Umanità Nova, n.42 del 29 novembre 2009, anno 89

Manager sotto sequestro


L'allargarsi a macchia d'olio della Crisi economica ha già da tempo colpito in Sardegna, e anche qui, come in tutta Italia, il crollo verticale dell'occupazione sta spingendo i lavoratori ad intraprendere forme di lotta sempre più dure.
In breve, gli antecedenti si possono così riassumere: dal 1995 al 2005 la Alcoa, di proprietà della omonima multinazionale Usa dell'alluminio, ha potuto godere di una fornitura decennale di elettricità a costo stracciato, fornitura avallata dallo stato italiano ed approvata inizialmente anche dalla Commissione Europea. Dal 2006 ad oggi è stato invece il Governo Italiano a rimborsare direttamente alla società la differenza tra il prezzo effettivo dell'elettricità e quello a suo tempo concordato su base ridotta, ed è stato proprio questo intervento statale l'oggetto di un'indagine per "aiuto pubblico illegale" da parte della medesima Commissione Europea, che ora – dopo avere confermata l'infrazione alle regole comunitarie – ha chiesto alla Alcoa il rimborso di circa 270 milioni di euro.
Va da se che la multinazionale non si sogna nemmeno lontanamente di aderire alla suddetta richiesta, anzi, come prima contromisura, rilancia, annunciando a brutto muso nella serata del 19 scorso, la sua ferma intenzione di chiudere baracca e burattini, che la cosa piaccia o non piaccia al Governo italiano.
Gli operai della Alcoa, da parte loro, sono da tempo in agitazione contro la ventilata minaccia di chiusura dell'impianto. In 4 da giorni sono saliti per protesta su di un serbatoio dell'acqua a 70 metri di altezza, gli altri, lo scorso 11 novembre hanno bloccato per alcune ore l'attracco nel porto di Cagliari di una motonave (vedi Bel Lavoro U.N. n. 41 - 22.11.09), poi il giorno 18 hanno manifestato per il centro di Roma, sostenendo anche un breve scontro con le FFOO. Ed è proprio il 19, rientrando dalla manifestazione di Roma con in tasca la promessa del Governo di un accordo con l'Azienda, che i lavoratori – all'annuncio della chiusura - si sono improvvisamente ritrovati al punto di partenza, di fronte al baratro rappresentato dalla perdita del posto di lavoro, oltretutto in un territorio che già da tempo ha sofferto pesantemente per gli effetti della crisi con la chiusura dell'Eurallumina che ha fatto perdere 1.500 posti di lavoro, mentre ora sono a rischio altri 2.000 posti, tra fabbrica e indotto.
Il 20 Novembre mattina hanno quindi deciso il tutto per tutto e, scesi in assemblea, hanno bloccato completamente gli accessi allo stabilimento collocando dinanzi ai cancelli cumuli di pesanti sbarre di alluminio, dichiarando alla stampa che "da questo momento nessuno entra e nessuno esce. Rimaniamo qui sino a quando non troveremo un accordo, non il 25 novembre ma subito. Ci aspettiamo che l'Alcoa accetti quello che ha offerto il governo e che blocchi la dichiarazione di fermata della produzione, perché se si ferma un solo giorno lo stabilimento di Portovesme è morto". Inoltre, utilizzando magistralmente le risorse fornite dalla Rete, hanno postato su Youtube un breve filmato nel quale 2 individui in passamontagna dichiarano senza troppi giri di parole: «Abbiamo sequestrato lo stabilimento con tutti i dirigenti dentro. La dichiarazione dell'Alcoa che chiude gli stabilimenti non può essere messa in atto; toglieremo il sequestro solamente dopo che sarà stata ritirata la dichiarazione di chiusura dello stabilimento».
L'accaduto, ma soprattutto il filmato, assolutamente inequivocabile, appaiono a tambur battente sulla stampa e su Internet e provocano verosimilmente il panico nelle stanze del Governo, mentre ora anche i 250 operai dello stabilimento gemello Alcoa di Fusina (Venezia) scendono in sciopero e bloccano per alcune ore la Statale Romea, dichiarandosi pronti ad assumere iniziative estreme in analogia con quelle prese dai colleghi sardi.
Dopo molte ore, solo nella serata la Direzione dell'Alcoa e i sindacati aziendali firmano un documento con il quale l'azienda è vincolata per due settimane a non mettere in campo alcuna azione che possa compromettere l'attività dell'impianto. Gli operai tolgono quindi il blocco ai cancelli dello stabilimento, ma alcuni di loro decidono di trascorrere la notte in fabbrica mentre anche gli operai che si trovavano da giorni in cima ai serbatoi dell'acqua decidono di sospendere la protesta. Per il 26 novembre prossimo, infine, viene decisa una manifestazione nazionale a Roma dei lavoratori del gruppo, in contemporanea con un ennesimo incontro al Ministero dello Sviluppo economico che si spera possa essere risolutivo. Tutto è perciò rimandato, ma solo di pochi giorni e gli operai restano quindi sul chi va là.
Nel frattempo è da sottolineare come, sospesa momentaneamente l'agitazione, da parte della stampa nazionale è subito calato il più totale silenzio sulla questione Portovesme e la parola "sequestro" è stata prontamente cancellata dagli ultimi lanci di agenzia che si erano occupati della vicenda, prodighi peraltro di benevole dichiarazioni da parte di Autorità ed Azienda nelle quali si assicurava che tutto si era svolto in un clima improntato alla più assoluta tranquillità e correttezza, anzi, operai e dirigenti ora lottavano uniti per la salvezza dell'impianto. Che la paura stia iniziando a fare 90 nelle stanze del Potere ?  Peccato, infatti, che ben altro clima trasparisse dalle corrispondenze mandate in onda da alcune radio private: durante la giornata del 20. Nel corso di uno di questi collegamenti telefonici, gli esterrefatti ascoltatori avevano potuto ascoltare il seguente curioso botta e risposta": "Ma cosa sta succedendo all'interno? Succede che abbiamo sequestrato i dirigenti ... Sapete che trattenere i dirigenti è una cosa illegale? Certo ma è illegale anche perdere il posto di lavoro ...  Ma i dirigenti stanno bene?",  risposta secca e dura "Per ora si".  
Vedremo ora se il prossimo 26 novembre il Governo sarà in grado di mettere sul piatto della trattativa, così come nuovamente richiesto dalla Direzione Alcoa, una fornitura di elettricità a prezzo diciamo così "competitivo" oppure se, stoppato dalla Commissione Europea, dovrà alzare bandiera bianca, con sviluppi assolutamente prevedibili tra i lavoratori, visti i precedenti.
In ogni caso, risulta fuori da ogni ragionevole dubbio che, nonostante le continue dichiarazioni del Governo circa l'uscita dell'Italia dalla crisi, i fatti segnalano invece molto chiaramente che a livello nazionale il problema occupazionale sta precipitando verso il punto di non ritorno e che quanto accaduto a Portovesme potrebbe rappresentare solo un ennesimo passo in avanti verso una escalation delle proteste man mano che la situazione peggiorerà.

La redazione di Bel Lavoro

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