SPECIALE DELEGAZIONE
MARZO 2004 IN PAKISTAN ED AFGHANISTAN
aprile 2004, di Graziella
Mascheroni DIN di Como
Kabul 10/21 marzo 2004
Dopo l'esperienza in Pakistan del marzo 2002, dove ho incontrato le amiche delle associazioni HAWCA e RAWA, ho sempre desiderato recarmi a Kabul per vedere con i miei occhi la situazione e soprattutto per portare la mia solidarietà e condividere le fatiche e le esperienze del loro instancabile lavoro.
Finalmente quest'anno il mio sogno si è avverato. Ritengo che lo stare insieme a loro e condividere, anche per poco tempo, le difficoltà e i problemi che incontrano nel loro lavoro sia indispensabile per la mia formazione socio-politica e per dar voce, attraverso testimonianze dirette, ad un popolo che purtroppo è dimenticato dall'occidente.L'IMPATTO CON LA CITTA' DI KABUL
Con Laura parto da Roma con un aereo Air One del Ministero degli Esteri, per Abu Dabi, che trasporta militari e carabinieri diretti parte a Kabul e parte in Iraq. Oltre a noi due ci sono altri civili fra cui l'ambasciatore Giorgi e il suo vice. Proseguiamo per Kabul a bordo di un C130 che in tre ore e mezzo raggiunge la pista dell'aeroporto.
Lasciamo l'aeroporto e ci rechiamo all'ambasciata italiana dove siamo attese da Najib, l'autista di Orzala che starà con noi per tutto il nostro soggiorno.
Appena fuori l'ambasciata italiana la via è sbarrata e presidiata da militari a protezione del quartiere di lavoro di Karzai, ciò significa che il problema della sicurezza è ancora enorme.
Percorrendo in auto le vie della città ciò che si presenta ai nostri occhi è esattamente quello che mi aspettavo: degrado, distruzione, caos, edifici colpiti dalle bombe della guerra che dal 92 al 96 hanno distrutto Kabul, donne col burqa, mendicanti, grosse auto dai vetri oscurati protette da militari armati fino ai denti.
Al ristorante Herat, dove ci fanno accomodare nella sala riservata alle donne e alle famiglie, sono colpita dal fatto che tutte le donne indossano il burqa. Chiedo ad Orzala come mai anche le donne appartenenti al ceto medio-alto lo indossano ancora; la risposta mi fa capire che lo fanno proprio per motivi di sicurezza, per nascondersi da occhi indiscreti che potrebbero minacciare la loro vita e quella della famiglia.
Gli edifici mostrano i segni recenti e passati della distruzione: persino case sfasciate ai piani superiori accolgono piccole attività commerciali (si fa per dire) ai piani terra.
Alcune zone ospitano belle case in cemento e pietra che appartengono ai vari signori della guerra difese da uomini armati posti all'ingresso e lungo i muri dei giardini.
Gli abitanti di un intero quartiere popolare sono stati allontanati, le loro case demolite per far posto alle ville di nuova costruzione dei vari personaggi che occupano posti di potere più o meno leciti.
La ricostruzione deve essere ancora iniziata; la cosa sconvolgente é stato vedere un'area dove i cantieri edili si susseguivano: erano una serie di alberghi e futuri centri commerciali finanziati coi soldi della vendita di armi e soprattutto di oppio. L'Afghanistan é diventato il primo paese produttore e esportatore di papavero da oppio.
Sulle facciate dei palazzi e nei negozi si possono vedere grandi ritratti di "the great Massud" per molti l'eroe nazionale mentre altri obbligati ad esporlo.
Kabul é una città grigia e polverosa, appena si esce dalle zone centrali, l'asfalto é spesso dissestato, le strade sono in terra battuta e in un giorno di vento l'aria diventa irrespirabile a causa della polvere e della terra che si alza. Anche il piccolo parco davanti alla nostra guest-house è brullo e polveroso.
L'elettricità non viene sempre e ovunque erogata, la sera viene tolta e solo chi possiede un generatore é in grado di avere luce.
La strada che porta al palazzo reale che un tempo doveva essere molto importante é ora una gran desolazione, sui due lati i palazzi sono ridotti a cumuli di macerie e il palazzo stesso situato in posizione elevata e circondato da giardini é ora crivellato dalle bombe e dei giardini non resta altro che il disegno sulla terra brulla.HAWCA E L'INSTANCABILE ORZALA
HAWCA é una ONG che si occupa in particolare dell'assistenza alle donne e ai bambini, le persone più indifese e le prime vittime della povertà, della violenza e della guerra.
Il suo stato giuridico consente ai suoi membri di muoversi con più facilità, di poter accedere con minor fatica agli aiuti e di riuscire a dare risposte più immediate ai bisogni primari. Investe molto nell'educazione, cerca di attivare progetti a lungo termine con l'obiettivo di aprire il maggior numero possibile di scuole.
Con Orzala usciamo dal centro città e ripercorrendo la grande strada che porta al palazzo reale ci dirigiamo verso un tipico villaggio fortificato. Le mura e le case sono interamente di fango; piccoli appezzamenti di terra, al di fuori delle mura, sono coltivati dagli abitanti che lavorano mezza giornata in città e la rimanente la dedicano alla coltivazione di ortaggi. Il villaggio é formato da circa 600 case con 4.800 abitanti.
Visitiamo il centro di alfabetizzazione dove abbiamo un incontro con le insegnanti che ci offrono un the e ci raccontano dell'organizzazione del centro e delle difficoltà iniziali. L'ingresso di Hawca é stato inizialmente osteggiato: gli abitanti erano arrivati addirittura a lanciare sassi e minacciare le insegnanti.
Ora la scuola é frequentata da 250 allieve di diversa età. Nei centri Hawca possono, infatti, accedere anche se hanno superato i 14 anni mentre la scuola pubblica ha il limite d'età di 11-12 anni.
Le insegnanti sono quattro e svolgono la loro attività la mattina alla scuola pubblica e il pomeriggio in questo centro.
Tre sono le classi che corrispondono ai primi tre livelli della scuola elementare poiché manca ancora l'accordo col governo di proseguire fino al sesto livello. Pur esistendo una scuola pubblica nel villaggio ora gli abitanti sono molto contenti del centro di Hawca e lo preferiscono alla scuola pubblica, vorrebbero il proseguimento fino al sesto livello poiché ritengono che le allieve sono ben seguite e protette.
Siamo accolte dalle allieve di una classe seconda che ci leggono i loro temi sulla madre e sulle donna stesi in occasione della giornata dell'8 marzo. Le ragazze sono molto emozionate e non devo nascondere che anche noi proviamo la stessa emozione nel sentirle.
Gli obiettivi su cui Hawca sta lavorando sono i seguenti:
- fare corsi intensivi per permettere alle bambine che hanno perso degli anni di recuperare il tempo perduto così da avviarle alla scuola pubblica (nonostante ci sia un'enorme differenza) dove potranno concludere il loro ciclo di studi;
- attivare il più possibile corsi di alfabetizzazione per le ragazze, che, avendo superato i 14 anni, non possono più accedere alla scuola pubblica;
- fare corsi di taglio e cucito per avviarle al lavoro.In un'altra zona molto povera Hawca ha organizzato una scuola di formazione per operatori di computer. E' stata aperta da uno anno e mezzo, ospita per il momento 160 allievi ed é frequentata il mattino dalle ragazze e il pomeriggio dai ragazzi con turni di uno ora ciascuno. E' l'unico esempio di scuola per computer frequentata da ragazze.
Per accedere ai corsi bisogna avere una base della lingua inglese, chi non la possiede deve frequentare prima un corso base sempre organizzato da Hawca.
L'iscrizione prevede una piccolissima quota d'ingresso che serve a responsabilizzare gli studenti.
Le spese di gestione sono molte alte, basti pensare che solo l'affitto dell'edificio (molto piccolo e modesto) é di 500 dollari USA al mese.
INCONTRO CON HABIBA SORABI MINISTRA DEGLI AFFARI FEMMINILI, GIA' MEMBRO DI HAWCA
Nella sede da Hawca incontriamo Habiba. L'incontro è stato emozionante, l'avevo incontrata la prima volta nel dicembre 2000 in Italia durante la campagna nazionale "Sotto lo stesso cielo" promossa da Amnesty International e Donne in Nero per alzare il velo del burqa e del silenzio e presentare un progetto di alfabetizzazione e di formazione sanitaria per le donne in Afghanistan e per quelle rifugiate nei campi profughi in Pakistan.
Habiba sostiene che il suo lavoro all'interno del governo è molto duro e faticoso. Deve muoversi con molta prudenza, è riuscita ad avere appoggi nel parlamento da parte di alcuni ministri democratici (tesoro, ricostruzione rurale, informazione e cultura, commercio, interni, estero, giustizia nonostante presieduto da un fondamentalista) e grazie alle pressioni internazionali, che l'aiutano a difendere i diritti delle donne, riesce a non essere molto contrastata dal resto dei ministri meno democratici.
Conosce molto bene l'Afghanistan, anche nelle zone più remote, ha aperto uffici in 29 province su 31 che fanno da tramite col Ministero centrale e si occupano dei progetti per l'apertura di scuole, ambulatori e centri di assistenza legale per le donne.
Il Ministero viene finanziato da associazioni straniere soprattutto dall'America.
Si regge su tre tipi di fondi:
- un fondo statale che copre gli spostamenti
- un fondo USA di due milioni e mezzo di dollari per cinque anni per la creazione di uffici
- un altro fondo di 40.000 dollari
Per quanto riguarda la sicurezza la situazione è ancora molto problematica, ci sono molte difficoltà soprattutto in alcune province: nel nord (Badakhshan) dove i fondamentalisti religiosi, nemici acerrimi delle donne, effettuano qualsiasi tipo di violenza, costringono le donne a matrimoni forzati a volte in giovanissima età; nel sud (Herat) dove recentemente 65 donne si sono ammazzate dandosi fuoco e dove le donne sono sottoposte a visite ginecologiche per verificare la loro verginità. Sono state inviate commissioni per verificare e cercare di mettere fine a tali violenze.
Tutti i "signori della guerra", per pagarsi le loro armi, incentivano la coltivazione del papavero da oppio e la conseguente produzione di eroina e questa sporca attività pone l'Afghanistan in cima alla lista dei paesi produttori di eroina. L'unica soluzione per porre fine alle coltivazioni e allo spaccio deve essere la "riduzione della povertà".
Un passo importante è stato il raggiungimento, durante la Loya Jirga del dicembre scorso, di uguali diritti fra uomini e donne nella "Nuova Costituzione". La ministra invita tutte le donne a utilizzarli e soprattutto a conoscerli.
Anche Habiba si mostra favorevole alla presenza di forze militari straniere (ISAF), senza di loro, in Afghanistan sarebbe di nuovo la guerra civile.
Alla nostra domanda sulla sua candidatura alle prossime elezioni ci risponde che non può abbandonare il paese in questo momento così difficile e che è stata incoraggiata sia da supporter interni ed esterni sia da alcuni membri del governo stesso.RAWA E L'IMPEGNO POLITICO
Nella guest-house dove siamo alloggiate, incontriamo Tahmeena e Mahmouda, due giovani donne di Rawa con le quali disputiamo un incontro sulla situazione politica e sociale del paese.
Entrambe sono rientrate in Afghanistan da pochi mesi sia per portare il loro contributo alle attività dell'Associazione (i profughi stanno tornando) sia per frequentare l'università dopo circa 6/7 anni d'inattività. Dopo un anno di preparazione Tahmeena si iscriverà alla facoltà di legge e Mahmouda alla facoltà di economia.
Entrambe non indossano il burqa ma ci spiegano che hanno molti problemi di sicurezza sia come donne sia come membri dell'associazione.
Fortunatamente a loro non é mai capitato nulla ma ci avvertono che potrebbe capitare qualsiasi cosa. Spesso i loro autisti sono minacciati da personaggi a bordo di "quelle" auto con vetri oscurati e senza targa .
Rawa é presa di mira perché non si limita a svolgere un lavoro sociale, ha anche una posizione politica che rivendica la laicità dello stato, presupposto fondamentale per avviare un vero processo democratico culminante nella nascita di uno Stato di diritto effettivamente rappresentativo e capace di garantire pari dignità alle donne e agli uomini in ogni ambito della loro vita.
Anche chi non é politicizzato conosce la realtà di Kabul e dell'Afganistan: povertà, mancanza di lavoro, mancanza di abitazioni, affitti alle stelle (per una casa modesta a Kabul si parte dai 500 dollari mensili per arrivare a 2000 e ben oltre per gli occidentali).
A grandi linee la popolazione può essere divisa in tre fasce di reddito:
- alla prima appartengono le persone che lavorano per ONG, lavorando in due per famiglia sono in grado di affrontare le spese;
- alla seconda appartengono le persone che hanno uno stipendio governativo (2.500/3000 afgani equivalenti a circa 50 dollari), spesso lo stipendio non è pagato regolarmente;
- alla terza appartengono i poveri.
La corruzione é enorme all'interno del governo, molti dei ministri sono fondamentalisti, gli stessi talebani si sono riciclati nella polizia e nelle milizie dei "signori della guerra".
Dalla dichiarazione di Rawa in occasione della gionata internazionale delle donne 2004:
"La natura falsa e ipocrita della Loya Jirga costituzionale e della libertà di parola é stata resa evidente a tutto il popolo dell'Afghanistan e di tutto il mondo con gli squallidi attacchi del portavoce dell'assemblea, Sibghatullah Mojadadi, Sayyaf e di altri esponenti di Rabbani e di Fahim, nei confronti delle donne, Malalai Joya ed Anar Kali. Malalai Joya ha avuto il coraggio di chiamare i fondamentalisti "criminali" e di richiedere un processo nazionale ed internazionale".
La gente ha sostenuto e sostiene Malalai Joya indipendentemente dalla sua appartenenza politica; in seguito a ciò si é formato un "Comitato per la libertà di parola".
"La gente ed il mondo sanno o devono sapere che i personaggi sopra citati ed altri sono perpetuatori di violenze, tradimenti e aggressioni.
Da un'assemblea così corrotta non ci si poteva aspettare l'approvazione di una costituzione democratica che garantisse l'eliminazione dell'Alleanza del Nord", dei Talebani e del terrorismo di Al Qaida. Infatti, la costituzione non ha nessuna prova per garantire la colpevolezza dei criminali e dei "signori della guerra", permette l'abuso della religione e non ha abolito i vari crimini commessi contro le donne in nome della religione e della tradizione.
La costituzione é solo un pezzo di carta che dà legittimità al regime tirannico dei "signori della guerra", potrà essere veramente democratica soltanto quando sarà basata sulla laicità, pilastro fondamentale".
Il futuro di Rawa dipenderà dal governo, se ci saranno dei miglioramenti fra qualche anno potranno pensare a qualche forma di ufficializzazione, per il momento non se ne parla perché le loro linee politiche sono troppo radicali. Esistono altri gruppi che condividono la stessa visione laica, hanno formato un "forum" che lavora per la democrazia, i diritti umani, i diritti delle donne e contro i fondamentalismi; Rawa non ha rappresentanti in esso ma ha contatti con i singoli membri.
Per quanto riguarda le prossime elezioni (si é parlato di giugno, ma notizie recenti dicono di uno spostamento a settembre) é abbastanza ovvio che la percentuale elettorale, specialmente delle donne, sia piuttosto bassa. Nella già citata dichiarazione Rawa sostiene ancora: "Che valore possono avere le elezioni per la gente disperata che non ha pane né lavoro ed é tormentata da criminali fondamentalisti? La presenza delle donne e degli uomini nelle future assemblee sarà significativa soltanto quando esse rappresenteranno il popolo e, come Malalai Joya, avranno la forza di opporsi ai fondamentalisti con coraggio e onore. Altrimenti non saranno altro che espressione dei fascisti religiosi e dei loro complici. Essi sono pronti a tutto, a scendere a qualsiasi compromesso in nome del potere, e questo non deve essere perdonato dal popolo".Conosciamo Ouida, una donna eccezionale forte e decisa, ha militato con Meena per un paio di anni prima che fosse assassinata nel 1987; a Kabul riveste sicuramente il ruolo di leader. Forte commozione da parte sua e nostra quando ricorda Meena e i primi anni di militanza.
Alla periferia di Kabul, in un quartiere sulla montagna formato da piccole case di fango entriamo in una di esse dove si tengono corsi di alfabetizzazione e corsi di taglio e cucito.
I corsi sono frequentati da 60 allieve dai 13/14 anni ai 60; ogni corso prevede la frequenza di 30 di esse per la durata di due ore.
Le donne ci raccontano le loro storie:
"Sono stata profuga in Iran per quattro anni, ora che sono tornata ho il grosso problema della casa, gli affitti sono molto alti, pago 2000 afgani al mese equivalenti a circa 40 dollari, ho due figli di cui uno lavora e l'altro no. In Iran stavamo meglio perché entrambi avevano un lavoro"
"Mio marito rientrato a Kabul ha trovato un misero lavoro presso un piccolo "bar" sulla strada".
Alcune donne frequentanti il corso lavorano presso un pastificio, il padrone concede loro due ore di permesso per la scuola, lo stipendio é corrisposto in grano.
La giovane donna che ci ha accolto e che gestisce il corso di taglio e cucito, per campare coi suoi sei figli, ha dovuto prostituirsi. Sposata a 13 anni a un uomo molto violento, negli anni 90 fu abbandonata e per parecchi anni non n'ebbe più sue notizie; se n'era andato in Iran. La vita fu molto dura per lei, dopo averlo ritrovato lo invitò a tornare per un aiuto nel mantenimento dei figli. Al suo ritorno ricominciarono le violenze su di lei e sui figli. Ci mostra i segni delle violenze fisiche: oltre alle percosse il suo esile corpo porta i segni di numerose bruciature; a 43 anni non può più resistere a una vita simile.Rawa concede dei microcrediti per la realizzazione di piccole attività; uno di questi è destinato all'allevamento di polli.
Con Ouira e Najia, due donne di Rawa, ne visitiamo un paio.
Il primo nel quartiere Pulicharki é gestito da una vedova e dal suo figlioletto di 10 anni, l'allevamento é composto da 800 polli che danno 400 uova al giorno. Madre e figlio lavorano insieme e il figlio si occupa anche di vendere le uova al mercato.
La zona prende il nome da un enorme carcere che può accogliere fino a 20.000 detenuti. Ouira ricorda gli anni 80 e piange: nove persone della sua famiglia sono morte in questo carcere. La spianata intorno é stata paragonata a quella di Kerbala, dove si radunano migliaia di persone per ricordare il martirio di Hussain. Qui, negli anni 80, migliaia di persone aspettavano di avere notizie dei parenti che spesso non facevano più ritorno neanche dopo la morte.
Il secondo allevamento, molto simile al primo, è gestito sempre da una vedova e dai suoi due figli maschi. Sono molto contenti di vederci e come d'abitudine, dopo averci mostrato l'allevamento, ci accolgono nella loro casa, ci offrono the e biscotti e ci raccontano la loro gran fatica per vivere.
Vediamo coi nostri occhi come il microcredito é un altro modo per affermare concretamente il diritto della donna al lavoro e all'autonomia economica.Pranziamo in una casa di un supporter di Rawa, la signora ha sette figli con età dai tre ai 18 anni. L'ultima nata porta il nome Azadi che significa "libertà" essendo nata nel giorno dell'insediamento di Karzai.
Ci raggiunge Ouida che ci accompagnerà nel pomeriggio a visitare i luoghi abitati da Meena. Passiamo in vari quartieri, a volte molto popolari con fognature a cielo aperto, abitati da diverse etnie: vediamo il quartiere degli indù che indossano il tipico turbante; durante gli anni dei talebani hanno dovuto abbandonare i loro costumi e le loro abitudini.
Di luogo in luogo riviviamo la vita di Meena dalla nascita, alla gioventù, ai primi anni di militanza politica e ai luoghi di incontro segreti.OPAWC ORGANIZZAZIONE PER IL MIGLIORAMENTO DELLA CONDIZIONE DELLA DONNA
Nel quartiere Dasht-e-Barchi situato nella zona ovest di Kabul visitiamo un centro "polifunzionale" aperto da circa un anno. Il centro che consiste in un edificio abbastanza grande ma molto fatiscente (è stato una sede dei Talebani) si trova all'interno di una recinzione che racchiude un'area destinata alle attività sportive. E' aperto dalle 6.30 alle 20.30, è gestito da una meravigliosa donna laureata che durante il periodo dei Talebani ha continuato ad insegnare di nascosto supportata da Rawa.
Il luogo è stato molto ambito da altri gruppi ma è stato difeso e mantenuto nonostante la responsabile sia stata minacciata più volte.
E' frequentato da 1200 studenti che frequentano diverse attività: dai corsi di alfabetizzazione, a quelli specifici di inglese, pashtun, matematica, algebra, cucito, ricamo per arrivare alla pratica di numerosi sports (football, karatè ecc.)
Le classi sono frequentate da ragazze e ragazzi appartenenti alle diverse etnie e l'età parte dai 7/8 anni in avanti.
La responsabile ci fa capire che il centro ha bisogno di grossi interventi: le finestre non hanno vetri ma fogli di plastica, le classi non hanno banchi e sedie, necessitano di un generatore, una pompa per l'acqua, macchine da cucire per il corso di taglio e cucito, la palestra è solo un capannone dal tetto insicuro e dal pavimento a pezzi e lo stipendio degli insegnanti (900 afgani equivalenti a circa 20 dollari) è pagato attraverso la bassissima quota mensile che gli studenti pagano.
Nel momento della nostra visita una squadra di calcio, formata totalmente da disabili, si sta allenando; ci vengono presentati e alcuni di loro ci raccontano la loro storia.
Uno perse una gamba e un braccio da ragazzo colpito da una granata fuori casa, un altro perse le due braccia da bambino per aver raccolto una mina antiuomo, altri con gli arti inferiori persi per bombe durante la guerra civile svolgono attività di sarto e sono in grado di mantenere la famiglia. L'attività sportiva serve loro per distrarsi e dimenticare la tragedia che ha sconvolto la loro vita.ICRC ORTHOPAEDIC PROJECT
Il centro é gestito dal 1988 da Alberto Cairo. In esso si costruiscono protesi per gambe e braccia e si svolgono attività riabilitative per permettere alle persone che sono saltate sulle mine di condurre una vita il più possibile normale.
Sono 160 le persone con contratto che lavorano al centro, 140 sono portatori di handicap.
Alberto Cairo non é in sede, veniamo accompagnate nella visita da un suo collaboratore che c'illustra i vari reparti sia produttivi che di riabilitazione. L'ambiente é molto sereno e tutti quanti donne, ragazzi e anziani sono accolti e seguiti in maniera dignitosa.
La richiesta di prestazioni é molto alta ma l'incessante lavoro dei collaboratori fa sì che la lista d'attesa si riduca a pochi giorni.
Inoltre vengono anche offerte ore di scuola ai bambini, istruzione e corsi professionali agli adolescenti, microprestiti agli adulti che vogliono avviare un'attività per produrre reddito.
Questa mia relazione vuole trasmettere a tutti coloro che la leggeranno le impressioni sulla situazione dell'Afghanistan attuale e sul lavoro instancabile delle donne appartenenti alle associazioni RAWA e HAWCA. La loro richiesta, rivolta a tutti coloro che amano la libertà, é quella di sostenere e di lavorare con qualunque mezzo possibile per abbattere il potere dei fondamentalisti, stabilire e assicurare la democrazia e i diritti umani.
Voglio ringraziare le mie compagne e compagni di viaggio: Laura, Cristina, Manu, Francesca, Mali, Edoardo e Marzio per aver condiviso con me questi giorni intensi e ricchi di emozioni ed esperienze.