Milano, 12 dicembre 1969, ore 16,37: un boato scuote il centro di
Milano. Alla Banca nazionale dell'Agricoltura in piazza Fontana
è scoppiata una bomba. Risultato? Ben 17 morti e quasi un
centinaio di feriti. Una strage, anzi la strage che segna la storia di
questo Paese. La bomba di piazza Fontana non è l'unica a
esplodere quel giorno. Un'altra viene ritrovata poco lontano nella sede
della Banca commerciale in piazza della Scala. Per fortuna non è
esplosa, verrà fatta brillare quattro ore dopo distruggendo
prove importanti. Ma la sequenza esplosiva non si esaurisce a Milano. A
Roma tra le 16,40 e le 16,55 in un corridoio sotterraneo della Banca
nazionale del lavoro in via Veneto scoppia un'altra bomba che causa 14
feriti fra gli impiegati dell'istituto. Infine, dopo le 17,20
all'altare della patria in piazza Venezia, esplodono altri due ordigni
di minore potenza. Quattro feriti.
Sono passati quarant'anni e di quella strage che cosa sappiamo? Tutto o quasi niente?
Torniamo a quel tragico dicembre.
Chi sono gli autori degli attentati? A Milano c'è chi ha
già le idee chiare: è il prefetto Libero Mazza che nella
sera del 12 invia un fonogramma a Mariano Rumor, presidente del
consiglio: «Ipotesi attendibile che deve formularsi indirizza
verso gruppi anarcoidi aut frange estremiste. Est già iniziata,
previe intese autorità giudiziaria, vigorosa azione rivolta at
identificazione et arresto responsabili». Ed è quanto
pensano anche i dirigenti dell'ufficio politico della Questura di
Milano, Antonino Allegra e il suo vicecommissario Luigi
Calabresi: banche e altare della patria sono obiettivi anarchici o di
estremisti di sinistra e agiscono di conseguenza. E, infatti, Calabresi
va al Circolo anarchico di via Scaldasole, lì trova un
anarchico, Sergio Ardau, poi arriva anche Giuseppe Pinelli che
seguirà con il suo motorino la macchina con cui Calabresi porta
in Questura Ardau. Pinelli, trattenuto illegalmente (il fermo di
polizia era scaduto) uscirà la mezzanotte del 15 dicembre dalla
stanza di Calabresi al quarto piano di via Fatebenefratelli
precipitando dalla finestra.
Per quella morte non ci sono responsabili. I poliziotti che
interrogavano Pinelli nella stanza di Calabresi vengono prosciolti il
27 ottobre 1975 dal giudice Gerardo D'Ambrosio, oggi senatore del
Partito democratico. Pinelli muore, secondo la sentenza di D'Ambrosio,
perché colpito da un «malore attivo». Pinelli non si
accascia sul davanzale della porta-finestra, ma fa una sorta di balzo
oltre il davanzale. Un malore che non ha precedenti nella storia della
medicina legale.
Il «ballerino anarchico»
Sempre il 15 dicembre, alle 10,35, Pietro Valpreda, milanese
trasferitosi a Roma, entra al Palazzo di giustizia di Milano. Deve
essere interrogato dal giudice Antonio Amati per dei volantini contro
il Papa. Quando esce dallo studio di Amati viene prelevato da due
poliziotti. Breve interrogatorio in via Fatebenefratelli. Poi, colpo di
scena, viene trasferito a Roma. Ad attenderlo c'è Umberto
Improta, commissario della squadra politica e anni dopo questore di
Milano. Il 16 dicembre Valpreda è sottoposto a un confronto
«all'americana»: in mezzo ad alcuni poliziotti viene
riconosciuto dal tassista Cornelio Rolandi. Prima del confronto Rolandi
dichiara: «L'uomo di cui ho parlato è alto metri
1,70-1,75, età circa 40 anni, corporatura regolare, capelli
scuri, occhi scuri, senza barba e senza baffi. Mi è stata
mostrata dai carabinieri di Milano una fotografia che mi si è
detto doveva essere la persona che io dovevo riconoscere. Mi sono state
mostrate anche altre foto di altre persone». E Rolandi indica
Valpreda. L'anarchico gli chiede di guardarlo meglio. Rolandi replica:
«È lui. E se non è lui qui non c'è».
Con questa testimonianza, poi smontata dagli avvocati della difesa,
viene creato il «mostro». Il giorno dopo tutti giornali
titoleranno sul ballerino anarchico Valpreda accusato di strage.
In che cosa consiste la testimonianza di Rolandi? Alle quattro del
pomeriggio del 12 dicembre avrebbe preso sul suo taxi, fermo al
posteggio in piazza Beccaria un cliente che gli chiede di portarlo
all'incrocio con via Santa Tecla. Lì gli dice di aspettarlo.
Scende con una borsa nera, dopo poco ritorna e si fa accompagnare in
via Albricci. Una cosa pazzesca: per risparmiarsi 135 metri a piedi ne
avrebbe compiuti 234 fra andata e ritorno al taxi. Con in più il
rischio di farsi riconoscere dal tassista.
La pista neonazista
Spostiamo l'inquadratura dall'asse Milano-Roma. A Vittorio Veneto. Un
professore di nome Guido Lorenzon va dal suo avvocato, Alberto
Steccanella. Lorenzon è agitato. A Steccanella riferisce di un
colloquio avuto nel pomeriggio del 13 dicembre con l'amico Giovanni
Ventura, che gli parla degli attentati del giorno prima mostrando
conoscenze precise della dinamica e dei luoghi degli attentati. Tanto
precise da lasciarlo impressionato. Insomma, Lorenzon confida
all'avvocato di credere che l'amico sia coinvolto in quegli attentati.
L'avvocato Steccanella porta un memoriale di Lorenzon al procuratore di
Treviso, il giudice Pietro Calogero interroga Lorenzon, poi trasmette
il tutto ai magistrati romani Ernesto Cudillo e Vittorio Occorsio.
Questi interrogano sia Franco Freda sia Giovanni Ventura, ritengono che
«Le accuse di Lorenzon sono destituite da qualsiasi
fondamento», tanto che definiscono Ventura «una brava
persona» e Freda «un galantuomo».
Facciamo un salto nel tempo. I giudici della Corte d'appello di Milano,
il 12 marzo 2004, assolvono Carlo Maria Maggi, Giancarlo Rognoni e
Delfo Zorzi (vedremo presto chi sono) dall'accusa per piazza Fontana,
ma riconoscono che Giovanni Ventura e Franco Freda, già
condannati a 15 anni per le bombe a Milano del 25 aprile, per le bombe
sui treni fra l'8 e il 9 agosto dello stesso anno e per associazione
sovversiva sono i responsabili anche della strage di piazza Fontana:
«L'assoluzione di Freda e Ventura è un errore frutto di
una conoscenza dei fatti superata dagli elementi raccolti in questo
processo». E questo verrà confermato il 3 maggio 2005
dalla Cassazione, mettendo fine alla lunga sequenza di processi.
Il giudice Salvini indaga
Quanto sono durati i processi? Il primo inizia a Roma il 23 febbraio
1972, ma dopo poche udienze viene trasferito a Milano. Nel capoluogo
lombardo non si tiene neppure un'udienza perché la Cassazione
trasferisce il processo a Catanzaro. Bisognerà aspettare il 1975
perché partano le udienze nella città calabrese. La prima
sentenza è del 1979: condannati all'ergastolo Freda, Ventura e
Guido Giannettini per strage. Assolto per insufficienza di prove
Valpreda. Nel 1980 la sentenza in appello: tutti assolti per piazza
Fontana e nel 1987 la Cassazione conferma.
Ma nel gennaio 1989 il giudice istruttore (oggi giudice per le indagini
preliminari) Guido Salvini apre una nuova inchiesta sull'eversione di
destra e su piazza Fontana: il 13 marzo 1995 rinvia a giudizio molti
militanti di Ordine nuovo e Avanguardia nazionale, fra cui Delfo Zorzi,
Carlo Maria Maggi e Giancarlo Rognoni. Il 30 giugno 1997 i tre vengono
condannati all'ergastolo per piazza Fontana. Nel 2002 assolti in
Appello e, infine, nel 2005 assolti dalla Cassazione.
Così si chiude con un nulla di fatto questa «storia
infinita». Questa storia che ha visto coinvolti personaggi di
primo piano della politica italiana, servizi segreti e apparati dello
stato italiano. Apparati deviati si è sempre detto, mentre il
giudice Salvini ha scritto: «La presenza di settori degli
apparati statali, nello sviluppo del terrorismo di destra, non
può essere considerata "deviazione", ma normale esercizio di una
funzione istituzionale».
Realtà processuale e realtà storica, dunque, non
coincidono. Ed è comprensibile: la verità storica (chi
può dubitarne?) è quella che indicarono con precisione
gli anarchici milanesi nella conferenza stampa del 17 dicembre 1969:
«Pinelli è stato assassinato, Valpreda è innocente,
la strage è di stato».
Luciano Lanza