Umanità Nova, n.43 del 7 dicembre 2009, anno 89

"It's evolution, baby"


Il 26 gennaio 2009 il Ministro dell'Interno ha emanato, in linea con il cosiddetto pacchetto sicurezza, una direttiva "per le manifestazioni nei centri urbani e nelle aree sensibili". Una misura liberticida, come è stato ribadito più volte, anche dalle colonne di questo giornale. Cerchiamo qui di analizzare il testo della direttiva, riportandone ampi stralci, perché è di una chiarezza sintomatica dell'arroganza del potere.
Le espressioni di dissenso e protesta, in primo luogo cortei e manifestazioni, si sa, sarebbero libertà collettive salvaguardate dalla costituzione. In particolare l'art. 17 stabilisce: "i cittadini hanno diritto di riunirsi pacificamente e senz'armi"; e l'art 21: "tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione".
Esse tuttavia, secondo la direttiva, devono "svolgersi nel rispetto di altri diritti costituzionalmente garantiti", ovvero "il diritto allo studio, il diritto al lavoro e il diritto alla mobilità". Il solito "divide et impera". Il cavallo di Troia sarebbe ora il presunto danno che i manifestanti arrecherebbero a studenti, lavoratori, consumatori. Un corteo di studenti o di lavoratori è un danno per altri studenti e lavoratori. Più chiaro di così?!
Il tentativo da parte della direttiva è di ottenere "l'esclusione di aree nevralgiche per la mobilità territoriale o di luoghi d'arte". Non solo: "ulteriore elemento da considerare è il patrimonio urbano, pubblico e privato, per la cui tutela potranno prevedersi forme di garanzia a carico dei promotori e degli organizzatori".
La direttiva del Ministero degli Interni si basa sugli artt. 1 e 13 della legge 1 aprile 1981, n. 121; sugli artt. 18 e 26 del Regio Decreto (R. D.) 18 giugno 1931, n. 773, Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza; sull'art. 30 del R.D. 6 maggio 1940, n. 635, Regolamento per l'esecuzione del TULPS.
Quelli risalenti al 1931 e 1940 sono articoli evidentemente fascisti, nel senso proprio della parola; stabiliscono che "i promotori di una riunione in luogo pubblico o aperto al pubblico devono darne avviso, almeno tre giorni prima, al Questore"; che "il Questore può di volta in volta valutare discrezionalmente la conformità della manifestazione alle esigenze di tutela dell'ordine e della sicurezza pubblica, in ragione di considerazioni fattuali, di tempo e di luogo" (art. 18 del R. D. 18 giugno 1931, n. 773); inoltre che "insieme con l'avviso, può essere richiesto il consenso scritto dell'autorità competente, per percorrere vie o piazze pubbliche ovvero aree pubbliche o aperte al pubblico" (art. 30 del R.D. 6 maggio 1940, n. 635).
A questi si somma la legge n. 121 del 1981, secondo cui responsabile esclusivo dell'ordine e della sicurezza pubblica è il Ministro dell'Interno e non più il Consiglio dei Ministri (art. 1) e di conseguenza sono i Prefetti a rivestire il ruolo esclusivo di autorità provinciale di pubblica sicurezza. Un accentramento evidente in grado di facilitare la discrezionalità della gestione dell'ordine pubblico, in linea con il clima di pesante repressione di inizio anni Ottanta: la "fine di un'epoca" portava con sé una nuova offensiva del potere e un progressivo restringimento delle libertà civili.
In base a questi articoli di Legge – emanati in periodi storici molto significativi – il decreto del gennaio 2009 "evidenzia la necessità di limitare l'accesso ad alcune aree particolarmente sensibili, specialmente quando la manifestazione coinvolga un numero di partecipanti elevato". Il divieto preventivo è costituito anche da un ulteriore tassello: "Tali limiti potranno operare specialmente quando ci siano state precedenti manifestazioni, con stesso oggetto e organizzazione, che abbiano turbato l'ordine e la sicurezza pubblica".
Quindi "i Prefetti – d'intesa con i Sindaci – sono tenuti a stabilire regole per: sottrarre alcune aree alle manifestazioni; prevedere, ove necessario, forme di garanzia per gli eventuali danni; prevedere altre indicazioni per lo svolgimento delle manifestazioni".
Ora, le conseguenze concrete di ciò sono evidenti. Ad esempio, a Bologna il testo emanato dal Prefetto, adottato e rinnovato per ben tre volte dagli ultimi due Sindaci (l'ultima volta nell'ottobre 2009 per la durata di un anno) stabilisce che "nelle giornate di sabato a decorrere dalle ore 14.00 e di domenica sono sottratte ai cortei ed alle manifestazioni pubbliche" le più visibili e centrali piazze del centro storico (Piazza Maggiore; Piazza del Nettuno; Piazza Re Enzo; Piazza Santo Stefano; via Ugo Bassi, parte di via Indipendenza, via Rizzoli). Inoltre "per quelle manifestazioni per cui, per precedenti specifici di turbative dell'ordine e della sicurezza pubblica, modalità di svolgimento, particolari caratteristiche e luoghi attraversati non sussistano idonee sufficienti garanzie che da esse non conseguano danni al patrimonio architettonico ed urbano pubblico o privato, il Questore prevederà ogni indicazione o prescrizione ritenuta più opportuna".
Così ci sono state le prime vittime: sono stati aperti procedimenti contro attivisti dell'Uaar (Unione degli atei e agnostici razionalisti), studenti in lotta contro la riforma Gelmini, chi raccoglieva firme per il testamento biologico e così via.
Questo decreto, in linea con l'insieme del pacchetto sicurezza, rivela il concetto di democrazia dei nostri governanti, di ogni colore politico. La direttiva sembra sottendere infatti il pensiero per cui in una società democratica – dove i rappresentanti del popolo sono democraticamente eletti – non ci sia davvero necessità di scendere in strada, né di protestare, in qualsiasi forma: l'unica azione consentita è la crocetta. Insomma, c'è chi è nato per comandare e chi per essere comandato: che i governati non disturbino il conducente!
Contro il divieto a manifestare a Bologna si sono mobilitati la primavera scorsa i sindacati di base insieme ai centri sociali e a varie reti di movimento, anche libertarie: duemila persone sono sfilate violando la "zona rossa" creata dalla misura prefettizia. Un momento importante, che ha messo in evidenza la necessità di alimentare movimenti di lotta e di protesta su questioni concrete, in grado di spazzare via – sul campo della costituzione materiale – leggi palesemente dittatoriali.
La democrazia ha gettato – e non da oggi – la maschera, rinunciando ai propri infingimenti.
La mobilitazione – e dove necessario rompere in massa divieti e prescrizioni – è l'unica risposta possibile. Il mese di dicembre è per fortuna fitto di mobilitazioni.
Il 12 dicembre – per il quarantennale della strage di stato – ci saranno iniziative e cortei di antifascisti e studenti in molte città tra cui Milano, Firenze, Bologna, Torino, Napoli.
Il sabato successivo, 19 dicembre, sono previste altre manifestazioni: a Torino contro le minacce di sgombero delle case occupate, a Villa S. Giovanni per dire no alla costruzione del ponte sullo stretto, a Reggio Emilia contro il pacchetto sicurezza.
Contribuire alla loro riuscita è il solo antidoto a un clima di vera e propria reazione.

RedB

home | sommario | comunicati | archivio | link | contatti