Umanità Nova, n.45 del 20 dicembre 2009, anno 89

Bel lAvoro


A cura della Commissione Lavoro della Federazione Anarchica Milanese
bel-lavoro@federazioneanarchica.org    

Il caso della Truck Center di Molfetta

"Superficialità, omissioni, mancanza di diligenza e prudenza". A pronunciare questa frase non sono i "soliti" estremisti disfattisti, ma il sostituto procuratore Giuseppe Maralfa.
Lo scenario è il processo, in corso a Trani, per la morte per avvelenamento, avvenuta nel 2008, di cinque lavoratori della Truck center di Molfetta. Gli imputati sono il responsabile dei trasporti merci pericolose delle Fs e il responsabile legale della società accusati di omicidio colposo plurimo, lesioni colpose e violazione delle normative della sicurezza sul lavoro.
Nel marzo 2008 cinque operai muoiono in un capannone nella zona industriale di Molfetta, dove Fs logistica, attraverso la società "La cinque biotrans", invia per la pulizia nove cisterne che hanno trasportato zolfo allo stato liquido. La morte è immediata, per le esalazioni di acido solfidrico sprigionate dai residui di zolfo di una delle cisterne. Gli operai non indossano nessuna protezione. Niente maschere, nessuna imbragatura di sicurezza. La procura di Trani accerta che gli operai non conoscevano a fondo i rischi di quell'operazione di lavaggio e che né il titolare della "Truck" né Fs logistica li avevano mai avvisati del pericolo. L'istruttoria evidenzia con chiarezza che a condannare i cinque operai non è semplice imprudenza.
L'accusa documenta infatti che Fs logistica non ha mai consegnato la "scheda dati sicurezza", in cui viene indicato solitamente l'agente chimico trasportato dal container. La mancanza di questa scheda non è distrazione, ma routine.
La procura scopre che, per la pulizia dei container le Ferrovie si affidano, "in violazione delle regole di diligenza e prudenza", a ditte prive di qualsiasi competenza. La difesa della Fs non regge, casomai conferma quello che da tempo si denuncia con forza: il "metodo" criminale con cui vengono gestite le cosiddette "esternalizzazioni", attraverso la catena dei subappalti o dei contratti a terzi. Un "metodo", che nelle parole del sostituto procuratore Giuseppe Maralfa suona appunto così: "Superficialità, omissioni, mancanza di diligenza e prudenza nella gestione delle cisterne di proprietà Fs".

Milano: contestata dai lavoratori la "Prima" della Scala

Lunedì 7 dicembre è stato il 18° anno consecutivo da parte delle organizzazioni della CUB a promuovere il presidio in piazza della Scala in occasione della "prima rappresentazione".
Quest'anno è particolarmente sentita e partecipata la protesta da parte delle tante fabbriche in crisi che licenziano, chiudono o mettono in cassa integrazione. Sono presenti lavoratori dell'Alfa Romeo, della Maflow, dell'Hotel Hilton, della Nokia Siemens, dell'Eutelia, dell'Omnia, della Lores Cozzi, della Metalli Preziosi, della Tenaris, del Teatro della Scala, di Secondamano e di altre aziende. Ci sono anche altre sigle del sindacalismo di base, in particolare i lavoratori dello Slai Cobas e la presenza dei centri sociali è più massiccia degli altri anni. Oltre alla presenza dell'area degli organizzatori della protesta c'è una folta partecipazione di cittadini comuni arrabbiati per la condizioni in cui sono costretti a vivere.
Lo schieramento di polizia è imponente a difesa del corteo delle auto blu che scaricavano capi di Stato (anche Napolitano), politici (anche la Moratti e Formigoni), industriali, finanzieri, padroni di mezza Europa, vip e star. La folla dei manifestanti preme nelle transenne e cerca di avvicinarsi all'entrata della Scala gridando "Vergogna! Vergogna!" Si è sentito anche un "bastardi, andate a lavorare".
Il tempo non è clemente, la pioggia scende, ma i manifestanti non mollano. Sono volate delle uova che hanno colpito il bersaglio e si è sentito qualche petardo. Sono arrivate anche delle manganellate, ma tutto si è concluso senza feriti né arresti.
Poi i manifestanti defluivano mentre si alzavano le prime note della Carmen.

Lavoratori della R.S.A di Codogno in lotta contro la cessione

Per anni le pazienti dell'R.S.A., l'ex ospedale psichiatrico di Codogno in provincia di Lodi, hanno vissuto in condizioni umilianti, in una struttura neppure lontanamente adatta alle loro esigenze. Ma, per i poveri, le beffe sono infinite: proprio ora che vengono stanziati fondi per una ristrutturazione generale dell'ospedale, le pazienti vengono trasferite (o potremmo quasi direā€¦ deportate) al vicino ospedale Fatebenefratelli di San Colombano al Lambro, guarda caso una struttura privata.
L'intento dell'Asl è chiaro: aprire la strada per una futura cessione a un privato anche della loro struttura, naturalmente una volta ristrutturata e rimessa a nuovo. Per raggiungere questo intento, poco importa chi ci va di mezzo, siano degenti dell'ospedale oppure lavoratori.
Infatti, dopo aver usato per anni i lavoratori interinali, ora l'Asl, senza farsi scrupoli, toglie loro il lavoro e se ne libera. L'accordo, firmato da Cgil, Cisl, Uil e Confsal è vergognoso: dodici operatori sono licenziati, per altri cassa integrazione, per altri ancora esternalizzazione (cioè venduti ad una cooperativa): qualcuno in mezzo alla strada, qualcun altro condannato alla precarietà. Gli ospedali per i poveri non meritano più attenzione. I sindacati hanno dato un bell'aiuto alla dirigenza dell'Asl.
Contro questa logica affarista, e contro il licenziamento del personale interinale, lo Slai Cobas non ha intenzione di abbassare la testa: dopo un presidio di protesta, altre iniziative sono in cantiere per  combattere questa ingiustizia. Contro il decisionismo dell'Asl e a difesa della sanità pubblica, in questo come in altri casi, sarebbe auspicabile non solo il sostegno degli altri lavoratori, ma anche una difesa massiccia e schierata di tutti noi. Perché tutti, purtroppo, abbiamo interesse a un buon funzionamento di cliniche e ospedali.

Spoleto: corteo contro la strage della Umbria Olii

Lo scorso 24 novembre è iniziato presso il tribunale di Spoleto il processo per la strage della Umbria Olii di Campello su Clitumno, dove il 25 novembre 2006 avvenne una strage tra i lavoratori della Manili, una ditta che eseguiva lavori sui silos dell'oleificio. Mentre il titolare della ditta, Maurizio Manili, e gli operai Tullio Mottini, Vladimr Todhe e Giuseppe Coletti stavano lavorando con la fiamma ossidrica, improvvisamente, due dei serbatoi pieni di olio di oliva esplosero uccidendoli sul colpo.
Il proprietario della Umbria Olii, Giorgio Del Papa, venne rinviato a giudizio con l'imputazione di omicidio plurimo con l'aggravante della colpa, in quanto non si era curato di avvisare i lavoratori circa la pericolosità del gas esano, particolarmente infiammabile che, a causa della mancata bonifica, si trovava nei serbatoi.
Ma l'aspetto più assurdo della vicenda sta nel fatto che la proprietà della Umbria Olii ha avuto il coraggio di sostenere che la responsabilità dell'incidente ricade sui lavoratori uccisi, tentando per due volte di richiedere danni per ben 35 milioni di euro alle famiglie  e all'unico sopravvissuto alla strage!
In appoggio alle famiglie dei lavoratori uccisi è però da tempo sorto nella zona un forte movimento e un'associazione fondata dai parenti di Giuseppe Coletti. È stato così che, al termine dell'udienza, un corteo ha raggiunto i cancelli della Umbria Olii dove è stata apposta una catena con quattro lucchetti, ognuno dei quali reca inciso il nome di una delle vittime.

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