Umanità Nova, n.43 del 7 dicembre 2009, anno 89

L'altra internet. Indymedia Dieci anni dopo


Nel novembre del 1999 un gruppo di attivisti statunitensi impegnati nel campo della comunicazione e nelle lotte di base aprì a Seattle il primo "Independent Media Center" (IMC) allo scopo di diffondere informazione indipendente in occasione del vertice del WTO che si sarebbe tenuto in quella città.
Come è noto le manifestazioni contro il vertice si trasformarono nella "battaglia di Seattle" e divennero l'esplosione di quello che i mass-media chiamarono "movimento no-global". In quei giorni il centro funzionò come punto di raccolta di testimonianze e notizie (foto, filmati, audio, testi) prodotte direttamente dai protagonisti delle proteste, che furono poi diffuse attraverso vari canali in tutto il mondo. Il neonato sito web dell'IMC registrò milioni di contatti e da quel momento in poi lo slogan "don't hate media, become your media" iniziò a propagarsi, grazie ad Internet, ovunque. Meno di un anno dopo erano stati fondati già altri IMC a Città del Messico, a Praga, in Francia e in Belgio, creando le prime maglie di una vera e propria Rete informativa internazionale.
In Italia la proposta di creare un IMC fu lanciata, nel giugno del 2000, in occasione di una manifestazione organizzata a Bologna contro una riunione dell'OCSE, l'Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Europeo. Ma è dopo le giornate del luglio 2001 a Genova che il sito italiano di Indymedia diventa famoso in tutta la penisola ed uno dei nodi più attivi dell'intero Network.
La rivoluzione introdotta da Indymedia all'interno del panorama dei siti web di informazione è stata tra le più radicali, anche prima del 1999 era ovviamente possibile per un singolo individuo pubblicare notizie su Internet, ma per fare questo era necessario avere a disposizione uno spazio e un minimo di conoscenze tecniche.
Con la "pubblicazione aperta" introdotta dagli IMC chiunque ha accesso ad un computer collegato alla Rete può portare il suo contributo personale al progetto, alimentando un flusso continuo di comunicazione alternativo a quella ufficiale. In pratica l'azione diretta irrompeva, non invitata, nel recinto dei mezzi di comunicazione di massa portandovi un notevole scompiglio.
E questo ha fatto da subito paura a molti, come dimostrano i numerosi tentativi di censura operati nel corso degli anni. Ricordiamone qualcuno: nel 2004 due server sui quali erano ospitati una ventina di siti del network (tra i quali quello italiano) vennero sequestrati dal FBI su ordine di un giudice di Bologna. Nel 2005 fu sequestrato dalla polizia il sito dell'IMC di Bristol. Nel 2006 il Los Angeles Times rivelò che Indymedia compariva, accanto a "Food Not Bombs" e al "Communist Party of Texas" in una lista di sorvegliati speciali del FBI. Nel 2009 è stata spedita ad uno degli amministratori del sito indymedia.org una ingiunzione legale che ordinava di fornire i dati utili a identificare tutti coloro che avevano visitato il sito a partire dal giugno 2008.
Oggi il network internazionale festeggia i suoi primi dieci anni di vita, contando ancora centinaia di IMC sparsi in tutto il mondo, anche se alcuni di questi sono inattivi e altri hanno un'attività davvero ridotta, ma questa è una cosa da considerarsi normale per una iniziativa che si basa sull'impegno volontario piuttosto che su un'organizzazione autoritaria e verticistica.
In questi dieci anni il vento è cambiato e l'onda del movimento di Seattle ha da tempo esaurito la sua spinta, come spesso è accaduto ad altri movimenti in passato, trasformando in un pallido fantasma la forza che sembrava avere tra la fine del secolo scorso e quello corrente. E la Rete internazionale degli IMC ha sicuramente subito un parallelo ridimensionamento poiché – almeno all'inizio – era alimentata principalmente proprio da quel movimento. Lo stesso nodo italiano, dopo aver acquistato una certa notorietà anche sui media ufficiali, si è trasformato in una serie di IMC territoriali che però, nonostante le buone intenzioni, dopo tre anni di lavoro oggi sono pericolosamente in bilico tra la chiusura definitiva e la trasformazione in qualcosa d'altro.
Nonostante tutti i problemi, restano comunque ancora pienamente validi i principi fondanti del Network che gli hanno permesso di resistere fino ad oggi: l'autogestione, la condivisione, l'autonomia. Un metodo di funzionamento sicuramente molto vicino a quello dell'anarchismo, applicato allo scopo principale di dare voce a chi non ha possibilità di accedere ai mezzi di comunicazione ufficiali. E insieme la consapevolezza della necessità di costruire una rete planetaria per la comunicazione indipendente, in grado di tenere testa allo strapotere dei padroni dell'informazione globale. Qualcosa che si potrebbe definire il "modello Indymedia".
Un modello che in questi anni è stato copiato (male) da moltissimi altri siti web, sia commerciali sia alternativi, alcuni dei quali oggi permettono ai loro utenti di pubblicare – ma con notevoli restrizioni – i propri materiali. Alla fine del 2009, come nel 1999, i nodi del network Indymedia sono gli unici sui quali è possibile esprimersi senza censura e senza doversi per forza identificare con nome e cognome. Un modello questo che ha diversi nemici: da una parte le strutture di potere (mediatico e politico) sempre pronte a utilizzare qualsiasi mezzo al fine di ostacolare la comunicazione e l'informazione libera e dall'altra i gruppi politici autoritari che spesso spacciano per informazione "indipendente" la loro particolare visione del mondo.
Sicuramente anche il modello Indymedia ha difetti e problemi: consentire a chiunque di pubblicare liberamente sul sito espone inevitabilmente al rischio di ricevere querele da chi si sente diffamato o che siano pubblicati anche materiali non condivisibili (fascisti, razzisti, sessisti, ecc...); mantenere in vita un sito senza ricevere finanziamenti esterni significa doversi impegnare in continue e faticose campagne di sottoscrizione; far convivere nei collettivi che gestiscono i siti persone di diverso orientamento politico, non sempre è facile. Il problema maggiore resta comunque quello di trovare persone disposte a impegnarsi, a lavorare insieme per continuare a mantenere attiva la rete. Questo genere di problemi è comune a tutti gli IMC del mondo e, infatti, in occasione di questo decennale difficilmente ci sarà un singolo festeggiamento internazionale, quanto piuttosto piccole iniziative locali con l'obiettivo di riflettere sul futuro di questo progetto che avrebbe ancora molto da dare.
Sostenere concretamente Indymedia, oggi come ieri, significa partecipare pubblicando notizie e informazioni, soprattutto quelle che sono ignorate o cancellate dai media ufficiali, significa organizzare anche piccole iniziative per mantenerlo economicamente ma, soprattutto, significa impegnarsi a partecipare in prima persona alla gestione collettiva dei siti.
Questo perché l'informazione indipendente ha bisogno di noi e noi dell'informazione indipendente.

Pepsy

Alcuni degli articoli pubblicati su UN a proposito di Indymedia:
Liberi di... tacere (n.8, 0/03/2002) http://www.ecn.org/uenne/archivio/archivio2002/un08/art2067.html
Vilipendio all'intelligenza (n.40, 07/12/2003) http://www.ecn.org/uenne/archivio/archivio2003/un40/art3007.html
Sequestro di stato (n.32, 17/10/2004) http://www.ecn.org/uenne/archivio/archivio2004/un32/art3410.html
Sequestro Indymedia 2. Arrivano gli anarchici (n.33, 24/10/2004) http://www.ecn.org/uenne/archivio/archivio2004/un33/art3431.html
Il Papa contro Indymedia (n.16, 08/05/2005) http://www.ecn.org/uenne/archivio/archivio2005/un16/art3722.html
Inquisizione di stato (n.17, 15/05/2005) http://www.ecn.org/uenne/archivio/archivio2005/un17/art3734.html
Chiudere per ricominciare (n.40, 10/12/2006) http://www.ecn.org/uenne/archivio/archivio2006/un40/art4517.html

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