SPECIALE DELEGAZIONE MARZO 2004 IN PAKISTAN ED AFGHANISTAN


aprile 2004, di Francesca Poli

 

6 marzo 2004

Erano mesi che non dormivo così pesantemente e dormirei ancora; maledico la sveglia e mi tiro su dal letto per andare a fare la doccia. Non ho il coraggio di guardarmi allo specchio.
Meno male che c'è l'acqua calda, un filo, ma è calda.
Una bella tazza di tè e ci sediamo in giardino ad aspettare la nostra guida, non sappiamo di chi si tratti, né conosciamo il programma.
A metà mattina arriva Shoaila, praticamente una ragazzina, accompagnata da un supporter di RAWA. Saliamo sul pullmino e partiamo. Marzio sempre davanti, accanto all'autista. Siedo accanto a Shoaila, parliamo un po', è molto dolce, mi chiede di me, della mia famiglia, del mio lavoro, cosa faccio, fino a che ora lavoro il pomeriggio (chissà perché), quanto tempo libero ho. Molto poco, penso che vorrei proprio averne di più per aiutarle, ma tutto questo non glielo dico.
Arriviamo a Rawalpindi, dove visiteremo una scuola gestita da RAWA e un orfanotrofio.
Guardo dal finestrino e per la prima volta da quando siamo arrivati riconosco il Pakistan. Non ci ero mai stata, forse non lo avevo neanche visto in cartolina, ora che ci penso, ma è come se avessi ritrovato la familiarità che mi mancava ad Islamabad. Sui due lati botteghe, botteghe e ancora botteghe, una dietro l'altra, una stanza che si apre sulla strada. Non ci sono porte, solo una tenda, certo non hanno paura dei ladri. Si vende di tutto, tessuti, vernici, scatolame, guardiamo con orrore una carcassa pendere da un gancio, avvolta in un nugolo di mosche. Spero di ricordarmene ogni volta che mi verrà in mente di mangiare la carne. Non era questo il motivo per cui ero diventata vegetariana? Già me ne sono scordata?
Ci sono uomini seduti per terra, uomini seduti sull'unico tavolo della bottega, ovviamente anche con i piedi, scalzi e sporchi.
Ho l'impressione di respirare anche qui un atmosfera di calma e tranquillità, la stessa che avevo sentito ad Islamabad, ma è più palpabile, e sembra impregnare l'aria. Nessuno sembra aver fretta, e poi, fretta di far cosa? Immagino che l'unica preoccupazione di questa gente sia arrivare alla fine della giornata, guadagnarsi quel tanto che basta per la sopravvivenza propria e della propria famiglia. La povertà è un dono di Allah e come tale va accettata, non c'è ragione di desiderare altro, di più. E' tale rassegnazione che permea ogni movimento di questi uomini.
Si vedono per strada alcuni studenti, li individui subito, hanno camicia e pantaloni occidentali; tengono i loro libri sotto braccio e camminano a gruppi ridendo.
Molte ragazze hanno il capo coperto, alcune donne portano il burqa. Vedo una ragazza con i libri sotto braccio, una studentessa, sorrido e penso che deve sentirsi molto fiera.
Ci infiliamo in una serie di vicoli strettissimi, tanto stretti che rischiamo di finire dentro una fogna ad ogni curva. Il nostro autista si districa in quelli che sembrano più cunicoli che strade.
Diretto davanti a noi, all'angolo con una via strettissima. una casa in via di ristrutturazione. Spero proprio che non vogliano infilarsi là dentro, non ci passeremo mai. E invece sì. Mi sembra quasi di sentire Sheeda bestemmiare, anche se so che non è possibile. Un autista italiano si sarebbe fermato sulla strada principale e ci avrebbe mandati a piedi. Dopo un paio di deviazioni, i nostri accompagnatori chiedono all'autista di fermarsi, scendiamo e proseguiamo a piedi. Fa una caldo tremendo, ma guardando le fogne che scorrono ai lati delle viuzze, sento di adorare le mie Timberland, nonostante stamattina mi fossi sentita una cretina per averle portate. Sopra una porticina c'è una piccola insegna: "scuola superiore". Shoaila bussa. La porta si apre e una donna anziana, completamente vestita di nero, bacchetta in mano, ci fa entrare.
Accediamo ad uno spazioso e pulito cortile, una alta parete sulla sinistra, aule su altri due lati. Guardo avidamente, cercando di fotografare ogni dettaglio. Siamo accolti dalla direttrice che ci conduce nel suo ufficio. Qui ci presenta il vice preside e le altre insegnanti. Latifa, la direttrice, ci ringrazia, ma ha un pensiero particolare per Cristina e per il grande lavoro che ha fatto e continua a fare. Con Mali, poi, si instaura subito un rapporto speciale; quella donna è eccezionale. Avevo iniziato a studiare il persiano per affrontare viaggi di questo tipo, per capire la gente e per parlare con loro. Ma tradurre non basta, e la partecipazione, i sentimenti che esprime Mali ogni volta che parla con queste donne commuovono anche me, che non capisco una parola di quello che dicono. No, decisamente non basta.
Dietro la sua scrivania una tenda, sentiamo rumore di tazze, qualcuno sta preparando il tè. Un attimo e poi iniziamo il giro della scuola.
In questa scuola studiano circa 200 ragazzi, dalla prima classe fino al diploma, in due turni, mattina e pomeriggio. Siamo arrivati quasi alla fine del primo turno.
Iniziamo la visita delle classi, una dopo l'altra. Nelle classi più avanzate ci fermiamo a fare un saluto, ci presentiamo, chiediamo di fare delle domande. Non vogliamo dare l'impressione del gruppo di turisti, o, ancora peggio, di quelli con i soldi che concedono una visita. Vogliamo parlare con loro, rispondere alle loro domande, sentire cosa hanno da dirci, ascoltare i loro progetti per il futuro, i loro sogni. Hanno veramente le idee molto chiare, non c'è nessuno che voglia fare l'astronauta o lo scienziato o la ballerina di danza classica. Tutti quelli che hanno preso la parola vogliono andare all'università, qualcuno vuole andare a studiare all'estero, ma poi tornare, per aiutare il proprio Paese. Spero che abbiano la forza di farlo. Spero veramente che dopo aver vissuto quattro anni all'estero abbiano il coraggio di tornare quaggiù. E spero che quelli che ritorneranno non restino scioccati. Penso a RAWA, al lavoro di sensibilizzazione politica che riesce a fare, e le amo ancora di più. Qui, nel loro mondo, le rispetto più che mai. La vita così dura li ha resi indubbiamente più maturi dei loro coetanei occidentali; riescono quasi ad imbarazzarci con le loro domande, sono politicamente responsabili e informati. Altro che la nuova generazione da discoteca. Un ragazzo ci chiede cosa pensiamo di RAWA in occidente, di quello che fa. Gli dico che approviamo le idee di RAWA e i suoi progetti, che se fossi nata in Afghanistan avrei fatto anche io così e sarei entrata nell'associazione, che non vivendo in Afghanistan cerco di fare tutto quello che posso dove vivo. E subito dopo penso che quello che faccio sono stronzate rispetto a quello di cui hanno bisogno. Sorride, gli si illuminano gli occhi, e non solo a lui. Capisco che hanno bisogno di sapere che non sono soli, che approviamo RAWA e che faremo di tutto per sostenerla. Ho come l'impressione che abbiano bisogno di essere sicuri della nostra fiducia in RAWA per avere loro stessi fiducia. Quando usciamo dall'aula Sohaila m ringrazia. Ho voglia di piangere. Ma di cosa mi ringrazia? Ha una minima idea di quanto mi abbia fatto bene conoscerle? Si rende conto che da quando le ho contattate la prima volta per fare quattro stupide traduzioni mi sento una donna migliore? più completa? lo sa che mi ha dato qualcosa in cui credere? sono io che devo ringraziarla. Ma sono felice, perché forse per la prima volta ho sentito che quello che facciamo serve a qualcosa, anche se è soltanto far sapere loro che possono contare sul nostro supporto.
Terminiamo il giro proprio in tempo per assistere alla baraonda di studenti che riversa nel cortile: sono finite le lezioni. Da alcune aule situate sul terzo lato della struttura, l'unico che non abbiamo esplorato, una miriade di bambini tra i 6 e gli otto anni corre a destra e manca. Vogliamo fare una foto di gruppo e abbiamo il nostro bel da fare per riuscire a farli star buoni. Una foto di gruppo, una foto in file parallele e via, tutti a casa. La vecchia tutta nera li bacchetta mentre si precipitano verso l'uscita. Ridiamo.
Facciamo una foto alle insegnanti, vestono tutte di un verde oliva; scherzano tra di loro. Ci colpisce il rapporto che c'è tra di loro, insegnanti e preside, non sapresti dire chi è la preside. Ricorderemo questa immagine spesso.
Alcuni tra gli studenti più grandi mi chiedono l'indirizzo e-mail e mi danno il loro. Un ragazzo vuole fare una foto insieme, si aggiunge un suo compagno, vuole fare la foto da solo, alla fine rinuncia; si aggiunge un bambino, lo cacciano. Mi sento un po' in colpa. Vuole che gli spedisca la foto per mandarla alla sorella maggiore, che vive in Canada. Un'altra famiglia dispersa. Mi presenta la sorella più piccola, la avevo notata nell'ultima classe che abbiamo visitato. Hanno entrambi gli occhi chiari, chiarissimi.
Non rimane nessuno, entriamo in presidenza a bere un tè prima che arrivi il secondo turno. Scambio di regali, ancora baci. Ripenso alle classi e scorro di nuovo i volti degli studenti uno per uno. E' ora di andare. Ci aspetta un' altra visita.

Saliamo di nuovo in pulmino e ci infiliamo in un altro vicolo. Questa volta non guardo la strada, sono troppo presa a ripensare alla scuola, e non mi accorgo che siamo arrivati. Sohaila si copre il capo, la imitiamo. Scendiamo ed entriamo in una porta, accanto alla saracinesca di un garage. Due bambini ci vedono e scappano, un terzo resta lì a guardarci, ha lo sguardo fiero, lo salutiamo e seguiamo i padroni di casa che ci conducono al piano di sopra. I bambini vanno a scuola, mi colpisce il fatto che le bambine non ci vadano. Ci sediamo sul tappeto e ascoltiamo. Sohaila ci presenta la coppia che gestisce l'orfanotrofio, che lei chiama papà e mamma, la loro figlia, una bellissima ragazza di dodici anni, e la responsabile degli orfanotrofi di RAWA, che è venuta lì per l'occasione. Proprio per noi. Una bambina gattona sul tappeto, è la figlia più piccola della coppia, deve aver avuto la poliomelite, perché non riesce a stare in piedi. Non dimenticherò mai il sorriso franco del papà e il palpabile spirito materno della mamma. Una coppia meravigliosa. Come vedremo più avanti, anche la coppia che gestisce l'orfanotrofio di Peshawar è così. Io e Manuela ci siamo poi chieste dove trovino gente così. Li chiamano orfanotrofi, ma in realtà sono una sorta di casa-famiglia. Una famiglia allargata, dove i bambini trovano l'affetto di due genitori adottivi. La figlia e le ragazze più grandi danno una mano in cucina e per le faccende domestiche. Il papà ci parla della casa, dei problemi economici che hanno, ed è evidente che li abbiano. Si commuove quando ci parla dei suoi figli, di tutti quanti. I bambini vengono da ogni parte dell'Afghanistan, sono orfani di uno o entrambi i genitori, ovviamente all'inizio hanno grandi problemi comportamentali. Devo riconoscere che sono veramente bravi, vedremo nel pomeriggio che i bambini godono di ottima salute. Non si può negare che abbiano negli occhi una grande tristezza e tanto dolore, ma sanno ridere e giocare e scherzare. Dell'affetto del papà e della mamma sono impregnati i muri.
Sono sul punto di mettermi a piangere quando racconta che pochi giorni prima sono arrivati sei fratellini i cui genitori sono rimasti uccisi in un attacco aereo americano. E subito dopo provo rabbia per tutto questo.
E' arrivato il momento che temevo di più, il pranzo. Immagino che RAWA abbia finanziato il pranzo, e mi piace continuare a pensarlo, perché, se devo essere sincera, mi faceva male mangiare pensando alla povertà in cui vive questa gente. Sono stati messi a tavola anche due barattoli di yogurt Nestlé, di certo non lo comprano mai per sé.
Spesso i miei compagni di viaggio mi prendevano in giro, dicendo che mangiavo tanto. Devo ammettere che mi sono servita spesso due porzioni di riso, e ho mangiato pane, ma ho sempre evitato di prendere la carne, di bere la coca-cola, perché pensavo che le persone che mi stavano offrendo il pranzo probabilmente non mangiavano pollo da giorni e che se io avessi lasciato la mia parte, magari la avrebbero mangiata la sera e, forse, anche il giorno dopo. Perché a volte ci è stato offerto un vero banchetto.
Dopo il nazionalissimo tè verde al cardamomo scendiamo al piano inferiore per visitare le stanze e conoscere i bambini. Non prima del consueto scambio di baci e abbracci. La figlia maggiore, di cui non ricordo il nome, è affettuosissima, mi bacia e mi ribacia e dopo i classici 3 baci, ce ne diamo altri 3 e poi, non contenta, ci ripensa e ricomincia da capo. Mi dice che le mancherò, che spera di rivedermi. La rivedrò il 10 marzo a Peshawar e sarà affettuosissima anche lì. Quando sono partita ho chiesto a Sharara di farle avere la mia coperta preferita. Me la ero portata dietro perché non sapevo se mi sarebbe servita. Spero che non si sia offesa, non volevo farle la carità, e poi è una coperta nuova, me la aveva regalata mio padre poco tempo prima. Praticamente usata due volte. Quando mi sdraio sul divano la sera e ho freddo penso alla coperta e sono contenta che ce l'abbia quella ragazza così dolce.
Con quanto orgoglio il papà ci mostra i letti a castello, uno per ogni bambino. In quel momento non ho pensato all'importanza della cosa, ma quando Cristina me lo ha fatto notare, mi sono vergognata della mia stupidità ripensando allo sguardo frettoloso che ho dato alle camere.
Entriamo in una stanza senza finestre, dove i bambini ci stanno aspettando. Un gruppo di bambine all'angolo, bambini lungo la parete lunga sulla sinistra. Iniziamo a stringere loro la mano, salutandoli, chiedendo il loro nome. E, per la seconda volta, mi sento una deficiente: abbiamo iniziato tutti e sei a salutare le bambine, inevitabile che non si riesca a finire il giro, perché non ho cominciato da sinistra? Sono una deficiente. Cerco di rimediare, vado verso il fondo, troppo tardi, riesco a salutarne pochi. è ora di sedersi. Ovviamente ci è stato lasciato il posto d'onore, su comodi cuscini. Ascoltiamo da un coro femminile il canto della casa, e poi ancora un altro canto. Watan, watan, ogni canto ne è pieno. Mi commuovo. I bambini del Nuristan, un gruppo incredibilmente numeroso, si esibisce in un canto tribale tipico, accompagnandosi con un tamburo, Sono affascinata dal ritmo, dalle voci, riescono a farmi respirare l'aria del loro Paese, a farmi sentire la foresta intorno, la loro terra, per quanto tali riflessioni possano sembrare sciocche. C'è un divertente scambio di barzellette. Più tardi scopriamo che le barzellette che hanno raccontato sono le stesse che Irina aveva raccontato loro durante una precedente delegazione. Non dimenticherò mai gli occhi del papà mentre guardava i suoi ragazzi, l'orgoglio e la commozione di quell'uomo resteranno sempre impresse nella mia mente.
Arriva l'ora di andare, dopo un momento molto divertente in cui la Manu ha insegnato ai bambini una canzone mimata, ci avviamo verso l'uscita. Ci sa proprio fare con i bambini la Manu. Riesce a farli divertire. Spero che resterà a tutti loro un bel ricordo di questo pomeriggio.
I bambini ci accompagnano alla porta, quello dallo sguardo fiero che ci aveva accolti all'arrivo si fa avanti, vuole salutarci e con orgoglio ci stringe forte la mano.
Torniamo alla guest house, ci aspetta una lunga serata, dobbiamo fare i bugiardini!!!