Umanità Nova, n.43 del 7 dicembre 2009, anno 89

Del terremoto non si butta via niente


I milioni di metri cubi sgretolatisi dalle costruzioni dell'Aquila e del cratere del recente sisma sono ancora, in gran parte, dove la scossa li ha precipitati nella notte del 6 aprile 2009.
Nei primi giorni, un enorme apparato tritamacerie venne installato nel capoluogo abruzzese, a Piazza d'Armi, ma quasi subito – a seguito del sospetto che l'enorme macchina stesse in realtà sminuzzando le prove dei crolli di via XX Settembre – si addivenne a fermarne le azioni. Da quel momento il Dipartimento della Protezione civile si è (almeno apparentemente) disinteressato di stoccaggio, trasporto e smaltimento dei materiali derivanti dal crollo e dall'abbattimento degli edifici pubblici e privati, mentre le norme per l'Abruzzo terremotato volute dal governo e poi convertite in legge hanno provveduto a trasformare tutte le macerie in «rifiuti urbani non specificati altrimenti» (codice CER 23.03.99) sebbene «limitatamente alle fasi di raccolta e trasporto presso le aree di deposito temporaneamente individuate» (ove si dovrebbe, teoricamente, provvedere alla loro separazione). In decisa controtendenza con il generale esautoramento degli enti territoriali voluto dal governo, l'ingrato compito di liberare il territorio dalle macerie, evidentemente di lungo periodo, è stato affidato ai Comuni interessati dal sisma, che sono ancora – per tale aspetto – in alto mare.
A tre mesi dal sisma, ha destato un certo scandalo il tentativo, da parte del municipio de L'Aquila, di affidare ad una società, la «T&P», dal capitale sociale minimo (ed inattiva, in pratica, sino al momento di essere prescelta), il compito della rimozione delle macerie e del loro stoccaggio presso la cava ex Teges di Paganica. Appalto da cinquanta milioni di euro affidato attraverso una "procedura negoziata" (non una gara pubblica, quindi) a dir poco opaca, ed alla quale non è stato dato corso. Tale affidamento, giustificato nelle sue modalità dall'urgenza di provvedere alla rimozione delle macerie, non doveva essere così urgente se poi – una volta scoperchiatosi il caso politico che ha indotto la giunta di centrosinistra de L'Aquila ad una frettolosa retromarcia sulla «T&P» –, si è procrastinata ogni ulteriore decisione, lasciando alla sola Asm (la municipalizzata dei rifiuti a L'Aquila) il compito di cominciare a provvedere alla rimozione, utilizzando per lo stoccaggio proprio la cava ex Teges. Solo una porzione infinitesima del totale è stata sinora rimossa da L'Aquila.
Solo a sei mesi dal sisma, la Regione Abruzzo ha provveduto ad individuare formalmente, nell'intero territorio provinciale aquilano, i siti – già in essere, ed in qualche caso da riaprire per la bisogna – idonei a ricevere, tra gli altri materiali, gli inerti ed i rifiuti non pericolosi provenienti dai crolli e dalle demolizioni nel cosiddetto cratere del terremoto. Con tutta evidenza, tali siti sono del tutto insufficienti ad accogliere l'immane massa delle macerie, cosicché si vocifera già di ampliamenti nonché della necessità di individuare ulteriori siti. Tra questi, Monte Manicola, sempre a Paganica, dove alcuni anni or sono una fortissima agitazione popolare impedì che si installasse la discarica della città de L'Aquila.
Non solo: il business della maceria va risvegliando anche l'interesse dei soci privati di altri Consorzi territoriali dei rifiuti, consci del fatto che il trattamento del materiale dei crolli è infinitamente più redditizio del semplice ed ordinario rifiuto solido urbano. In quest'ottica si spiega la reiterata ed insistente disponibilità del consorzio Aciam e del Comune di Avezzano ad accogliere, nel sito di «Valle Solegara» (Antrosano, frazione di Avezzano) oggi aperto ai soli inerti della Marsica, le macerie aquilane. In un perverso gioco dei quattro cantoni, per adibire quest'ultimo sito ad albergo delle macerie, si dovrà abbandonare l'ipotesi che «Valle Solegara» venga predisposta, come più volte proposto, per i rifiuti solidi urbani ordinari della Marsica, e ci si vedrà costretti, in nome di un maggior profitto, a realizzare la discarica rsu di «Valle dei fiori» di Gioia dei Marsi, della quale ci siamo già occupati su queste colonne, definendola "impossibile" per le insuperabili criticità che presenta.
Più in generale, dopo il terremoto, anche la liquidazione delle macerie del sisma corre il rischio, in difetto di una progettualità alta, di produrre una generalizzata devastazione del territorio a vantaggio delle sole consorterie dei soliti noti, bellamente sopravvissute a tutte le tragedie patite in quest'anno dalla nostra disgraziata provincia. Sotto la patina di una pretesa "emergenza" ci si accinge al totale stravolgimento del già provato assetto dei nostri paesi e dei nostri luoghi. Non siamo che all'inizio.

L'incaricato dal Fucino

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