convinti che per cercare di prevenire ed arginare l'offensiva repressiva occorresse sviluppare iniziative di informazione e lotta.
La prima risposta è stata immediata: un corteo spontaneo che si è radunato al Balon e, da lì, si è mosso verso piazza Palazzo di Città, sede del comune di Torino. Lì, nonostante la fitta blindatura poliziesca, ha sostato per oltre un'ora.
Il giorno successivo l'appuntamento era al Barocchio per un'ulteriore assemblea. Dopo un dibattito intenso e partecipato sono state messe in cantiere numerose iniziative. La presenza davanti al comune in occasione delle interrogazioni sugli sgomberi per il giorno successivo, un concerto, presenze a sorpresa in città e, infine, un grande corteo contro gli sgomberi sabato 19 dicembre.
Lunedì 10 dicembre si è tenuto un presidio musicale davanti al comune tra mezzogiorno e l'una e, sempre lì, ma in serata una grigliata di sgom(b[e])ri.
Chi vuole sgomberare non avrà vita facile sotto la Mole.

Ma. Ma.

Torino. Fronte del CIE, resistenza e arresti

Torino, CIE corso Brunelleschi. Due settimane di ordinaria follia.
27 ottobre. A metà pomeriggio un immigrato brasiliano viene prelevato dalla polizia. È il suo giorno ma nessuno gli ha detto niente, nemmeno un minuto di preavviso. Lo portano via con quello che ha addosso, in tuta e ciabatte. Gli infliggono anche una scarica di manganellate.
In serata i reclusi rifiutano il cibo, lo gettano a terra. Verso mezzanotte dichiarano che non intendono dormire. Alcuni solidali all'esterno scoppiano petardi, urlano libertà. Anche dentro gridano e tirano ortaggi e frutta ai militari che si avvicinano minacciosi alle gabbie. Gli uomini in divisa si vendicheranno poi su quelli che escono per ritirare la terapia.
28 ottobre. Continua nel CIE lo sciopero della fame. Intorno alle sei di sera la protesta si fa rumorosa: battiture e grida. La polizia un po' blandisce, un po' minaccia. Quando riescono ad entrare distribuiscono manganellate e rompono qualche cellulare.
2 novembre. Premessa. Mimì, un ragazzo marocchino approdato al CIE di Torino all'inizio di settembre, l'11 viene pestato dagli alpini, sotto gli occhi della Croce Rossa che si rifiuta di curarlo. Intorno al 26 settembre riesce a sporgere denuncia contro chi lo ha picchiato. Per ben due settimane, da solo, fa lo sciopero della fame per essere liberato, dopo che il giudice di pace ha deciso di prolungare la sua detenzione di altri due mesi.
Il 2 novembre Mimì Hisham viene messo in isolamento con un pretesto: lui per protesta inghiotte shampoo e chiodi. Quelli della CRI rifiutano di curarlo e lo ricattano per spingerlo a ritirare la denuncia contro gli alpini, perché la sua storia, raccontata dal quotidiano Epolis, ha ormai oltrepassato le mura dei CIE e gli spazi angusti dell'informazione antirazzista. Lui tiene duro e dopo ore viene portato in ospedale. Il giorno dopo sono obbligati e riportarcelo perché accusa lancinanti dolori all'addome: al pronto gli prescrivono un lassativo.
3 novembre. Visita al CIE del console algerino, venuto a decidere quali tra gli "ospiti" debbano essere deportati nel suo paese. Molti reclusi decidono di non presentarsi spontaneamente all'incontro. La polizia risponde entrando nella camerate e pestando qua e là chi capitava a tiro.
4 novembre. La protesta dilaga per oltre sei ore. Un recluso da poco trasferito da via Corelli a Milano, per punire la sua lingua troppo lunga nel denunciare le condizioni di vita nei CIE, in preda alla disperazione si taglia e ingoia ferri. Solo dopo le telefonate di pressione dall'esterno lo portano in infermeria. Intorno alle 23 i prigionieri che già da un'oretta gridavano iniziano a spaccare tutto quello che possono: alla fine anche una parete interna va giù.
L'uomo che si era tagliato prima si taglia nuovamente alla gola e viene portato in ospedale.
A mezzanotte polizia e carabinieri (150 uomini in tutto) circonda le gabbie e minaccia la carica. Dopo lunghi momenti di tensione viene stretto un accordo: ad entrare saranno solo i vigili del fuoco incaricati di mettere in sicurezza il muro abbattuto e personale femminile della CRI.
5 novembre. La polizia in mattinata entra nel centro per una perquisizione con cani che si conclude senza altri problemi. Il prigioniero che si era tagliato si taglia ancora e viene riportato in ospedale. Non è in buone condizioni ma in serata viene dimesso.
6 novembre. La situazione è incandescente. Gli alpini minacciano Adel, che un mese e mezzo prima aveva provato a scappare con altri due e si era guadagnato solo una buona dose di legnate, per le quali aveva sporto denuncia. Gli alpini che lo hanno pestato sono gli stessi che lo portano in isolamento. Gli altri reclusi subito spaccano tutti i vetri, ammucchiano i materassi e gridano forte. Fuori c'è un presidio di antirazzisti. Quando la situazione pare tornata calma la polizia fa irruzione e prende Adel ed altri due, li pesta e li arresta e li porta al carcere delle Vallette. La prima udienza del processo per direttissima è fissata per lunedì 9 novembre.
Nella notte del 5 sotto i colpi dei prigionieri era venuto giù anche un muro. Purtroppo era solo un muro esterno. Prima o poi dovranno venir giù anche le pareti di questa galera per senza carte, clandestini, immigrati poveri destinati alla deportazione in paesi dove la guerra, la fame, la repressione mordono la vita di tanti. Di troppi.
Ogni notte dalle gabbie dei senza carte si levano urla. Urla nel silenzio. Per quanto ancora?

Ma. Ma.

Bologna. Donne contro il CIE

Mentre l'Italia razzista celebrava, con la festa delle forze armate, le infinite missioni di guerra fatte in nome della "democrazia", il pomeriggio del 4 novembre un presidio itinerante di femministe e lesbiche partiva dal centro della città verso il Cie di via Mattei a Bologna, come già avvenuto il 13 ottobre in concomitanza con la sentenza del processo contro "le rivoltose e i rivoltosi" del Cie di via Corelli a Milano. "Noi non siamo complici!", questa è la firma con cui abbiamo indetto questo nuovo presidio itinerante per denunciare alla città le vessazioni, le violenze e gli stupri che avvengono nei lager per migranti [...]
Le donne migranti, sfruttate e molestate nei luoghi di lavoro e nelle italiche case, vivono, infatti, sotto il ricatto costante della deportazione nei Cie e della conseguente espulsione, mentre le attuali leggi razziste – dissimulate sotto il nome di "pacchetto sicurezza" – garantiscono la legittimità e l'impunità della violenza di stato.
Nelle tante iniziative, importanti e necessarie, che il 4 novembre si sono svolte in tutta Italia per dire no alla guerra e alle sue logiche – che, dietro la "lotta al terrorismo e al fondamentalismo" e ancora una volta in nome di "noi donne", nascondono nuove forme di aggressione neocolonialiste – il nostro presidio itinerante ha affermato con forza che le guerre non sono soltanto altrove ma anche qui, in Italia.
Armate di microfono, cartelli in cui affermavamo "meno Cie = meno stupri", slogan e interventi in più lingue, abbiamo ribadito ancora una volta la nostra volontà di non essere complici del razzismo istituzionale e la nostra attiva solidarietà con le donne migranti che si ribellano dentro e fuori dai Cie. Presto torneremo di nuovo in strada e sotto al Cie per continuare a rompere l'isolamento delle tante Joy ed Hellen che si ribellano ai ricatti sessuali e alle violenze da parte dei loro aguzzini nei Cie e dare sostegno e solidarietà fattiva a tutte quelle donne migranti – come Kante, Salmata, Raya, Fatima, Vira e le tante che sono restate senza nome – che dentro e fuori i Cie subiscono le pesanti conseguenze di un razzismo istituzionale e diffuso sempre più violento. Sappiamo che in altre città gruppi di compagne si stanno muovendo nella stessa direzione e siamo sempre più convinte dell'urgenza di moltiplicare queste azioni in tutti i territori.
Stiamo lavorando in ambito locale perché il prossimo 25 novembre – giornata mondiale contro la violenza sulle donne – diventi espressione visibile e determinata della rottura di ogni complicità con il sessismo razzista e con tutte quelle forme di suprematismo – anche "femminista" – che riducono l'altra, la "straniera", al ruolo di vittima sottomessa senza mettere in discussione le nostre connivenze col razzismo e la violenza di stato.
Invitiamo le compagne, femministe e lesbiche, a promuovere per il 25 novembre, nei luoghi e nelle città in cui viviamo, iniziative contro i Cie per abbattere il muro d'omertà e rendere pubbliche le violenze che avvengono fra quelle "quattro mura" concentrazionarie dietro la copertura della nostra "sicurezza".
Noi non siamo complici!

RedB

Firenze. Arrestato un antifascista

Dopo i fatti di Domenica 11 a Pistoia, la repressione colpisce nuovamente  a Firenze. Venerdì 6 novembre, la procura fiorentina con l'ennesima operazione arbitraria, ha perquisito le case di numerosi compagni, deportandoli poco dopo nei locali della polizia scientifica. Al termine delle operazioni molti compagni sono stati denunciati a piede libero e uno è finito in isolamento nel carcere di Sollicciano. Le imputazioni vanno da detenzione di presunti esplosivi, ai rapporti di solidarietà internazionale, alle iniziative contro la presenza dei fascisti in città e provincia; il tutto condito con l'immancabile aggravante di terrorismo. Le indagini sarebbero da mettere in relazione con fatti avvenuti nei mesi scorsi a Firenze. Come rete antifascista pistoiese esprimiamo il massimo della solidarietà ai compagni fiorentini colpiti dall'ennesimo atto repressivo, e notiamo come nuovamente, le procure si dimostrano complici nel colpire in maniera violenta tutti quei soggetti che lottano quotidianamente contro i meccanismi di sfruttamento e oppressione, fabbricando prove ed imbastendo procedimenti, con l'obbiettivo chiaro di fiaccare le energie e la resistenza dei compagni. A pochi giorni dall'incontro che Forza Nuova vorrebbe tenere nella città di Dante si colpiscono le realtà antifasciste, con l'obbiettivo - tra l'altro- di garantire agibilità ai camerati. La stretta autoritaria, che da anni si sta facendo sempre più soffocante, si sta trasformando velocemente in stato di polizia, anticamera più prossima della dittatura, e questo che lo si voglia vedere o meno […] Mannu libero!

Rete Antifascista Pistoia

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