Comitato Unitario di Base aderente all'Unione Sindacale Italiana Federazione Brianza

                                                 SCIOPERIAMO UNITI IL 18.10.2002


Lo sciopero del 18 ottobre non può che essere anche un momento di grande mobilitazione contro l’imminente guerra in l’Iraq. Ancora una volta il tema della guerra riveste un ruolo centrale per il movimento dei lavoratori, che ha il compito di indirizzare la propria azione politico-sindacale verso una pratica antinterventista a difesa non solo
delle popolazioni inermi aggredite, ma anche delle fasce più deboli della società in Italia, obbligate a sopportare i costi economici di questa nuova avventura militare degli USA.

Dopo i fatti dell’11.9.2001 siamo entrati in una fase storica di guerra globale e permanente che coinvolge tutto il mondo e non lascia più alcuna area in pace. L’Italia si schiera sempre più a fianco degli interessi degli USA e degli altri grandi della terra anche in questa nuova crociata contro l’Iraq.

Se da una parte Berlusconi vorrebbe una presenza italiana in Iraq al servizio dell’alleato padrone, le altre forze politiche hanno accettato un intervento più subdolo, come per esempio, l’invio di un contingente di alpini in Afghanistan in sostituzione degli alleati britannici, che prenderebbero direttamente parte all’aggressione armata  in Iraq.Anche per queste operazioni di guerra, lo Stato italiano continua, dopo l’Afghanistan, a dotarsi del codice penale militare di guerra, giudicato lo strumento più idoneo per disciplinare i rapporti non solo fra militari, ma anche fra i soldati italiani e la popolazione civile tanto in Iraq quanto sullo stesso nostro territorio nazionale.

Nel frattempo, gli USA cercheranno di ottenere l’impunità dalle Corti internazionali per i crimini di guerra commessi o che commetteranno. Nessuno sembra preoccuparsi non solo che le masse popolari dei paesi colpiti dai bombardamenti subiranno, con migliaia di morti, più direttamente i danni catastrofici della guerra, ma anche che le popolazioni del resto del mondo subiranno le conseguenze del fronte interno della guerra, con un forte calo delle condizioni di vita e dei consumi ed una limitazione continua delle libertà personali.

Anche in Italia, parte integrante dell’Europa “caserma”, la partecipazione alla guerra si traduce in pesanti implicazioni economiche e sociali. Si creano finanziarie di guerra dove si dirottano i fondi per sostenere le spese belliche tagliando i servizi sociali; si porta avanti una costante politica di sacrifici fatti di blocco dei salari; si dà mano libera al padronato ed allo stato di licenziare e di ricorrere sempre più a forme selvagge di mobilità, flessibilità e precariato.

Se questo è il corollario classico di ogni guerra, la novità di quella attuale è che il nemico, il terrorismo, non ha un luogo conosciuto e può nascondersi ovunque. E così, con la scusa del terrorismo, si criminalizza tutta l’area più combattiva del dissenso e di classe; si limitano, se non addirittura si cancellano, i diritti politici e sindacali; si aumenta il controllo poliziesco e razzista sull’immigrazione per sfruttare la manodopera straniera e poi gettarla fuori dai confini quando non serve più; si militarizza completamente il territorio; si danno pieni poteri ad esercito e polizia; si creano corpi repressivi; si utilizzano la stampa e le reti di comunicazione per il controllo sociale, occultando e manipolando notizie sgradite ai potenti.

Questi sono i risultati della dottrina Bush, che mira ad una società mondiale sottoposta ad una logica militare, oggi unica forma di organizzazione sociale che può garantire al capitale quella profonda ristrutturazione che l’apertura del mercato mondiale gli impone.E’ quindi necessario che il sindacalismo autogestionario e di classe riproponga con forza la lotta antimilitarista, unica scelta capace di contrastare un’economia ed una cultura basate sulla guerra come fonte principale di sfruttamento, razzismo, miseria e morte, ma anche di repressione sistematica  di tutte le forme di dissenso sociale.Per tutti questi motivi, noi siamo, umanamente e politicamente, contro la guerra, anche qualora fosse l’ONU ad autorizzare e giustificare l’intervento, poichè sarebbe solo una strumentalizzazione operata dagli USA sull’ONU e su ogni altro stato componente della comunità internazionale.

Noi, infatti, non intendiamo partecipare né direttamente né indirettamente allo strazio della popolazione civile irachena né tantomeno vogliamo giustificare presunti interventi di polizia internazionale  che rappresentano soltanto la volontà degli USA e del capitalismo internazionale di dominare il mondo senza rispetto per la vita e per la dignità umana.

NON PARTECIPIAMO ALL’INFAMIA DELLA QUALE VORREBBERO RENDERCI TUTTI COMPLICI!

DISERTIAMO I MECCANISMI DI MORTE PRODOTTI DAGLI USA E DAL CAPITALISMO INTERNAZIONALE.

 

 

DIFENDIAMO I NOSTRI DIRITTI SOCIALI E SINDACALI E RIPRENDIAMO CON FORZA QUELLI CHE CI HANNO TOLTO.

CONTRO LA STANGATA MASCHERATA DELL’ULTIMA FINANZIARIA.

PER L’AUTORGANIZZAZIONE DEI LAVORATORI E LA FORMAZIONE DEL SINDACATO DI CLASSE.

 

Il duro attacco dello Stato e del governo ai diritti sindacali e del lavoro impone oggi più che mai di aggregare intorno ai principi del sindacalismo di base, autogestionari e libertari, i militanti sindacali più combattivi e determinati nelle loro scelte antagoniste, uscendo definitivamente delle logiche professionaliste, opportuniste e di concertazione. Contro lo strapotere datoriale e la montata fascistoide dei mass media e del governo, che hanno smantellato in meno di dieci anni le roccaforti dei diritti del lavoro e le guarentigie sindacali, bisogna sviluppare l’autorganizzazione dei lavoratori, uscendo dalla logica del frazionamento, dell’isolamento e dell’impotenza.

Organizziamoci sempre più numerosi con obiettivi che vadano oltre i diritti negati, non solo per difendere ciò che è stato conquistato in tanti anni di lotte, ma per riprenderci  con forza quegli spazi di azione politica e di libertà individuale da estendere poi indistintamente a donne e uomini, a giovani ed anziani, ai lavoratori pubblici e privati, a tempo indeterminato e precari, italiani e stranieri, delle grandi e delle piccole aziende.

All’economia di guerra, consacrata anche nell’ultima finanziaria, dobbiamo contrapporre il potenziamento dei percorsi di autorganizzazione dei lavoratori, combattendo uniti contro i tagli alla sanità pubblica, ai servizi sociali ed agli spazi abitativi popolari.

La finanziaria berlusconiana, infatti, grazie al taglio dei trasferimenti di fondi dallo Stato agli enti locali, impedisce un’eguale erogazione dei servizi sociali - dalla scuola alla sanità - con la conseguenza che gli sconti sul prelievo fiscale li pagheremo sotto forma di taglio ai nostri diritti e forse con la beffa di un’imposizione fiscale, più o meno occulta, a livello regionale e comunale. La finanziaria non si è limitata a questo: si è anche dimenticata dei giovani, disoccupati al sud e precari al nord, e di tutti i problemi del mezzogiorno.

 A questo punto non ci resta che unire le nostre energie, dal Nord al Sud, giovani e meno giovani, italiani e stranieri contro lo sfruttamento sempre più brutale, il lavoro nero, il bracciantato di giovani ed immigrati, la fascistizzazione dello stato ed il controllo sociale dei mass media.

Contrapponiamo al sistema dominante, sfruttatore e guerrafondaio, una visione del mondo  basata sui valori di libertà, uguaglianza, solidarietà ed emancipazione. Presentiamoci come una comunità antagonista, diversa e separata da quella in cui ci vogliono ingabbiare, capace di fare dell’autogestione nel mondo del lavoro  un modello organizzativo alternativo anche nella società intera.  

ITALIANI E STRANIERI? NO, SOLO LAVORATORI.

 

La legge Bossi (il razzista) – Fini (il fascista) sta producendo i primi frutti: cadaveri di lavoratori stranieri che galleggiano a ridosso delle spiagge vacanziere. I loro corpi vengono raccolti dai pedalò. Uomini come noi perdono la loro vita solo per lavorare e mantenere le loro famiglie: sono i cosiddetti clandestini che oggi vogliono criminalizzare, ma che noi riconosciamo come proletari o più semplicemente uomini.

La normativa introdotta dalla legge Bossi-Fini costituisce il fisiologico sviluppo della  legge sull’immigrazione Turco-Napolitano, che già si ispirava ai due criteri di repressione e precarietà, utilizzando oggi  i criteri più violenti dell’annientamento fisico e del ricatto economico.

Certamente produce annientamento fisico il ricorso ai mezzi della Marina militare per prevenire l’arrivo via mare degli stranieri sprovvisti dei necessari documenti d’ingresso che sta producendo solo le tragedie di questi giorni. Ma è anche annientamento fisico l’aumento della durata della prigionia degli stranieri in attesa di espulsione nei centri di permanenza temporanea, che la Bossi-Fini ha portato da trenta a sessanta giorni. Annientamento anche delle speranze, se si pensa che l’espulsione sarà sempre immediata e che le garanzie giurisdizionali attivabili dallo straniero  saranno solo formali poiché l’udienza davanti al giudice si terrà quando lo straniero sarà  già stato da tempo espulso dall’Italia.

Non si può poi parlare che di ricatto economico nei confronti del lavoratore straniero se si pensa che è stata la normativa Bossi-Fini ad introdurre il “contratto di soggiorno” come unica modalità di permanenza del cittadino straniero sul territorio nazionale. Ciò significa che se perdi il lavoro perdi anche la possibilità di continuare a rimanere in Italia.

Siamo al paradosso: mentre il mercato del lavoro richiede la massima flessibilità della manodopera, lo Stato pretende che una stabile occupazione la abbiano solo gli stranieri!

Le conseguenze sono intuitive: il lavoratore straniero se vorrà rimanere in Italia dovrà accettare le condizioni economiche, di lavoro e di sicurezza dettate dal padronato. Se così non farà, non solo perderà il lavoro, ma anche il suo diritto a rimanere in Italia.

Gli unici che beneficeranno della sanatoria Bossi-Fini saranno sostanzialmente solo le colf delle famiglie borghesi e le badanti per anziani ed ammalati danarosi. Ma anche loro, come ogni altro straniero “regolare”, non avranno vita facile perché il ricatto economico della legge antimmigrazione colpirà tutti gli stranieri “sanati” limitando sempre più le ipotesi di ricongiungimento familiare.

Tra l’altro, si discute in questi giorni se chi ha il permesso di soggiorno come colf o badante, potrà poi trasformare il suo permesso per svolgere un altro lavoro. Come dire che lo stato pretende che chi entra in Italia come colf e badante, debba poi fare solo quello. Siamo tornati ad un nuovo  Medio Evo dove i servi della gleba non sono più legati alla terra, ma alle famiglie presso cui  gli stranieri lavorano.

Per Berlusconi, Bossi e Fini in Italia possono venire a vivere solo coloro che vi lavorano, non i loro familiari, ai quali poi andrebbero assicurati diritti alla casa,alla salute, alla scuola, già resi precari per i lavoratori italiani: il lavoratore straniero non è un uomo, è solo manodopera precaria da sfruttare il più possibile  e di cui liberarsi come e quando si vuole. Se poi qualcuno muore in mare o in un cassone di camion, ce ne sono pronti altri dieci a seguire la sua sorte disperata.

A ciò si aggiunga l’aumento di burocratizzazione dei meccanismi di accesso al lavoro, ingresso e soggiorno che detta assurde pretese che subordinano la possibilità di soggiorno legale dello straniero alla disponibilità di un lavoro stabile e regolare di almeno un anno e  ad un alloggio, che dovrebbe essere garantito dal datore di lavoro, così come le spese per il rientro del lavoratore nel paese di origine.

La Bossi–Fini è riuscita nell’impresa di legittimare la creazione di una fascia di popolazione al di fuori di
 ogni protezione giuridica, ricattata economicamente e sempre in bilico fra sfruttamento ed espulsione. Questa politica criminale porterà ad un maggiore aumento di emarginazione degli immigrati, ad una riduzione generalizzata dei salari e ad  una precarizzazione delle condizioni di vita e di lavoro per tutti, italiani e stranieri che siano.

ORGANIZZIAMOCI SEMPRE PIU’ NUMEROSI NELL’UNIONE SINDACALE ITALIANA PER L’AUTOGESTIONE NELLE LOTTE E PER CREARE  UNA NUOVA SOCIETÀ BASATA SU  LIBERTA’, UGUAGLIANZA E SOLIDARIETA’

 

UNIONE SINDACALE ITALIANA

Sito a cura della
Redazione Multimediale del CUB-USI