Il 26 gennaio 2009 il Ministro dell'Interno ha emanato, in linea con
il cosiddetto pacchetto sicurezza, una direttiva "per le manifestazioni
nei centri urbani e nelle aree sensibili". Una misura liberticida, come
è stato ribadito più volte, anche dalle colonne di questo
giornale. Cerchiamo qui di analizzare il testo della direttiva,
riportandone ampi stralci, perché è di una chiarezza
sintomatica dell'arroganza del potere.
Le espressioni di dissenso e protesta, in primo luogo cortei e
manifestazioni, si sa, sarebbero libertà collettive
salvaguardate dalla costituzione. In particolare l'art. 17 stabilisce:
"i cittadini hanno diritto di riunirsi pacificamente e senz'armi"; e
l'art 21: "tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio
pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione".
Esse tuttavia, secondo la direttiva, devono "svolgersi nel rispetto di
altri diritti costituzionalmente garantiti", ovvero "il diritto allo
studio, il diritto al lavoro e il diritto alla mobilità". Il
solito "divide et impera". Il cavallo di Troia sarebbe ora il presunto
danno che i manifestanti arrecherebbero a studenti, lavoratori,
consumatori. Un corteo di studenti o di lavoratori è un danno
per altri studenti e lavoratori. Più chiaro di così?!
Il tentativo da parte della direttiva è di ottenere
"l'esclusione di aree nevralgiche per la mobilità territoriale o
di luoghi d'arte". Non solo: "ulteriore elemento da considerare
è il patrimonio urbano, pubblico e privato, per la cui tutela
potranno prevedersi forme di garanzia a carico dei promotori e degli
organizzatori".
La direttiva del Ministero degli Interni si basa sugli artt. 1 e 13
della legge 1 aprile 1981, n. 121; sugli artt. 18 e 26 del Regio
Decreto (R. D.) 18 giugno 1931, n. 773, Testo Unico delle Leggi di
Pubblica Sicurezza; sull'art. 30 del R.D. 6 maggio 1940, n. 635,
Regolamento per l'esecuzione del TULPS.
Quelli risalenti al 1931 e 1940 sono articoli evidentemente fascisti,
nel senso proprio della parola; stabiliscono che "i promotori di una
riunione in luogo pubblico o aperto al pubblico devono darne avviso,
almeno tre giorni prima, al Questore"; che "il Questore può di
volta in volta valutare discrezionalmente la conformità della
manifestazione alle esigenze di tutela dell'ordine e della sicurezza
pubblica, in ragione di considerazioni fattuali, di tempo e di luogo"
(art. 18 del R. D. 18 giugno 1931, n. 773); inoltre che "insieme con
l'avviso, può essere richiesto il consenso scritto
dell'autorità competente, per percorrere vie o piazze pubbliche
ovvero aree pubbliche o aperte al pubblico" (art. 30 del R.D. 6 maggio
1940, n. 635).
A questi si somma la legge n. 121 del 1981, secondo cui responsabile
esclusivo dell'ordine e della sicurezza pubblica è il Ministro
dell'Interno e non più il Consiglio dei Ministri (art. 1) e di
conseguenza sono i Prefetti a rivestire il ruolo esclusivo di
autorità provinciale di pubblica sicurezza. Un accentramento
evidente in grado di facilitare la discrezionalità della
gestione dell'ordine pubblico, in linea con il clima di pesante
repressione di inizio anni Ottanta: la "fine di un'epoca" portava con
sé una nuova offensiva del potere e un progressivo
restringimento delle libertà civili.
In base a questi articoli di Legge – emanati in periodi storici molto
significativi – il decreto del gennaio 2009 "evidenzia la
necessità di limitare l'accesso ad alcune aree particolarmente
sensibili, specialmente quando la manifestazione coinvolga un numero di
partecipanti elevato". Il divieto preventivo è costituito anche
da un ulteriore tassello: "Tali limiti potranno operare specialmente
quando ci siano state precedenti manifestazioni, con stesso oggetto e
organizzazione, che abbiano turbato l'ordine e la sicurezza pubblica".
Quindi "i Prefetti – d'intesa con i Sindaci – sono tenuti a stabilire
regole per: sottrarre alcune aree alle manifestazioni; prevedere, ove
necessario, forme di garanzia per gli eventuali danni; prevedere altre
indicazioni per lo svolgimento delle manifestazioni".
Ora, le conseguenze concrete di ciò sono evidenti. Ad esempio, a
Bologna il testo emanato dal Prefetto, adottato e rinnovato per ben tre
volte dagli ultimi due Sindaci (l'ultima volta nell'ottobre 2009 per la
durata di un anno) stabilisce che "nelle giornate di sabato a decorrere
dalle ore 14.00 e di domenica sono sottratte ai cortei ed alle
manifestazioni pubbliche" le più visibili e centrali piazze del
centro storico (Piazza Maggiore; Piazza del Nettuno; Piazza Re Enzo;
Piazza Santo Stefano; via Ugo Bassi, parte di via Indipendenza, via
Rizzoli). Inoltre "per quelle manifestazioni per cui, per precedenti
specifici di turbative dell'ordine e della sicurezza pubblica,
modalità di svolgimento, particolari caratteristiche e luoghi
attraversati non sussistano idonee sufficienti garanzie che da esse non
conseguano danni al patrimonio architettonico ed urbano pubblico o
privato, il Questore prevederà ogni indicazione o prescrizione
ritenuta più opportuna".
Così ci sono state le prime vittime: sono stati aperti
procedimenti contro attivisti dell'Uaar (Unione degli atei e agnostici
razionalisti), studenti in lotta contro la riforma Gelmini, chi
raccoglieva firme per il testamento biologico e così via.
Questo decreto, in linea con l'insieme del pacchetto sicurezza, rivela
il concetto di democrazia dei nostri governanti, di ogni colore
politico. La direttiva sembra sottendere infatti il pensiero per cui in
una società democratica – dove i rappresentanti del popolo sono
democraticamente eletti – non ci sia davvero necessità di
scendere in strada, né di protestare, in qualsiasi forma:
l'unica azione consentita è la crocetta. Insomma, c'è chi
è nato per comandare e chi per essere comandato: che i governati
non disturbino il conducente!
Contro il divieto a manifestare a Bologna si sono mobilitati la
primavera scorsa i sindacati di base insieme ai centri sociali e a
varie reti di movimento, anche libertarie: duemila persone sono sfilate
violando la "zona rossa" creata dalla misura prefettizia. Un momento
importante, che ha messo in evidenza la necessità di alimentare
movimenti di lotta e di protesta su questioni concrete, in grado di
spazzare via – sul campo della costituzione materiale – leggi
palesemente dittatoriali.
La democrazia ha gettato – e non da oggi – la maschera, rinunciando ai propri infingimenti.
La mobilitazione – e dove necessario rompere in massa divieti e
prescrizioni – è l'unica risposta possibile. Il mese di dicembre
è per fortuna fitto di mobilitazioni.
Il 12 dicembre – per il quarantennale della strage di stato – ci
saranno iniziative e cortei di antifascisti e studenti in molte
città tra cui Milano, Firenze, Bologna, Torino, Napoli.
Il sabato successivo, 19 dicembre, sono previste altre manifestazioni:
a Torino contro le minacce di sgombero delle case occupate, a Villa S.
Giovanni per dire no alla costruzione del ponte sullo stretto, a Reggio
Emilia contro il pacchetto sicurezza.
Contribuire alla loro riuscita è il solo antidoto a un clima di vera e propria reazione.
RedB