I milioni di metri cubi sgretolatisi dalle costruzioni dell'Aquila e
del cratere del recente sisma sono ancora, in gran parte, dove la
scossa li ha precipitati nella notte del 6 aprile 2009.
Nei primi giorni, un enorme apparato tritamacerie venne installato nel
capoluogo abruzzese, a Piazza d'Armi, ma quasi subito – a seguito del
sospetto che l'enorme macchina stesse in realtà sminuzzando le
prove dei crolli di via XX Settembre – si addivenne a fermarne le
azioni. Da quel momento il Dipartimento della Protezione civile si
è (almeno apparentemente) disinteressato di stoccaggio,
trasporto e smaltimento dei materiali derivanti dal crollo e
dall'abbattimento degli edifici pubblici e privati, mentre le norme per
l'Abruzzo terremotato volute dal governo e poi convertite in legge
hanno provveduto a trasformare tutte le macerie in «rifiuti
urbani non specificati altrimenti» (codice CER 23.03.99) sebbene
«limitatamente alle fasi di raccolta e trasporto presso le aree
di deposito temporaneamente individuate» (ove si dovrebbe,
teoricamente, provvedere alla loro separazione). In decisa
controtendenza con il generale esautoramento degli enti territoriali
voluto dal governo, l'ingrato compito di liberare il territorio dalle
macerie, evidentemente di lungo periodo, è stato affidato ai
Comuni interessati dal sisma, che sono ancora – per tale aspetto – in
alto mare.
A tre mesi dal sisma, ha destato un certo scandalo il tentativo, da
parte del municipio de L'Aquila, di affidare ad una società, la
«T&P», dal capitale sociale minimo (ed inattiva, in
pratica, sino al momento di essere prescelta), il compito della
rimozione delle macerie e del loro stoccaggio presso la cava ex Teges
di Paganica. Appalto da cinquanta milioni di euro affidato attraverso
una "procedura negoziata" (non una gara pubblica, quindi) a dir poco
opaca, ed alla quale non è stato dato corso. Tale affidamento,
giustificato nelle sue modalità dall'urgenza di provvedere alla
rimozione delle macerie, non doveva essere così urgente se poi –
una volta scoperchiatosi il caso politico che ha indotto la giunta di
centrosinistra de L'Aquila ad una frettolosa retromarcia sulla
«T&P» –, si è procrastinata ogni ulteriore
decisione, lasciando alla sola Asm (la municipalizzata dei rifiuti a
L'Aquila) il compito di cominciare a provvedere alla rimozione,
utilizzando per lo stoccaggio proprio la cava ex Teges. Solo una
porzione infinitesima del totale è stata sinora rimossa da
L'Aquila.
Solo a sei mesi dal sisma, la Regione Abruzzo ha provveduto ad
individuare formalmente, nell'intero territorio provinciale aquilano, i
siti – già in essere, ed in qualche caso da riaprire per la
bisogna – idonei a ricevere, tra gli altri materiali, gli inerti ed i
rifiuti non pericolosi provenienti dai crolli e dalle demolizioni nel
cosiddetto cratere del terremoto. Con tutta evidenza, tali siti sono
del tutto insufficienti ad accogliere l'immane massa delle macerie,
cosicché si vocifera già di ampliamenti nonché
della necessità di individuare ulteriori siti. Tra questi, Monte
Manicola, sempre a Paganica, dove alcuni anni or sono una fortissima
agitazione popolare impedì che si installasse la discarica della
città de L'Aquila.
Non solo: il business della maceria va risvegliando anche l'interesse
dei soci privati di altri Consorzi territoriali dei rifiuti, consci del
fatto che il trattamento del materiale dei crolli è
infinitamente più redditizio del semplice ed ordinario rifiuto
solido urbano. In quest'ottica si spiega la reiterata ed insistente
disponibilità del consorzio Aciam e del Comune di Avezzano ad
accogliere, nel sito di «Valle Solegara» (Antrosano,
frazione di Avezzano) oggi aperto ai soli inerti della Marsica, le
macerie aquilane. In un perverso gioco dei quattro cantoni, per adibire
quest'ultimo sito ad albergo delle macerie, si dovrà abbandonare
l'ipotesi che «Valle Solegara» venga predisposta, come
più volte proposto, per i rifiuti solidi urbani ordinari della
Marsica, e ci si vedrà costretti, in nome di un maggior
profitto, a realizzare la discarica rsu di «Valle dei
fiori» di Gioia dei Marsi, della quale ci siamo già
occupati su queste colonne, definendola "impossibile" per le
insuperabili criticità che presenta.
Più in generale, dopo il terremoto, anche la liquidazione delle
macerie del sisma corre il rischio, in difetto di una
progettualità alta, di produrre una generalizzata devastazione
del territorio a vantaggio delle sole consorterie dei soliti noti,
bellamente sopravvissute a tutte le tragedie patite in quest'anno dalla
nostra disgraziata provincia. Sotto la patina di una pretesa
"emergenza" ci si accinge al totale stravolgimento del già
provato assetto dei nostri paesi e dei nostri luoghi. Non siamo che
all'inizio.
L'incaricato dal Fucino