A cura della Commissione Lavoro della Federazione Anarchica Milanese
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"Superficialità, omissioni, mancanza di diligenza e
prudenza". A pronunciare questa frase non sono i "soliti" estremisti
disfattisti, ma il sostituto procuratore Giuseppe Maralfa.
Lo scenario è il processo, in corso a Trani, per la morte per
avvelenamento, avvenuta nel 2008, di cinque lavoratori della Truck
center di Molfetta. Gli imputati sono il responsabile dei trasporti
merci pericolose delle Fs e il responsabile legale della società
accusati di omicidio colposo plurimo, lesioni colpose e violazione
delle normative della sicurezza sul lavoro.
Nel marzo 2008 cinque operai muoiono in un capannone nella zona
industriale di Molfetta, dove Fs logistica, attraverso la
società "La cinque biotrans", invia per la pulizia nove cisterne
che hanno trasportato zolfo allo stato liquido. La morte è
immediata, per le esalazioni di acido solfidrico sprigionate dai
residui di zolfo di una delle cisterne. Gli operai non indossano
nessuna protezione. Niente maschere, nessuna imbragatura di sicurezza.
La procura di Trani accerta che gli operai non conoscevano a fondo i
rischi di quell'operazione di lavaggio e che né il titolare
della "Truck" né Fs logistica li avevano mai avvisati del
pericolo. L'istruttoria evidenzia con chiarezza che a condannare i
cinque operai non è semplice imprudenza.
L'accusa documenta infatti che Fs logistica non ha mai consegnato la
"scheda dati sicurezza", in cui viene indicato solitamente l'agente
chimico trasportato dal container. La mancanza di questa scheda non
è distrazione, ma routine.
La procura scopre che, per la pulizia dei container le Ferrovie si
affidano, "in violazione delle regole di diligenza e prudenza", a ditte
prive di qualsiasi competenza. La difesa della Fs non regge, casomai
conferma quello che da tempo si denuncia con forza: il "metodo"
criminale con cui vengono gestite le cosiddette "esternalizzazioni",
attraverso la catena dei subappalti o dei contratti a terzi. Un
"metodo", che nelle parole del sostituto procuratore Giuseppe Maralfa
suona appunto così: "Superficialità, omissioni, mancanza
di diligenza e prudenza nella gestione delle cisterne di
proprietà Fs".
Lunedì 7 dicembre è stato il 18° anno consecutivo
da parte delle organizzazioni della CUB a promuovere il presidio in
piazza della Scala in occasione della "prima rappresentazione".
Quest'anno è particolarmente sentita e partecipata la protesta
da parte delle tante fabbriche in crisi che licenziano, chiudono o
mettono in cassa integrazione. Sono presenti lavoratori dell'Alfa
Romeo, della Maflow, dell'Hotel Hilton, della Nokia Siemens,
dell'Eutelia, dell'Omnia, della Lores Cozzi, della Metalli Preziosi,
della Tenaris, del Teatro della Scala, di Secondamano e di altre
aziende. Ci sono anche altre sigle del sindacalismo di base, in
particolare i lavoratori dello Slai Cobas e la presenza dei centri
sociali è più massiccia degli altri anni. Oltre alla
presenza dell'area degli organizzatori della protesta c'è una
folta partecipazione di cittadini comuni arrabbiati per la condizioni
in cui sono costretti a vivere.
Lo schieramento di polizia è imponente a difesa del corteo delle
auto blu che scaricavano capi di Stato (anche Napolitano), politici
(anche la Moratti e Formigoni), industriali, finanzieri, padroni di
mezza Europa, vip e star. La folla dei manifestanti preme nelle
transenne e cerca di avvicinarsi all'entrata della Scala gridando
"Vergogna! Vergogna!" Si è sentito anche un "bastardi, andate a
lavorare".
Il tempo non è clemente, la pioggia scende, ma i manifestanti
non mollano. Sono volate delle uova che hanno colpito il bersaglio e si
è sentito qualche petardo. Sono arrivate anche delle
manganellate, ma tutto si è concluso senza feriti né
arresti.
Poi i manifestanti defluivano mentre si alzavano le prime note della Carmen.
Per anni le pazienti dell'R.S.A., l'ex ospedale psichiatrico di
Codogno in provincia di Lodi, hanno vissuto in condizioni umilianti, in
una struttura neppure lontanamente adatta alle loro esigenze. Ma, per i
poveri, le beffe sono infinite: proprio ora che vengono stanziati fondi
per una ristrutturazione generale dell'ospedale, le pazienti vengono
trasferite (o potremmo quasi direā¦ deportate) al vicino ospedale
Fatebenefratelli di San Colombano al Lambro, guarda caso una struttura
privata.
L'intento dell'Asl è chiaro: aprire la strada per una futura
cessione a un privato anche della loro struttura, naturalmente una
volta ristrutturata e rimessa a nuovo. Per raggiungere questo intento,
poco importa chi ci va di mezzo, siano degenti dell'ospedale oppure
lavoratori.
Infatti, dopo aver usato per anni i lavoratori interinali, ora l'Asl,
senza farsi scrupoli, toglie loro il lavoro e se ne libera. L'accordo,
firmato da Cgil, Cisl, Uil e Confsal è vergognoso: dodici
operatori sono licenziati, per altri cassa integrazione, per altri
ancora esternalizzazione (cioè venduti ad una cooperativa):
qualcuno in mezzo alla strada, qualcun altro condannato alla
precarietà. Gli ospedali per i poveri non meritano più
attenzione. I sindacati hanno dato un bell'aiuto alla dirigenza
dell'Asl.
Contro questa logica affarista, e contro il licenziamento del personale
interinale, lo Slai Cobas non ha intenzione di abbassare la testa: dopo
un presidio di protesta, altre iniziative sono in cantiere per
combattere questa ingiustizia. Contro il decisionismo dell'Asl e a
difesa della sanità pubblica, in questo come in altri casi,
sarebbe auspicabile non solo il sostegno degli altri lavoratori, ma
anche una difesa massiccia e schierata di tutti noi. Perché
tutti, purtroppo, abbiamo interesse a un buon funzionamento di cliniche
e ospedali.
Lo scorso 24 novembre è iniziato presso il tribunale di
Spoleto il processo per la strage della Umbria Olii di Campello su
Clitumno, dove il 25 novembre 2006 avvenne una strage tra i lavoratori
della Manili, una ditta che eseguiva lavori sui silos dell'oleificio.
Mentre il titolare della ditta, Maurizio Manili, e gli operai Tullio
Mottini, Vladimr Todhe e Giuseppe Coletti stavano lavorando con la
fiamma ossidrica, improvvisamente, due dei serbatoi pieni di olio di
oliva esplosero uccidendoli sul colpo.
Il proprietario della Umbria Olii, Giorgio Del Papa, venne rinviato a
giudizio con l'imputazione di omicidio plurimo con l'aggravante della
colpa, in quanto non si era curato di avvisare i lavoratori circa la
pericolosità del gas esano, particolarmente infiammabile che, a
causa della mancata bonifica, si trovava nei serbatoi.
Ma l'aspetto più assurdo della vicenda sta nel fatto che la
proprietà della Umbria Olii ha avuto il coraggio di sostenere
che la responsabilità dell'incidente ricade sui lavoratori
uccisi, tentando per due volte di richiedere danni per ben 35 milioni
di euro alle famiglie e all'unico sopravvissuto alla strage!
In appoggio alle famiglie dei lavoratori uccisi è però da
tempo sorto nella zona un forte movimento e un'associazione fondata dai
parenti di Giuseppe Coletti. È stato così che, al termine
dell'udienza, un corteo ha raggiunto i cancelli della Umbria Olii dove
è stata apposta una catena con quattro lucchetti, ognuno dei
quali reca inciso il nome di una delle vittime.