SPECIALE DELEGAZIONE MARZO 2004 IN PAKISTAN ED AFGHANISTAN


aprile 2004, di Francesca Poli

 

5 marzo, Islamabad

Finalmente arriviamo all'aeroporto di Islamabad, è già primavera inoltrata.
Scendiamo per ultimi, dietro un fiume di pakistani che si concedono una breve pausa, tutti lavorano in Europa o in Arabia Saudita. Una navetta ci aspetta ai piedi dell'aereo, già stracolma, decidiamo di far finta di niente, rallentiamo il passo e saliamo su un'altra navetta, di ritorno dopo aver scaricato i passeggeri. Fa caldo, penso al mio bagaglio ed inizio a darmi della stupida pensando ai maglioni, alle scarpe pesanti che ho ai piedi e cerco di consolarmi pensando che torneranno utili a Kabul, dove dovrebbe essere ancora inverno. Scoprirò ben presto di sbagliarmi. La navetta si ferma, entriamo in aeroporto e ci mettiamo pazientemente in fila davanti al controllo passaporti. I controlli procedono lentissimi, guardiamo attraverso la grande vetrata il nastro trasportatore con preoccupazione. Nessuno lo dice, ma stiamo tutti pensando ai nostri bagagli che finiranno per sbaglio nel carrello di qualcun'altro. D'altra parte, chi potrebbe controllare quella massa infinita di gente e l'infinità di bagagli che scorrono sui pochi nastri presenti? Le donne poliziotto addette al controllo passaporti sono imperturbabili, e senza proferir parola controllano la foto, scrutano in una piccola telecamera il nostro viso, abilissime nell'evitare il mio sguardo. L'atteggiamento altezzoso della donna che siede di fronte a me, mi fa percepire quanto potere abbia la polizia in questo Paese, un brivido mi corre lungo la schiena, pensando ai soprusi di quella che è conosciuta come la polizia più corrotta del mondo. Guardo la fila accanto, quella riservata ai cittadini pakistani, osservo le persone, i volti cercando di non sembrare troppo invadente, ma è difficile, la curiosità di queste persone mi impedisce di fissare lo sguardo, non voglio sembrare invadente, in fondo sono io lo straniero.
Finalmente siamo davanti al nastro ad osservare le valigie che passano, una dopo l'altra; prendiamo le nostre, una dopo l'altra, ne manca una, quella di Marzio. Aspettiamo, inutilmente. Cerchiamo negli angoli dell'aeroporto, ovunque vi siano dei bagagli accatastati. Alla fine, rassegnati, facciamo la denuncia. Scopriamo, dandoci poi degli idioti, che il bagaglio è stato mandato soltanto fino a Ryadh. Pensare al bagaglio di Marzio che gira inutilmente sul nastro trasportatore di Ryadh sarà il passatempo preferito durante il resto del viaggio. E' mezzogiorno, riusciamo ad uscire dall'aeroporto, ci risparmiano il controllo dei bagagli ai raggi X, sarà una concessione al fatto che siamo occidentali?
Oltre la vetrata, presidiata da due guardie, una folla attende, chi? Nessuno, probabilmente, non è rimasto più nessuno in aeroporto, soltanto noi. Vedo delle donne di mezz'età sedute sul pavimento a gambe incrociate, con il viso schiacciato contro la vetrata. Ci scrutano, tutti ci scrutano. Passiamo con i nostri carrelli stracolmi di bagagli attraverso un percorso tortuoso obbligato da una serie di transenne in mezzo a due ali di pakistani curiosi. Non mi sono mai sentita tanto osservata, ho un maglione largo che mi copre abbondantemente i fianchi e il sedere, ma mi sento nuda. Vorrei avere un burqa. Mi vergogno di averlo pensato un attimo dopo. Usciamo. Incredibile, tra la folla vedo un uomo, sono sicura di averlo visto sull'aereo; non mi sbaglio, è proprio lui, lo ho visto uscire con i suoi bagagli ed ora è lì, insieme alla folla in attesa. Strano popolo, i pakistani. Mi stupisce che non sia corso a casa sua a dormire, io non vedo l'ora di farlo. Il nostro autista è lì ad attenderci, sono talmente stanca che non ricordo di essermi presentata, un uomo alto, magro, con il naso affilato ed un sorriso aperto. Sorride anche con gli occhi, un buon segno, mi piace. Bel cappello, gli chiederò come si chiama e dove lo ha comprato. Finalmente fuori, all'aria aperta. C'è il sole, mi scalda il viso, cerco di godermi il suo calore pensando all'inverno che ho lasciato in Svizzera, cercando di non finire sotto una macchina. Ma perché non si fermano? Dove sono le strisce pedonali? Seguendo Sheeda, il nostro autista, ci dirigiamo in carovana verso il pulmino, tra una folla di bambini che chiedono soldi, e di uomini che vogliono prendere il mio carrello; sono troppo stanca e frastornata per prestar loro attenzione. Sono impegnatissima a manovrare il mio carrello che non vuole saperne di andare dritto, devo continuamente correggere il percorso, finisco contro il bordo della strada. Sono così presa dal carrello che mi perdo il resto della carovana, non vedo più dove siano andati. Panico. Intorno vedo solo i banchi del mercato. Sono circondata di nuovo dai bambini. Aiuto. Sheeda viene in mio soccorso, mi aiuta a riprendere il controllo del carrello. Finalmente ecco il pullmino, decadente in perfetto stile pakistano. Questo paese inizia a piacermi. Scarichiamo i bagagli, anzi no, siamo donne, gli altri scaricano i bagagli e li sistemano sul tetto del pullmino e all'interno. Ci rendiamo conto di aver preso una borsa che non è nostra, una "secure bag" come tutte le altre. Confesso che è stata colpa mia, nella fretta di recuperare i bagagli prima che li prendesse qualcun altro, ho preso anche questa e la ho sistemata sul carrello. Mi aveva insospettito, non la avevo riconosciuta, ho pure controllato il nome sull'etichetta, e poi la ho lasciata lì. Penso a quel poveretto che ha fatto la denuncia del bagaglio smarrito un attimo prima di noi, sarà suo?
Devo tornare in aeroporto, Sheeda mi accompagna. Durante il tragitto mi profondo in scuse, continua a dirmi "don't worry", che non è importante. Di nuovo in mezzo ai banchi, ai bambini urlanti, di nuovo tra le due ali della folla in attesa, che nel frattempo non è scemata. Ma non hanno altro da fare? Cerco di spiegare alle guardie il problema, mi fanno entrare, chiamano il responsabile dei bagagli smarriti, spiego anche a lui, mi guarda come per dire: "poveri noi", prende la borsa scuotendo la testa, ho l'impressione che trattenga una risata, io mi giro e mi allontano sollevata. Finalmente si va in albergo. Eccoci qua, tutti seduti sul pullmino, a scambiare commenti ed impressioni. Marzio si siede davanti, accanto all'autista, lo lasciamo fare, è l'unico uomo; sarà il suo posto per i giorni successivi.
L'aeroporto di Islamabad si trova in realtà a circa trenta minuti di viaggio dalla capitale. La strada non è trafficata, forse perché è l'ora di pranzo. Guardo avidamente fuori del finestrino, cercando di fissare il paesaggio, le persone, guardando i passeggeri delle vetture che incrociamo e affianchiamo. Qualche automobile con donne interamente coperte dal burqa, qualche coppia di sposi, lei velata, poche donne sole alla guida della propria automobile. Queste ultime evidentemente appartenenti ad un ceto elevato, ben vestite, curate, bracciali d'oro ad indicare il proprio benessere, per lo più in sovrappeso.
Ma la cosa più bella del Pakistan sono i suoi camion e i suoi autobus. Non ne esistono due uguali tra loro, completamente dipinti, in ogni sua parte, ognuno è unico nel suo genere, sono straordinari nella dovizia di particolari. Rimpiango di non avere con me una macchina fotografica. Dopo un tempo che mi sembra infinito, passato ad imprimere nella mente ogni dettaglio, arriviamo alla nostra Guest House. Cristina viene accolta calorosamente, è un'ospite fedele. I ragazzi dell'albergo scaricano i nostri bagagli e li distribuiscono, del tutto arbitrariamente, nelle varie stanze. Tanto arbitrariamente che la valigia di Manuela finisce in una stanza che non c'entra niente. Dopo un po' di panico e varie supposizioni folli, tipo pensare che lo zaino fosse caduto dal tetto del pullmino, perché Marzio si ricordava perfettamente di averlo caricato, siamo di nuovo in possesso di tutti i bagagli, tranne uno (quello di Marzio, che immaginiamo solitario sul nastro di Ryadh), e ci chiudiamo nelle stanze. Ci aspetta un pomeriggio di shopping, dobbiamo rivestire Marzio.
Sheeda sembra impaziente di portarci alla sua agenzia a saldare il conto, poi saremo liberi di fare tutto lo shopping che vorremo. Andiamo in città, alla Blue Area, centro commerciale per occidentali. Lungo la strada principale negozi di stoffe, appoggiate sui manichini per simulare tuniche femminili. Mi viene voglia di entrare, scegliere una stoffa e farmi cucire un vestito pakistano, per affrontare il caldo e per sentirmi meno estranea a questo Paese. Passeggiamo sotto quello che vorrebbe essere un portico e che costeggia l'edificio commerciale, negozi sulla strada, uffici ai piani superiori. In uno di questi edifici si trova la sede della Sitara Travel. Ci accomodiamo attorno ad un tavolo e, dopo i soliti convenevoli, saldiamo il nostro conto.
Ora siamo liberi di andare. Si respira ovunque un'aria di totale calma, nessuno sembra aver fretta, gente seduta a parlare, sul ciglio della strada. Mi sento osservata, provo un certo disagio, nonostante continui a camminare a testa alta cercando di non farci caso. Entriamo in un negozio di abbigliamento maschile, il negoziante vuole rifilarci dei vestiti italiani, cerchiamo di fargli capire che non ci interessa Versace né Valentino, vogliamo qualcosa di poco costoso e molto pratico. Riusciamo a vestire Marzio, almeno in parte. Torniamo alla Guest House, Marzio e Maly escono di nuovo per terminare gli acquisti, noi restiamo a riposarci, disfare i bagagli ed aspettare le ragazze. Aspettiamo fino a sera, alle sette e mezza chiamiamo e scopriamo che hanno avuto un problema, una di loro si è sentita male e hanno dovuto portarla in ospedale. Ci irritiamo un po' pensando al pomeriggio perso, cerchiamo di giustificarle ripetendoci che è tipico di RAWA, non sai mai cosa aspettarti.
Incontriamo a cena Gabriella e Nello, che lavorano all'Ambasciata italiana di Islamabad, ci portano in un ristorante afghano, Sono così stanca che mi rendo conto di non partecipare affatto alla conversazione. Guardo Manu dall'altra parte del tavolo, anche lei ha le occhiaie e lo sguardo perso nel vuoto; sono sicura che anche lei sta pensando al letto. Non capisco dove Cristina riesca a trovare tutta questa energia. Riusciamo ad andare a dormire, non dopo aver perso un sacco di tempo a cercare di telefonare, apparentemente le linee telefoniche non sono il massimo.