I media martellano da mesi e mesi. Lega Nord e PdL – ogni volta che
case occupate, centri sociali, studenti, anarchici scendono in piazza a
manifestare - fanno pressione perché il sindaco Chiamparino
sgomberi tutti. Chiamparino gioca il gioco dello scaricabarile,
dichiarando a più riprese che il comune ha richiesto da tempo la
"liberazione" degli immobili di sua proprietà e che la decisione
è in mano alla Prefettura che tentenna perché teme
disordini gravi se venissero sgomberati i posti "storici" della
città.
Dopo la distruzione del gazebo leghista in piazza Castello il 28
ottobre il clima si è fatto incandescente, nonostante l'episodio
sia stato del tutto banale. Quel giorno in piazza S. Carlo si erano
piazzati i fascisti di Casa Pound mentre in piazza Castello
stazionavano i leghisti per protestare contro una microclinica per
senza carte aperta al Gabrio. In mattinata, al Balon c'era stato un
presidio degli squatter per protestare contro lo sgombero della Velena
avvenuto pochi giorni prima. Anarchici, (post) autonomi e
(post)disobbedienti hanno provato a far sloggiare quelli di Casa Pound,
che protetti dalla polizia, si sono spostati. È stata poi la
volta dei leghisti: gazebo divelto e striscione contro la microclinica
distrutto. I leghisti hanno risposto brandendo cinghie e bastoni
improvvisati. La polizia ha fatto una microcarica e il figlio del
famigerato Carossa, della compagine dei giovani padani, è finito
a terra.
I media si sono scatenati mentre la Lega invocava a gran voce sgomberi
e mano dura. I fascisti si offrivano di trasformare in loro sedi gli
squat sgomberati mentre il sindaco dichiarava il pieno appoggio alle
scelte del Comitato per l'ordine e la sicurezza.
La risposta delle case occupate non si è fatta attendere e in un
comunicato diffuso in rete hanno dichiarato che "ad ogni sgombero
seguirà un ingombro".
Sabato 7 novembre all'Asilo Squat, una delle case più vecchie di
Torino, oggi a serio rischio di sgombero si è tenuta una
affollata assemblea.
Nel corso dell'assemblea si sono evidenziate due posizioni nettamente
divaricate: quella dei (post) autonomi dell'Askatasuna più
propensi ad una tattica attendista e propensi a cercare la trattativa e
quella degli squatter e della FAI torinese, convinti che per cercare di
prevenire ed arginare l'offensiva repressiva occorresse sviluppare
iniziative di informazione e lotta.
La prima risposta è stata immediata: un corteo spontaneo che si
è radunato al Balon e, da lì, si è mosso verso
piazza Palazzo di Città, sede del comune di Torino. Lì,
nonostante la fitta blindatura poliziesca, ha sostato per oltre un'ora.
Il giorno successivo l'appuntamento era al Barocchio per un'ulteriore
assemblea. Dopo un dibattito intenso e partecipato sono state messe in
cantiere numerose iniziative. La presenza davanti al comune in
occasione delle interrogazioni sugli sgomberi per il giorno successivo,
un concerto, presenze a sorpresa in città e, infine, un grande
corteo contro gli sgomberi sabato 19 dicembre.
Lunedì 10 dicembre si è tenuto un presidio musicale
davanti al comune tra mezzogiorno e l'una e, sempre lì, ma in
serata una grigliata di sgom(b[e])ri.
Chi vuole sgomberare non avrà vita facile sotto la Mole.
Ma. Ma.
Torino, CIE corso Brunelleschi. Due settimane di ordinaria follia.
27 ottobre. A metà pomeriggio un immigrato brasiliano viene
prelevato dalla polizia. È il suo giorno ma nessuno gli ha detto
niente, nemmeno un minuto di preavviso. Lo portano via con quello che
ha addosso, in tuta e ciabatte. Gli infliggono anche una scarica di
manganellate.
In serata i reclusi rifiutano il cibo, lo gettano a terra. Verso
mezzanotte dichiarano che non intendono dormire. Alcuni solidali
all'esterno scoppiano petardi, urlano libertà. Anche dentro
gridano e tirano ortaggi e frutta ai militari che si avvicinano
minacciosi alle gabbie. Gli uomini in divisa si vendicheranno poi su
quelli che escono per ritirare la terapia.
28 ottobre. Continua nel CIE lo sciopero della fame. Intorno alle sei
di sera la protesta si fa rumorosa: battiture e grida. La polizia un
po' blandisce, un po' minaccia. Quando riescono ad entrare
distribuiscono manganellate e rompono qualche cellulare.
2 novembre. Premessa. Mimì, un ragazzo marocchino approdato al
CIE di Torino all'inizio di settembre, l'11 viene pestato dagli alpini,
sotto gli occhi della Croce Rossa che si rifiuta di curarlo. Intorno al
26 settembre riesce a sporgere denuncia contro chi lo ha picchiato. Per
ben due settimane, da solo, fa lo sciopero della fame per essere
liberato, dopo che il giudice di pace ha deciso di prolungare la sua
detenzione di altri due mesi.
Il 2 novembre Mimì Hisham viene messo in isolamento con un
pretesto: lui per protesta inghiotte shampoo e chiodi. Quelli della CRI
rifiutano di curarlo e lo ricattano per spingerlo a ritirare la
denuncia contro gli alpini, perché la sua storia, raccontata dal
quotidiano Epolis, ha ormai oltrepassato le mura dei CIE e gli spazi
angusti dell'informazione antirazzista. Lui tiene duro e dopo ore viene
portato in ospedale. Il giorno dopo sono obbligati e riportarcelo
perché accusa lancinanti dolori all'addome: al pronto gli
prescrivono un lassativo.
3 novembre. Visita al CIE del console algerino, venuto a decidere quali
tra gli "ospiti" debbano essere deportati nel suo paese. Molti reclusi
decidono di non presentarsi spontaneamente all'incontro. La polizia
risponde entrando nella camerate e pestando qua e là chi
capitava a tiro.
4 novembre. La protesta dilaga per oltre sei ore. Un recluso da poco
trasferito da via Corelli a Milano, per punire la sua lingua troppo
lunga nel denunciare le condizioni di vita nei CIE, in preda alla
disperazione si taglia e ingoia ferri. Solo dopo le telefonate di
pressione dall'esterno lo portano in infermeria. Intorno alle 23 i
prigionieri che già da un'oretta gridavano iniziano a spaccare
tutto quello che possono: alla fine anche una parete interna va
giù.
L'uomo che si era tagliato prima si taglia nuovamente alla gola e viene portato in ospedale.
A mezzanotte polizia e carabinieri (150 uomini in tutto) circonda le
gabbie e minaccia la carica. Dopo lunghi momenti di tensione viene
stretto un accordo: ad entrare saranno solo i vigili del fuoco
incaricati di mettere in sicurezza il muro abbattuto e personale
femminile della CRI.
5 novembre. La polizia in mattinata entra nel centro per una
perquisizione con cani che si conclude senza altri problemi. Il
prigioniero che si era tagliato si taglia ancora e viene riportato in
ospedale. Non è in buone condizioni ma in serata viene dimesso.
6 novembre. La situazione è incandescente. Gli alpini minacciano
Adel, che un mese e mezzo prima aveva provato a scappare con altri due
e si era guadagnato solo una buona dose di legnate, per le quali aveva
sporto denuncia. Gli alpini che lo hanno pestato sono gli stessi che lo
portano in isolamento. Gli altri reclusi subito spaccano tutti i vetri,
ammucchiano i materassi e gridano forte. Fuori c'è un presidio
di antirazzisti. Quando la situazione pare tornata calma la polizia fa
irruzione e prende Adel ed altri due, li pesta e li arresta e li porta
al carcere delle Vallette. La prima udienza del processo per
direttissima è fissata per lunedì 9 novembre.
Nella notte del 5 sotto i colpi dei prigionieri era venuto giù
anche un muro. Purtroppo era solo un muro esterno. Prima o poi dovranno
venir giù anche le pareti di questa galera per senza carte,
clandestini, immigrati poveri destinati alla deportazione in paesi dove
la guerra, la fame, la repressione mordono la vita di tanti. Di troppi.
Ogni notte dalle gabbie dei senza carte si levano urla. Urla nel silenzio. Per quanto ancora?
Ma. Ma.
Mentre l'Italia razzista celebrava, con la festa delle forze armate,
le infinite missioni di guerra fatte in nome della "democrazia", il
pomeriggio del 4 novembre un presidio itinerante di femministe e
lesbiche partiva dal centro della città verso il Cie di via
Mattei a Bologna, come già avvenuto il 13 ottobre in
concomitanza con la sentenza del processo contro "le rivoltose e i
rivoltosi" del Cie di via Corelli a Milano. "Noi non siamo complici!",
questa è la firma con cui abbiamo indetto questo nuovo presidio
itinerante per denunciare alla città le vessazioni, le violenze
e gli stupri che avvengono nei lager per migranti [...]
Le donne migranti, sfruttate e molestate nei luoghi di lavoro e nelle
italiche case, vivono, infatti, sotto il ricatto costante della
deportazione nei Cie e della conseguente espulsione, mentre le attuali
leggi razziste – dissimulate sotto il nome di "pacchetto sicurezza" –
garantiscono la legittimità e l'impunità della violenza
di stato.
Nelle tante iniziative, importanti e necessarie, che il 4 novembre si
sono svolte in tutta Italia per dire no alla guerra e alle sue logiche
– che, dietro la "lotta al terrorismo e al fondamentalismo" e ancora
una volta in nome di "noi donne", nascondono nuove forme di aggressione
neocolonialiste – il nostro presidio itinerante ha affermato con forza
che le guerre non sono soltanto altrove ma anche qui, in Italia.
Armate di microfono, cartelli in cui affermavamo "meno Cie = meno
stupri", slogan e interventi in più lingue, abbiamo ribadito
ancora una volta la nostra volontà di non essere complici del
razzismo istituzionale e la nostra attiva solidarietà con le
donne migranti che si ribellano dentro e fuori dai Cie. Presto
torneremo di nuovo in strada e sotto al Cie per continuare a rompere
l'isolamento delle tante Joy ed Hellen che si ribellano ai ricatti
sessuali e alle violenze da parte dei loro aguzzini nei Cie e dare
sostegno e solidarietà fattiva a tutte quelle donne migranti –
come Kante, Salmata, Raya, Fatima, Vira e le tante che sono restate
senza nome – che dentro e fuori i Cie subiscono le pesanti conseguenze
di un razzismo istituzionale e diffuso sempre più violento.
Sappiamo che in altre città gruppi di compagne si stanno
muovendo nella stessa direzione e siamo sempre più convinte
dell'urgenza di moltiplicare queste azioni in tutti i territori.
Stiamo lavorando in ambito locale perché il prossimo 25 novembre
– giornata mondiale contro la violenza sulle donne – diventi
espressione visibile e determinata della rottura di ogni
complicità con il sessismo razzista e con tutte quelle forme di
suprematismo – anche "femminista" – che riducono l'altra, la
"straniera", al ruolo di vittima sottomessa senza mettere in
discussione le nostre connivenze col razzismo e la violenza di stato.
Invitiamo le compagne, femministe e lesbiche, a promuovere per il 25
novembre, nei luoghi e nelle città in cui viviamo, iniziative
contro i Cie per abbattere il muro d'omertà e rendere pubbliche
le violenze che avvengono fra quelle "quattro mura" concentrazionarie
dietro la copertura della nostra "sicurezza".
Noi non siamo complici!
RedB
Dopo i fatti di Domenica 11 a Pistoia, la repressione colpisce
nuovamente a Firenze. Venerdì 6 novembre, la procura
fiorentina con l'ennesima operazione arbitraria, ha perquisito le case
di numerosi compagni, deportandoli poco dopo nei locali della polizia
scientifica. Al termine delle operazioni molti compagni sono stati
denunciati a piede libero e uno è finito in isolamento nel
carcere di Sollicciano. Le imputazioni vanno da detenzione di presunti
esplosivi, ai rapporti di solidarietà internazionale, alle
iniziative contro la presenza dei fascisti in città e provincia;
il tutto condito con l'immancabile aggravante di terrorismo. Le
indagini sarebbero da mettere in relazione con fatti avvenuti nei mesi
scorsi a Firenze. Come rete antifascista pistoiese esprimiamo il
massimo della solidarietà ai compagni fiorentini colpiti
dall'ennesimo atto repressivo, e notiamo come nuovamente, le procure si
dimostrano complici nel colpire in maniera violenta tutti quei soggetti
che lottano quotidianamente contro i meccanismi di sfruttamento e
oppressione, fabbricando prove ed imbastendo procedimenti, con
l'obbiettivo chiaro di fiaccare le energie e la resistenza dei
compagni. A pochi giorni dall'incontro che Forza Nuova vorrebbe tenere
nella città di Dante si colpiscono le realtà
antifasciste, con l'obbiettivo - tra l'altro- di garantire
agibilità ai camerati. La stretta autoritaria, che da anni si
sta facendo sempre più soffocante, si sta trasformando
velocemente in stato di polizia, anticamera più prossima della
dittatura, e questo che lo si voglia vedere o meno […] Mannu libero!
Rete Antifascista Pistoia