A cura della Commissione Lavoro della Federazione Anarchica Milanese
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La AvtoVAZ, la più importante casa produttrice di auto in
Russia, ha annunciato a fine settembre il licenziamento di ben 27.600
impiegati ed operai, su un totale di 102.000, a causa della crisi che
ha pesantemente colpito il settore automobilistico russo. Dei 27.600,
circa 13.000 verrebbero posti in pensione, 5.500 verrebbero
pre-pensionati, mentre per i restanti 9.100 si prospetta invece la
possibile riassunzione, ma non prima del 2012.
È un colpo gravissimo per Togliattigrad, la città nata
negli anni '60 attorno alla fabbrica principale e agli altri impianti a
lei collegati; si tratta infatti del più grande complesso
industriale al mondo interamente dedicato al settore automobilistico,
con 90 miglia di linee di produzione suddivise in molti impianti.
Ed è un colpo mortale anche per gli abitanti che da 40 anni
vivono grazie al lavoro negli stabilimenti, dato che questa ondata di
licenziamenti avrà ripercussioni su altre migliaia di posti di
lavoro nell'indotto.
Attualmente, dopo una parziale privatizzazione del 1993, il capitale
della AvtoVAZ ha come azionisti di maggioranza una società
statale russa, la Rosoboronexport, legata per vie traverse ai vertici
del Cremlino, e alcune società estere quali la General Motors ed
il gruppo Renault-Nissan che erano entrati in Russia per spartirsi un
promettente mercato.
Contro la decisione dell'azienda però sabato 17 ottobre
centinaia e centinaia di persone sono scese in strada sventolando
bandiere rosse e cartelli sui quali erano scritti slogan contro la
dirigenza, giudicata corrotta e incapace e della quale sono state
chieste le immediate dimissioni.
Lo sciopero alla AvtoVAZ non è un fatto isolato. Si tratta
invece di uno dei tanti che in questi ultimi anni stanno scuotendo il
paese, organizzati da sindacati sorti spontaneamente dopo il periodo
dei sindacati di stato. Nonostante la fortissima repressione messa in
atto dal potere centrale, un rilevante movimento sindacale sta man mano
sorgendo in Russia.
Il 2 novembre, giorno dei defunti, uno striscione giallo con la
scritta "La Antonio Merloni deve vivere" viene appeso ad una finestra
della torre cittadina del Campanaccio. L'hanno messo alcuni operai del
locale stabilimento Merloni, circa 1.000 dipendenti, da tempo in
amministrazione controllata dopo un lungo periodo di crisi.
Gli operai hanno deciso di manifestare davanti alla torre insieme alle
famiglie ed agli amministratori delle cittadine del circondario,
Nocera, Gubbio e Valtopina ed hanno dichiarato "La scelta del 2
novembre, giorno dei Morti, non è casuale, il nostro è
infatti un ultimo disperato tentativo di scongiurare la chiusura e
quindi la 'morte' di una delle principali aziende della regione.
Abbiamo scelto questa data proprio per sfidare un destino che al
momento sembra inevitabile".
Nel caso infatti in cui la fabbrica dovesse chiudere definitivamente,
la zona appenninica umbra vedrebbe scomparire qualcosa come 2.000 posti
di lavoro, tra i dipendenti della Merloni e quelli dell'indotto.
Nuova protesta dei lavoratori dell'Hotel Royal Carlton, per i quali
l'azienda chiede l'esternalizzazione. Il 2 novembre hanno occupato per
due ore la sede bolognese della Ascom, l'associazione dei commercianti,
chiedendo un incontro urgente con il presidente e protestando contro la
richiesta di esternalizzazione per 26 dipendenti e contro la minaccia
di licenziamento del delegato sindacale della RdB.
Ovviamente la dirigenza della Ascom si è ben guardata dal
confrontarsi con i lavoratori, nei confronti dei quali ha
immediatamente fatto intervenire la polizia per sgombrare i locali,
cosa che è comunque avvenuta dopo ben due ore.
Il presidente della Ascom inoltre ha avuto il coraggio di far sapere
che l'accordo di esternalizzazione, già accettato da CGIL e
CISL, "è un accordo assolutamente positivo perchè i
lavoratori non perderanno il posto di lavoro e lo stipendio", come se
non sapesse che l'esternalizzazione è sempre praticata per
ridurre i costi aziendali a spese degli stipendi e diritti dei
lavoratori. La lotta continua.
Dalla notte di martedì 3 novembre, 20 dipendenti della
società Agile Srl (ex-Eutelia), impresa del settore hi-tech
fornitrice di servizi informatici, si sono accampati negli uffici di
via Laboratori Olivetti, a Pregnana Milanese, per protestare contro la
richiesta di mobilità per 237 lavoratori su un totale di 430;
mobilità che, a livello di gruppo, colpisce in tutta italia
1.192 lavoratori su un totale di circa 1.900, tutti rimasti senza
stipendio già dal mese di agosto.
Seguendo le orme dei colleghi di Roma che già da giorni occupano
la loro sede, ora anche a Pregnana Milanese, i lavoratori hanno
occupato nottetempo gli uffici barricandosi dentro in assemblea
permanente. L'azienda ha subito tagliato la linea internet e quella
telefonica. I lavoratori si sono sistemati tra le scrivanie e i
computer, stendendo a terra sacchi a pelo e coperte per passare le
notti.
Gli occupanti hanno dichiarato che la prima notte "è stata
lunga, ma non molliamo, vogliamo indietro il nostro lavoro". Tutti si
sono dati un soprannome e si tengono sciarpe e cappucci calati sul viso
per non farsi riconoscere per paura di ritorsioni.
Al presidio, dentro e fuori i cancelli dello stabilimento, ci sono
praticamente tutti i dipendenti della sede milanese. I lavoratori
chiedono il ritiro dei licenziamenti, il pagamento degli stipendi
arretrati (agosto, settembre e ottobre) e l'apertura di un tavolo con
la presidenza del consiglio.
Un'assemblea sull'autostrada per dimostrare alla Fiat che gli operai
non accettano passivamente la chiusura dello stabilimento Alfa di
Arese. Lo scorso 3 novembre un migliaio di lavoratori della storica
fabbrica hanno invaso l'autostrada dei laghi e lì hanno deciso
di discutere del loro futuro.
Lo Slai Cobas chiede con forza il mantenimento delle lavorazioni ad
Arese, lo stop alla delocalizzazione Fiat all'estero, la divisione del
lavoro tra i vari stabilimenti senza licenziamenti o chiusure di
impianti e dice no ai trasferimenti forzati a Torino. Chiede inoltre un
incontro con la Regione Lombardia. "Non è accettabile che la
Fiat butti sulla strada i lavoratori di Arese e continui a comandare su
oltre due milioni di mq dell'area di Arese dove, con l'Expo, ci sono
una mega speculazione con alberghi di lusso, ville con piscina, centri
commerciali tra i più grandi di Europa. La regione nel 2004 ha
firmato coi sindacati un accordo che prevedeva il rilancio di Arese con
l'auto ecologica e la mobilità sostenibile. Adesso non
può far finta di niente". Anche i lavoratori in lotta non
faranno finta di niente.
"Ma quale piano per salvarci, ci hanno tolto la mensa e siamo tornati 40 anni indietro. Ho figli e prendo 1.500 euro al mese e non riesco ad andare avanti. Bisogna dare più potere d'acquisto ai salari", "Altro che piano. Qui ci sono solo politici ladri e imprenditori ladri che si arricchiscono su di noi". Con queste parole un dipendente della Atitech di Napoli-Capodichino commenta, a voce alta, incrociando il ministro dello sviluppo economico Scajola il 27 ottobre, mentre era in visita alla azienda per illustrare il piano di salvataggio. Il ministro, già noto alle cronache per avere dovuto rassegnare le dimissioni nel 2002, perché aveva definito Marco Biagi "un rompicoglioni" (se lo dice lui!), ribatte inviperito: "Perché generalizza, perché generalizza? E' come se dicessi che tutti gli operai sono stronzi come lei, però non lo dico". Noblesse oblige signor ministro