LA REPRESSIONE
Il periodo che seguì viene ricordato come quello della Represiòn.
La violenza delle forze armate si intensificò quando
entrò in scena il PFP, la polizia federale preventiva mandata
dal presidente: un reparto con speciali addestramenti da esercito, ma
con compiti legati alle operazioni civili.
L'entrata in scena del PFP coincide con un'escalation di massacri e
violenze da parte delle forze dell'ordine: il bilancio fu di ventitre
vittime, decine di feriti e desaparecidos.
Molti vennero arrestati, picchiati, torturati. Chi cadde nelle loro
mani fu un'altra vittima pallida e sanguinante dei feroci metodi che la
polizia messicana è solita utilizzare per gli interrogatori.
Siamo andati a Santa Maria Coytepec, sulla sierra dello stato di Oaxaca, ad incontrare Ementerio Marino Cruz.
Nel 2007 Ementerio è stato arrestato durante gli scontri di
Oaxaca. Ementerio è vivo per miracolo: dopo un lungo coma ha
dovuto subire degli interventi da cui era uscito praticamente
paralizzato. Ora sta facendo delle terapie per recuperare e riesce di
nuovo a camminare e a parlare.
Nessuno lo sperava più ma Ementerio è vivo ed è
testimone degli abusi e delle torture della polizia messicana.
«Sono entrato nel movimento popolare degli insegnanti nel 1992.
Io ero un insegnante d'asilo fino al 2002 quando ho perso il lavoro e
da allora ho iniziato a fare l'idraulico. Da tempo quindi io ero un
militante del movimento popolare e qui nella mia comunità sono
sempre stato contro a tutti i ricchi che sfruttano i poveri. Mi sono
sempre opposto a questo. Quando i miei figli sono entrati al liceo, mi
sono trasferito con loro a Oaxaca continuando a lavorare come idraulico.
Il 14 Giugno, quando il governo mandò la polizia a reprimere il
movimento degli insegnanti, io stavo già con loro anche
perché mia moglie era maestra. Quando sgomberarono il planton
dello Zocalo io ero lì e mi presi anch'io i lacrimogeni.
Il 16 Luglio del 2007 era programmata una manifestazione popolare al
Cerro del Fortin, un monte vicino Oaxaca dove si tiene il più
importante evento turistico dell'anno, il festival della danza di
Guelaguetza. La manifestazione però trovò la polizia che
bloccava il passaggio. Non lasciarono passare nessuno e cominciarono le
aggressioni contro gli insegnanti con pestaggi, gas lacrimogeni,
manganelli e poi cominciarono a lanciare granate. Volevo scappare
perché quel giorno dovevo lavorare in un quartiere che si chiama
Río Blanco che appartiene a Colonia Estrella. Vedendo come la
polizia prendeva le maestre e picchiava le donne, vedendo questo pensai
molto a mia moglie e ai miei figli, soprattutto al piccolo. Allora
tornai indietro e andai al Fortín per vedere che succedeva.
Lì c'era una pesante repressione, così mi unii ai maestri
e presi pietre per difendermi. Successe però che, correndo per
una salita, un poliziotto mi sparò un gas lacrimogeno colpendomi
alla schiena. Fortunatamente avevo lo zaino con gli attrezzi che ha
attutito il colpo, ma sono comunque caduto per terra. Mi rialzo e
scappo. Con altri insegnanti ci nascondemmo, ma era pieno di polizia.
Ci presero e ci picchiarono brutalmente. Io venni picchiato di
più perché mi accusavano di aver bruciato il
Fortín, di aver rubato in un negozio e di aver bruciato autobus.
Lì mi presero in consegna i comandanti Aristeo e Barritas, mi
fecero picchiare e mi portarono in ginocchio fino al Cerro del
Fortín. Lungo la strada mi buttarono ancora a terra e mi
picchiarono come se fossi un ladro o un assassino. Arrivati al Cerro
del Fortín mi portarono dentro a dei bagni. Mi tolsero i
pantaloni e la camicia, mi misero una benda agli occhi e mi legarono
mani e piedi. Mi trascinarono fino ad un bagno dove c'erano molti
escrementi. Lì mi tolsero la benda dalla faccia e mi infilarono
la testa nella tazza del water tutto sporco, ma io avevo già
ricevuto un forte colpo in testa, perciò quasi non sentivo
l'odore. Mi portarono dietro il bagno e mi versarono una bibita al
peperoncino dentro le narici. Io mi sentivo già male, e per la
verità chiesi perdono. Dissi: "Perdonatemi. Io ero qui per
lottare per il popolo. Non mi trattate così. Piuttosto
ammazzatemi!". "Certo che morirai, cane!" mi dicevano "perché a
chi manca di rispetto al governatore gli spacchiamo il culo!".
Così mi torturarono per tre ore, mi diedero scosse elettriche
sui testicoli, mi bruciarono il braccio con una fiamma ossidrica, mi
infilarono aghi sotto le unghie.
Dopo tre ore di torture mi misero su un furgone con gli altri insegnanti e ci portarono in un posto molto lontano, su un monte.
Da lì ci portarono a Los Pinos, dove c'era il comando della
polizia ministeriale. Lì ci portò la polizia
penitenziaria.
Arrivai con altri quaranta compagni però io ero quello messo
peggio perché mi avevano picchiato di più. Quando arrivai
lì un certo comandante Camarina disse:"Perché questo sta
messo così?". "No.. è che è caduto da solo.."
risposero gli altri poliziotti. "Beh bisogna ucciderlo! Tanto questo
non sopravvive." disse. Così mi prese e mi diede un colpo alla
testa col calcio della pistola. Persi conoscenza, rimasi a terra
quattro ore ed entrai in coma.
Nel frattempo i poliziotti mi portarono via da Los Pinos e mi abbandonarono sulla montagna.
Alle otto di sera, la reporter Olivia Serón pubblicò in
televisione le foto del mio pestaggio. Quando i poliziotti videro la
notizia vennero a riprendermi e mi portarono di nuovo a Los Pinos. Poi
arrivò un'ambulanza della Croce Rossa e mi portò
all'ospedale civile. Lì, per ordine del governatore, mi
aspettava il direttore dell'ospedale con l'ordine di salvarmi la vita.
Per due giorni dissero a mia moglie che non ero ricoverato lì e
che non mi avevano mai visto. Quando finalmente riuscì a vedermi
disse che ero sfigurato, con la testa gonfia e nera, con una grossa
ferita sanguinante su un lato della testa.
Dopo l'operazione vennero a trovarmi molte associazioni internazionali
per i diritti umani. Uno di loro, Florentin Menéndez, messicano,
mi venne a visitare e parlò con Ulises che gli disse che in
cinque giorni sarei stato meglio e che mi avrebbero rimborsato i danni.
In realtà non mi hanno dato nulla, anzi continuano a reprimermi.
Lo scorso 3 Luglio venne Ulises in visita nel mio quartiere,
così riempirono la strada dove vivo di polizia dicendo a mia
figlia che dovevamo andarcene perché dovevano proteggere il
governatore: dissero che Ulises ha paura a stare dove vivo io. Quando
cercai di uscire per comprare qualcosa ad un negozio, mi presero, mi
picchiarono ancora e poi mi minacciarono di morte. Allora mia figlia
disse che Ulises è un maledetto assassino e che aveva fatto del
male a suo padre. La polizia le disse: "Stai zitta, cagna!" la
picchiarono in faccia e a calci ci fecero tornare in casa.
Contattammo subito i compagni della APPO, che arrivarono in 200. Vedendo ciò Ulises e i suoi poliziotti scapparono via.
Vennero poi i funzionari per i diritti umani di Oaxaca a vedere come
stavo dopo quest'ultimo pestaggio, ma fino ad oggi non mi hanno fatto
giustizia.»
LA APPO OGGI
Purtroppo, come spesso accade, anche la APPO conobbe il suo momento di
riflusso e ad oggi non ha più la carica che solo tre anni fa
aveva animato la rivolta di un intero stato. Colpa della feroce
repressione, senza dubbio, ma anche della corruzione di alcuni leader,
delle insanabili divisioni politiche, della delusione popolare al
vedere Ulises Ruiz Ortiz sempre allo stesso posto. Tutto questo fa oggi
della APPO il fantasma di sé stessa: un'assemblea usata da molti
come trampolino per fare carriera politica, non più
l'organizzazione di base popolare che animava le assemblee di massa di
Oaxaca.
Nel 2007 l'OIDHO, l'organizzazione india per i diritti umani dello
stato di Oaxaca che da subito ha partecipato alle iniziative di piazza
ed ha contribuito alla nascita dell'APPO, prende una posizione critica
nei confronti delle scelte di alcuni dirigenti riguardo alle
negoziazioni e alla piattaforma elettorale con l'opposizione di
sinistra del PRD. Secondo la OHIDO non può esistere nessun
compromesso con chi ha ammazzato e stuprato e non si può
contemplare la partecipazione ad elezioni organizzate da chi ha
incarcerato e condannato.
In un loro intervento all'assemblea dell'APPO del 4 Febbraio 2007 dicono:
«[...] Per tutto quello che abbiamo detto, è impossibile
per noi appoggiare quelle posizioni che vogliono convertire la APPO
nella comoda piattaforma per le loro candidature a deputati, applauditi
dagli stessi assassini repressori.
Strana coincidenza: dalla destra autoritaria fino alla "nuova" sinistra
e la vecchia sinistra, includendo gli stalinisti, si chiedono posti
nello stesso Congresso che già abbiamo fatto sparire; adesso
vogliono partecipare alle elezioni organizzate da un governo e un
Istituto Statale Elettorale che già abbiamo disconosciuto;
adesso si mettono d'accordo in riunioni "a porte chiuse" alle spalle
della maggior parte della APPO e del popolo. In più: già
dichiararono pubblicamente che la APPO è cosa del passato e,
senza dubbio, sperano che noi saremo la loro piattaforma e che faremo
il lavoro della loro campagna elettorale. Adesso vogliono abbattere il
tiranno attraverso le stesse istituzioni putrefatte che hanno
defraudato non solo il popolo di Oaxaca, ma tutto il popolo messicano.
Adesso quelle e quelli che figurano – grazie al movimento – nelle
radio, nelle conferenze stampa e nei discorsi, diffondendo il loro nome
e le loro bandiere – sia detto, contro gli accordi della APPO –
vogliono utilizzare questi nomi e bandiere per candidarsi,
dimenticandosi che poterono solamente figurare grazie alla lotta di
centinaia di migliaia di donne e uomini che rischiarono ed anche
persero la loro vita per conquistare un vero cambio a Oaxaca.
Pertanto, risulta impensabile un'alleanza con le forze politiche
chiamate di "opposizione", quando tutti siamo stati testimoni del ruolo
completamente indegno che loro hanno giocato – come per esempio il
tristemente celebre PRD statale – in questi ultimi mesi, dando le
spalle alla lotta legittima del popolo organizzato nella APPO, al punto
che hanno chiesto, insieme con i partiti che stavano al potere, la
repressione del movimento attraverso l'entrata della PFP».
I siti di riferimento sono:
reporter.indivia.net
www.ecn.org/xm24
www.autistici.org/nodosolidale
Contatti:
famigliabresci@autistici.org