L'allargarsi a macchia d'olio della Crisi economica ha già da
tempo colpito in Sardegna, e anche qui, come in tutta Italia, il crollo
verticale dell'occupazione sta spingendo i lavoratori ad intraprendere
forme di lotta sempre più dure.
In breve, gli antecedenti si possono così riassumere: dal 1995
al 2005 la Alcoa, di proprietà della omonima multinazionale Usa
dell'alluminio, ha potuto godere di una fornitura decennale di
elettricità a costo stracciato, fornitura avallata dallo stato
italiano ed approvata inizialmente anche dalla Commissione Europea. Dal
2006 ad oggi è stato invece il Governo Italiano a rimborsare
direttamente alla società la differenza tra il prezzo effettivo
dell'elettricità e quello a suo tempo concordato su base
ridotta, ed è stato proprio questo intervento statale l'oggetto
di un'indagine per "aiuto pubblico illegale" da parte della medesima
Commissione Europea, che ora – dopo avere confermata l'infrazione alle
regole comunitarie – ha chiesto alla Alcoa il rimborso di circa 270
milioni di euro.
Va da se che la multinazionale non si sogna nemmeno lontanamente di
aderire alla suddetta richiesta, anzi, come prima contromisura,
rilancia, annunciando a brutto muso nella serata del 19 scorso, la sua
ferma intenzione di chiudere baracca e burattini, che la cosa piaccia o
non piaccia al Governo italiano.
Gli operai della Alcoa, da parte loro, sono da tempo in agitazione
contro la ventilata minaccia di chiusura dell'impianto. In 4 da giorni
sono saliti per protesta su di un serbatoio dell'acqua a 70 metri di
altezza, gli altri, lo scorso 11 novembre hanno bloccato per alcune ore
l'attracco nel porto di Cagliari di una motonave (vedi Bel Lavoro U.N.
n. 41 - 22.11.09), poi il giorno 18 hanno manifestato per il centro di
Roma, sostenendo anche un breve scontro con le FFOO. Ed è
proprio il 19, rientrando dalla manifestazione di Roma con in tasca la
promessa del Governo di un accordo con l'Azienda, che i lavoratori –
all'annuncio della chiusura - si sono improvvisamente ritrovati al
punto di partenza, di fronte al baratro rappresentato dalla perdita del
posto di lavoro, oltretutto in un territorio che già da tempo ha
sofferto pesantemente per gli effetti della crisi con la chiusura
dell'Eurallumina che ha fatto perdere 1.500 posti di lavoro, mentre ora
sono a rischio altri 2.000 posti, tra fabbrica e indotto.
Il 20 Novembre mattina hanno quindi deciso il tutto per tutto e, scesi
in assemblea, hanno bloccato completamente gli accessi allo
stabilimento collocando dinanzi ai cancelli cumuli di pesanti sbarre di
alluminio, dichiarando alla stampa che "da questo momento nessuno entra
e nessuno esce. Rimaniamo qui sino a quando non troveremo un accordo,
non il 25 novembre ma subito. Ci aspettiamo che l'Alcoa accetti quello
che ha offerto il governo e che blocchi la dichiarazione di fermata
della produzione, perché se si ferma un solo giorno lo
stabilimento di Portovesme è morto". Inoltre, utilizzando
magistralmente le risorse fornite dalla Rete, hanno postato su Youtube
un breve filmato nel quale 2 individui in passamontagna dichiarano
senza troppi giri di parole: «Abbiamo sequestrato lo stabilimento
con tutti i dirigenti dentro. La dichiarazione dell'Alcoa che chiude
gli stabilimenti non può essere messa in atto; toglieremo il
sequestro solamente dopo che sarà stata ritirata la
dichiarazione di chiusura dello stabilimento».
L'accaduto, ma soprattutto il filmato, assolutamente inequivocabile,
appaiono a tambur battente sulla stampa e su Internet e provocano
verosimilmente il panico nelle stanze del Governo, mentre ora anche i
250 operai dello stabilimento gemello Alcoa di Fusina (Venezia)
scendono in sciopero e bloccano per alcune ore la Statale Romea,
dichiarandosi pronti ad assumere iniziative estreme in analogia con
quelle prese dai colleghi sardi.
Dopo molte ore, solo nella serata la Direzione dell'Alcoa e i sindacati
aziendali firmano un documento con il quale l'azienda è
vincolata per due settimane a non mettere in campo alcuna azione che
possa compromettere l'attività dell'impianto. Gli operai tolgono
quindi il blocco ai cancelli dello stabilimento, ma alcuni di loro
decidono di trascorrere la notte in fabbrica mentre anche gli operai
che si trovavano da giorni in cima ai serbatoi dell'acqua decidono di
sospendere la protesta. Per il 26 novembre prossimo, infine, viene
decisa una manifestazione nazionale a Roma dei lavoratori del gruppo,
in contemporanea con un ennesimo incontro al Ministero dello Sviluppo
economico che si spera possa essere risolutivo. Tutto è
perciò rimandato, ma solo di pochi giorni e gli operai restano
quindi sul chi va là.
Nel frattempo è da sottolineare come, sospesa momentaneamente
l'agitazione, da parte della stampa nazionale è subito calato il
più totale silenzio sulla questione Portovesme e la parola
"sequestro" è stata prontamente cancellata dagli ultimi lanci di
agenzia che si erano occupati della vicenda, prodighi peraltro di
benevole dichiarazioni da parte di Autorità ed Azienda nelle
quali si assicurava che tutto si era svolto in un clima improntato alla
più assoluta tranquillità e correttezza, anzi, operai e
dirigenti ora lottavano uniti per la salvezza dell'impianto. Che la
paura stia iniziando a fare 90 nelle stanze del Potere ? Peccato,
infatti, che ben altro clima trasparisse dalle corrispondenze mandate
in onda da alcune radio private: durante la giornata del 20. Nel corso
di uno di questi collegamenti telefonici, gli esterrefatti ascoltatori
avevano potuto ascoltare il seguente curioso botta e risposta": "Ma
cosa sta succedendo all'interno? Succede che abbiamo sequestrato i
dirigenti ... Sapete che trattenere i dirigenti è una cosa
illegale? Certo ma è illegale anche perdere il posto di lavoro
... Ma i dirigenti stanno bene?", risposta secca e dura
"Per ora si".
Vedremo ora se il prossimo 26 novembre il Governo sarà in grado
di mettere sul piatto della trattativa, così come nuovamente
richiesto dalla Direzione Alcoa, una fornitura di elettricità a
prezzo diciamo così "competitivo" oppure se, stoppato dalla
Commissione Europea, dovrà alzare bandiera bianca, con sviluppi
assolutamente prevedibili tra i lavoratori, visti i precedenti.
In ogni caso, risulta fuori da ogni ragionevole dubbio che, nonostante
le continue dichiarazioni del Governo circa l'uscita dell'Italia dalla
crisi, i fatti segnalano invece molto chiaramente che a livello
nazionale il problema occupazionale sta precipitando verso il punto di
non ritorno e che quanto accaduto a Portovesme potrebbe rappresentare
solo un ennesimo passo in avanti verso una escalation delle proteste
man mano che la situazione peggiorerà.
La redazione di Bel Lavoro