Umanità Nova, n.4 del 7 febbraio 2010, anno 90

Libertà per Volkan Sevinc


Il 6 gennaio 2010 è stato organizzata ad Ankara, capitale della Turchia, in via Yuksel – la zona più popolata della città – una conferenza stampa in solidarietà all'obiettore di coscienza detenuto Enver Aydemir.
I poliziotti, che aspettavano sul posto già pronti e con la chiara intenzione di mettere bruscamente fine alla manifestazione, hanno circondato il gruppo che partecipava alla conferenza stampa e chiesto a ognuno la propria carta d'identità. Normalmente la polizia non potrebbe chiedere i documenti in questo tipo di manifestazione, costituzionale e pacifica e i cittadini non hanno l'obbligo di informarne la polizia.
Il fatto che la polizia chieda i documenti d'identità a una persona che partecipa a una conferenza stampa è però sicuramente un'abitudine e qualcosa che si vuole sia accettato come normalità. La polizia ha quindi accerchiato i partecipanti, obiettori contro la guerra e la violenza, mentre protestavano contro l'incarcerazione di un obiettore di coscienza, e chiesto loro i documenti di identità per poterli poi arrestare e incarcerare.
Un centinaio di poliziotti che circondavano gli attivisti, in gran parte anarchici, gli si sono scagliati contro, con tutta la loro violenza, nel giro di qualche secondo. Le prevaricazioni e gli insulti sono poi proseguiti all'interno del veicolo con il quale i manifestati sono stati condotti ai centri di detenzione e durante le 20 ore che questi sono rimasti lì dentro.
La polizia accusa gli attivisti di aver opposto resistenza e di inculcare alla gente il rifiuto del servizio militare. Tutti i manifestanti, dopo essere stati sottoposti a una forte pressione fisica al comando di polizia, sono stati costretti dai poliziotti che li avevano condotti là a firmare delle dichiarazioni preparati dagli stessi poliziotti.
In risposta a tale trattamento, gli attivisti si sono avvalsi del diritto di non rispondere e non hanno rilasciato dichiarazioni. La stessa notte, mentre gli antimilitaristi restavano sotto sorveglianza, ad Ankara, Istanbul e Smirne ci sono state manifestazioni contro queste detenzioni ingiuste e arbitrarie e contro la violenza delle forze dell'ordine.
Gli antimilitaristi, dopo una notte passata in prigione, sono stati condotti, l'indomani, al Palazzo di Giustizia di Ankara, accolti da compagni anarchici, antimilitaristi, femministe e dalle loro famiglie che hanno mostrato loro tutto il sostegno possibile, con slogan e applausi.
I prigionieri sono stati sottoposti dapprima a una visita medico-giudiziaria e più tardi condotti dal loro avvocato per rilasciare dichiarazioni. In quanto anarchico, Volkan Sevinc è stato davanti alla corte per decidere sulla convalida dell'arresto mentre gli altri 22 attivisti sono stati rilasciati. La sentenza è stata emessa rapidamente. Secondo Volkan in quell'aula si è tenuto un processo del tutto simile a una messa in scena, dal momento che tutta la gerarchia, dal giudice agli ufficiali di polizia, avevano già preso la loro decisione, ossia di arrestare Volkan. Il giudice ha descritto, alla stampa, la vicenda della conferenza stampa organizzata dagli antimilitaristi contrari alla guerra e alla violenza come un assembramento "illegale" e Volkan come colui che avrebbe organizzato questa riunione illegale e come persona in possesso di un'arma da fuoco. La prova sarebbe stata l'esistenza di un coltello, cosa che Volkan ha smentito: il coltello non gli apparteneva e questo è stato il motivo per cui non aveva firmato l'atto di perquisizione.
La legge e tutti i poteri, che hanno chiamato "arma" un coltello che non apparteneva a Volkan, "riunione illegale" una conferenza stampa che è un diritto costituzionale e "dirigente" di questa riunione illegale l'anarchico Volkan Sevinc, tutte le imputazioni senza alcun fondamento, hanno mandato Volkan nella prigione n. 1 di Ankara e archiviato il caso.
Mentre Volkan veniva condotto in prigione, i suoi compagni, e tutti coloro che erano venuti a sostenerlo, urlavano slogan. Tutti hanno camminato fianco a fianco contro il fascismo, con l'antifascista Volkan, con tutti i detenuti antimilitaristi, gridando che la salvezza è possibile solo se si resta uniti. Cosa che Volkan ha fatto alzando il pugno e incoraggiando tutti alla determinazione con lo slogan "Ribellione, Rivoluzione, Anarchia".
Risultato, l'anarchico Volkan Sevinc è stato incarcerato nella prigione del potere per aver rifiutato la morte e l'assassinio.
Questi fatti dimostrano più chiaramente e più esplicitamente di pagine e pagine di libri che la legge del potere non è vicina alla vita, ma alla morte e alla violenza; e che la democrazia è solo una menzogna disonesta.
Il giorno seguente, 8 gennaio 2010, i compagni di Volkan hanno protestato contro tutto ciò a Istanbul, Ankara e Smirne. Su tutti gli striscioni si leggeva: "Le coscienze non possono essere imprigionate, liberate Volkan Sevinc". Lo striscione della conferenza stampa di Ankara portava la firma "Iniziativa per la Liberazione dei detenuti antimilitaristi". Da un'altra parte, a Istanbul, qualcun altro esprimeva la propria obiezione di coscienza con un'azione simile. E di nuovo un anarchico ha avuto un attacco cardiaco in seguito a un assalto della polizia. Attualmente è ancora sottoposto a cure mediche intensive.
La violenza scava nella nostra pelle e turba costantemente la terra in cui viviamo. Queste condizioni non sono più sostenibili e imprigionano le nostre anime. La forza della guerra psicologica e convenzionale portata avanti dai signori e dagli assassini si svela di giorno in giorno in tutta la sua chiarezza. I sovrani di questa terra si spartiscono con ipocrisia ciò che gli anarchici hanno ben definito da più di un secolo: il "potere".
La guerra cominciata dal capitalismo secoli fa contro l'esistenza di tutte le identità politiche, di classe, etniche e di genere, anarchici, curdi, omosessuali, zingari, tutti coloro che contrastano la tipologia del "suddito" creato dal potere stesso, è ancora attuale con il suo orrore e le sue indegne strategie.
La guerra e il militarismo non sono solo il servizio militare o l'utilizzo di un'arma da fuoco. È per questo che contro la fondazione di una società che si appoggia alla cooperazione militare, in un processo simile, la sola cosa da fare è rifiutare la morte. È per questo che Volkan Sevinc è in prigione adesso; perché ha rifiutato la morte e si è rifiutato di uccidere.
Lo scopo di questo testo è fare appello a coloro le cui coscienze non possono essere imprigionate per appoggiare noi e il nostro compagno detenuto Volkan. Questo è il nostro appello, aperto a tutti coloro che condividono la nostra coscienza e la sua. Oggi più che mai abbiamo bisogno della vostra solidarietà. Il nostro bisogno principale è il sostegno in questo processo, per mostrare che la coscienza di Volkan non è sola.
Potete seguire tutte le notizie sul detenuto anarchico e antimilitarista Volkan Sevinc su www.ahaligazetesi.org e contattarci all'indirizzo ahaligazetesi@gmail.com

Iniziativa per la Liberazione dei detenuti antimilitaristi.

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