SPECIALE DELEGAZIONE MARZO 2004 IN PAKISTAN ED AFGHANISTAN


aprile 2004, Marzio Marzorati, Francesca Maria Poli, Manuela Farinelli, Mali Attarzaneh, Graziella Mascheroni, Laura Quagliolo, Edoardo Bai, Cristina Cattafesta.

 

Islamabad, 5 e 6 marzo 2004

Siamo arrivato a Islamabad non tanto presto, verso mezzogiorno. La città era già sostanzialmente stanca, affaticata, impegnata, rumorosa e affollata. Ma i profumi del Pakistan arrivavano anche se con difficoltà superavano gli scappamenti delle auto diesel, impegnate a superare freneticamente a destra le altre, quelle più lente, più ingombranti insomma la nostra.


Il nostro accompagnatore autista mister Sheeda era arrivato presto ad attenderci, ci ha trovato subito, non abbiamo perso tempo e dopo un'attesa inutile al bagaglio smarrito siamo partiti per la città. Islamabad era già impegnata a chiudere le attività per il venerdì di preghiera. Così rapidamente abbiamo raggiunto la nostra meta la The Residence Guest House nella settima strada. Un'accoglienza speciale per Cristina che ha scoperto un angolo tranquillo, dopo tanti che ne ha scartati, utile per iniziare il nostro viaggio. Per molti di noi nuovo, il primo, per molte emozionante e atteso, per alcuni inaspettato, intrigante. Lo scarico dei bagagli non è stato, neppure qui, privo di emozioni. Tanti erano i bagagli personali, le scatole di medicinali, gli indumenti, i piccoli e immancabili doni, come non perderne qualcuno?

Così dopo una scelta sostanziamente democratica delle stanze abbiamo potuto avviare i contatti indispensabili alla conferma del nostro programma e ai saluti necessari alle nostre amiche. Anche qui nonostante la stupenda organizzazione i telefonini hanno dimostrato il loro lato peggiore. A nulla è servita l'esperienza lavorativa alla Telecom della Cristina, molti dei collegamenti erano irraggiungibili o impossibili. Ma veniamo all'inizio del nostro racconto.

La mattina è iniziata presto, dopo la cena afgana con Gabriella e Nello dell'Ambasciata italiana. Ci hanno raggiunto Sohaila di RAWA e siamo partiti verso la vera città di Rawalpindi che dista pochi chilometri ma cambia così tanto l'aspetto. Esiste una differenza sostanziale, difficile non farsi coinvolgere. Molta gente, una moltitudine, tanto traffico, molti colori, vie strette, tutti in movimento, fogne a cielo aperto ai lati delle case lungo le vie strette, molto strette. Quanti abitanti? Forse come dice Sheeda 600 mila, forse molti di più. Sicuramente tutto ciò che appare va oltre la realtà concreta, quella vera di chi quotidianamente sostiene tutta la città, così incredibilmente precaria. Lungo la strada, prima di entrare nel dedalo di viuzze, si distendono tendopoli, accampamenti fatiscenti, umani e animali. Una convivenza continua di tutto insieme, quasi incredibile per noi, quasi insostenibile. Eppure ogni giorno si ripete, così uguale a sè, perfettamente, quasi al limite. Entriamo nelle piccole e strette vie aperte quasi per caso, quasi solo per permetterci di incontrare il cuore della città, arriviamo ostinatamente alla scuola di RAWA. Una scuola pubblica gestita privatamente da RAWA in modo indipendente per circa 400 bambine e bambini, ragazze e ragazzi. Un luogo educativo per I giovani afgani profughi in Pakistan. Abbiamo visitato la piccola scuola per tanti alunni accolti dalla direttrice e dal vice direttore. Ma andiamo con ordine. La piccola porta conduce a un cortile interno soleggiato, le aule sono affacciate sui due lati e dietro le tende gli studenti prendono lezione, in silenzio, con molta disciplina veniamo accolti in ognuna delle classi, ogni insegnante ci racconta la trama della lezione, invita a fare domande, chiede di rispondere. Volentieri stabiliamo un contatto grazie soprattutto a Maly che parla persiano e quindi riduce le traduzione, arriviamo più direttamente al cuore e comprendiamo meglio il significato. Ogni classe è una sorpresa, una piccola storia a parte, un'osservazione intelligente, una domanda importante, un'aspettattiva che non ci sentiamo di tradire. Per cui rispondiamo a tutte le domande, Francesca desidererebbe anche fare una piccola lezione di fisica ma poi timidamente si astiene con nostra gioia. Insomma il tempo passa rapidamente e la nostra visita alle classi viene interrotta, come tradizione, dalla ricreazione: tutti in cortile. La libertà della giornata, bella e soleggiata, apre spazio alle corse, alle foto, agli scambi di indirizzi, soprattutto quelli internet. Non c'è pace più ormai nel cortile, tutto corre e si mette in relazione. La curiosità non ci permette di abbandonare così rapidamente il luogo anche dopo il racconto dei professori, il tè, gli scambi dei doni, gli abbracci e i baci intensi dei saluti. Ci abbandoniamo alla partenza per lasciare un piccolo cuore tra loro, andiamo via, lungo le strade della città che non si è accorta della nostra presenza. Siamo inermi.


Il pulmino è stato girato per ritornare, tutti si chiedono dove abbia trovato lo spazio sufficiente ma nessuno ha il coraggio di chiedere. Riavvolgiamo il nostro nastro e torniamo sui nostri passi. Rimaniamo in città per una seconda visita molto attesa. Sohaila ci accompagna alla casa famiglia, chiamata semplicemente orfanotrofio, qui vivono 40 bambini e bambine afgane, delle diverse etnie del paese, così incredibilmente diversi, unici comunque. Non si può che essere felici di aver incontrato questo luogo, entrare dalla piccola porta dopo che le donne sono state invitate a portare il velo, qui la nostra presenza non passa inosservata.
Si salgono delle scale, piccole e con le battute diverse tra loro, si accede al salone superiore tra i tappeti così iniziamo la conversazione seduti a terra, senza tavoli e sedie, tra i cuscini, siamo semplici. Una conversazione non facile, molto emotiva con i genitori di quattro bambine che gestiscono in prima persona la casa famiglia, una grande famiglia. Il racconto si fa inteso, così le domande e i silenzi, si raccontano storie della vita, delle origini di ogni ospite della casa, si fa fatica. Alcune volte stiamo in silenzio, almeno alcuni di noi lo fanno. Mentre si ascolta si attraversa la storia di un popolo, è sempre così quando parlano i bambini. Le parole prendono forma diversa, muovono le emozioni e utilizzando diverse lingue (urdu, pharsi, inglese ­ circa -, italiano) arriviamo ai sentimenti. Ognuno ha un proprio ricordo e una sensazione che vuole condividere, lo facciamo anche durante il pranzo, saporito e buono. Sul tappeto si stende una tovaglia e rapidamente si riempie di cibo: boulani, nan, bamieh (lady's finger), yogurt L'accoglienza del pranzo è stato un momento che abbiamo davvero sentito, condividere il cibo nella casa ci ha aiutato a capire meglio. Scendiamo dalle bambine e dai bambini al primo piano, visitiamo le camere da letto, pulite con dei bellissimi letti a castello di due piani. Arriva il meglio, ci sediamo a terra poi iniziano i canti, piccole esibizioni, giochi, risa e felicità. I bambini provenienti dal Nouristan mettono in scena una piccola banda con musica, acrobati e tamburello (tamburo da pizzica). Farinelli detta di nome Manuela crea uno spazio ritmico insegnando una canzone con parole di fantasia, accompagnando con gesti la voce impariamo tutti questo nuovo gioco, come se fosse un modo per conoscerci meglio, una scoperta che abbiamo fatto insieme, un piccolo segreto del nostro incontro che rimanga nel ricordo. Così legando il ricordo alle emozioni sappiano che resisterà nel tempo e ci darà pace a tutto ciò che di brutto e di disperato ha colto queste piccole creature nella loro breve vita. Ce ne andiamo dopo il tè con soddisfazione, sapendo che dovremmo rifletterci poi dopo, magari un poco da soli, oppure con voi che leggete.

 

La sera arriva presto e tornando alla pensione troviamo Omar Sayel dell'associazione Hawca che opera in Afghanistan e Pakistan con molti progetti umanitari che vedremo e incontreremo nei prossimi giorni. Omar ci racconta di sè e del lavoro dell'associazione, la chiaccherata è piacevole e stimolante. Parliamo anche del futuro dell'Afghanistan, delle aspettative di molti che vogliano tornare, delle prossime elezioni, dell'intervento umanitario, di tutto ciò che fa parte della sua vita. Anche per lui abbiamo dei piccoli doni e soprattutto un finanziamento dell'associazione per le attività che svolge. Omar ha 26 anni e ama il suo paese, ci racconta di come abbia rinunciato agli studi negli Stati Uniti insieme alla sua famiglia per rimanere a fianco del suo popolo. Siamo contenti di averlo incontrato ancora qui e che oggi il suo lavoro sia anche una professione utile alla vita di tutti i giorni, di come le relazioni umane cambino il mondo, il nostro, quello di tutti i giorni, quello che amiamo di più.

Termina la giornata, è sera e dopo aver concluso la scittura di questi appunti andiamo a raccogliere Edoardo Bay all'aeroporto, arriva molto tardi e come noi sarà stanco. A domani.

Cristina, Maly, Francesca, Manuela, Marzio

 

Peshawar, 7-10 marzo 2004

Ormai è Domenica mattina e arriva Edoardo Bai dall'Italia con un volo molto complicato che lo ha tenuto diverse ore a Roma e poi per una nebbia fitta a Dubai dove pare si siano concentrati innumerevoli passeggeri. L'attesa di Edoardo è terminata verso le cinque del mattino di Domenica e anche lui come Marzio ha smarrito i propri bagaglio, dobbiamo ricomincia di nuovo dall'inizio per sperare di averli presto tra noi. Islamabad di notte sembra assistere ad una pausa reale, poche autovetture, nessuna pulimino e soprattutto sono assenti i piccoli tassi tipo Ape Car che di solito invadono la città. Cessato il ruomore intenso del giorno le strade appaiono immense, distese, esuberanti, quasi eccessive per questa città inventa e dispersa in un bosco per alcuni tratti ancora intatto. In effetti la vera città è Rawalpindi che dista alcuni chilometri dalla capitale un poco inventata.
La Domenica mattina quindi inizia tardi, verso mezzogiorno il sole ormai è cuocente e chiede la sveglia. Arriva proprio a quest'ora la nostra amica Zoya accompagnata da Shararah che è responsabile dell'ospedale di RAWA. L'incontro è commuovente, si toccano particolari sensibilità e amicizie di molti che appartengono al gruppo in missione. Le parole di Zoya ci riempiono di gioia e descrivono il suo paese: l'Afghanistan. Siamo lontani ma certamente riusciamo ad immaginare le persone e le attività che incontreremo nei giorni futuri. Zoya è la persona di cui viene narrata la vita nel libro che porta il suo nome ­ Zoya la mia storia ­ scritto da Jhon Folleyn, ha perso la madre e il padre uccisi dai talebani. Oggi è una delle persone più attive di RAWA e si occupa soprattutto dei campi profughi in Pakistan. Si scambiano piccoli regali e non mancano gli interminabili abbracci e baci. È notevole il fatto che lo facciano anche con i maschi, in Pakistan così come naturalmente in Afghanistan è una cosa assolutamente proibita e eccezionale. Le associazioni e le Ong di donne consegnano i contributi economici raccolti in Italia negli ultimi mesi, più di cinquanta mila Euro. In questa occasione viene anche consegnato il contributo del Comune di Seveso di 600 dollari USA. Vengono scattate le fotografie di rito con tanti ringraziamenti.
La giornata termina con una cena a casa di Omar, vice presidente di Hawca, che avevamo incontrato sabato. L'invito è molto gradito e i piatti deliziosi: Kabul rice, verdure e carni varie, budino di riso al pistacchio, frutta, vengono serviti su un bellissimo tappeto afgano. Ci si siede per terra sui cuscini e tutti i piatti vengono messi al centro del tappeto in bella vista. Omar ci parla a lungo della situazione di kabul e del disastro compiuto dalla guerra anche quella recente. C'è tutto da ricostruire e gli aiuti non arrivano. Persino la centrale elettrica vicina, costruita dai russi, non è stata riattivata. Alla domanda di cosa pensa di Karzai ci ha letteralmente spiegato che gli afgani possono scegliere solamente tra il male e il peggio e quindi per lui va bene Karzai che è il male.


Lunedì è il giorno delle donne ma la festa è stata organizzata per il 10 marzo a Peshawar perché la manifestazione di RAWA non è stata autorizzata dalle autorità pakistane. Dedichiamo la giornata di lunedì per conoscere a Islamabad i progetti e le attività delle associazioni. Abbiamo visitato l'ospedale MALALAI di Rawalpindi, dal nome di un'eroina afgana che lotto contro gli inglesi. L'ospedale è un ex ufficio nel quale sono stati ricavati i diversi servizi: visita con sala attesa, cinque sale di degenza di cui due per il parto e una sala parto, una piccola chirurgia. Immaginate tante piccole stanze 3 metri per 4 perché si tratta di ex uffici e non di sale. In un edificio più simile ad una casa popolare di pessime condizioni che a un ospedale, mantenuto pulito e abbastanza in ordine nonostante la mobilia che non terrebbe in casa neppure il più povero tra gli italiani. Le persone in attesa di visita si ammassano nel corridoi chiacchierando e sdraiandosi, per lo più donne del vicino campo profughi. Quando cerchiamo di fotografarle alcune di loro si allontanano o si velano il viso. La farmacia è una piccola stanza: i medicinali sono conservati su assi di legno fissati al muro; la capacità di stoccaggio è minima e l'ospedale è costretto a rifornirsi ogni giorno. Nonostante queste limitazioni la media delle visite è di 200 giornaliere. Per quanto riguarda la sala chirurgia è ben lontana dalla setticità; unica precauzione un paio di ciabatte di plastica, sterilizzate alla meglio in una autoclave vetusta, fatte indossare all'ingresso. Eppure vi si svolgono operazioni in anestesia totale praticata con alotano; non immaginatevi un set per anestesia; si tratta di una semplice bombola collegata ad una mascherina con un tubo di gomma. Lasciamo l'ospedale dopo innumerevoli fotografie scattate con una Polaroid provvidenzialmente portata da Cristina è efficacemente messa in gioco tra bambini, bambine e donne a cui si lasciavano immagini, forse per alcuni le prime.
Lasciando l'ospedale siamo passati davanti ad una grande e immenso campo profughi. Un luogo disperato situato ai margini della città.
Lo stesso lunedì partiamo per Peshawar, la strada di circa 170 Km è un fiume di auto, camion decorati in modo bizzarro e oltremodo fantastico. In questo paese appaio del tutto stridenti con il clima di tristezza e rassegnazione che attraversa i visi delle persone. Auto, camion, furgoncini, carrozzelle, motorini, biciclette, carri, autobus, autotreni, il tutto si muove incredibilmente in disordine da destra a sinistra, senza perdere la traiettoria. La città è oltremodo inquinata e caotica. Non abbiamo problemi a raggiungere il nostro albergo e a trovare rifugio.
È mattina del 9 marzo inizia la nostra visita all'orfanotrofio gestito con i fondi elargiti da un ONG francese Femmes Aid la cui presidente e Carol Mann che ha scritto un bellissimo libro sull'Afghanistan. La Casa famiglia per 40 bambini e bambine senza famiglia risponde a un bisogno reale di accudimento e cura. L'orfanotrofio è una villetta molto carina con una grande una grande terrazzo e un giardinetto. Al piano terra ci sono le camere da letto con 5 o 6 lettini per stanza. Tutto è ordinato e pulito. Sempre al piano terra la cucina, la sala da pranzo e una piccola sala giochi. Al primo piano la stanza dove abita la famiglia che gestisce l'orfanotrofio e due stanze per gli ospiti. I ragazzi cantano una bellissima canzone e ci invitano a pranzo. Qui circa 40 bambini e bambine trovano un rifugio tranquillo e sicuro. Direi che stiamo ben oltre gli standard medi afgani e anche pakistani.
Raggiungiamo la scuola Maulana Zarghona Schools che invece mostra la sua totale mancanza di fondi. Situata in fondo a un vicolo chiuso costeggiata da fogne a cielo aperto si trova in un edificio disastrato, mezzo diroccato; le pareti delle aule sono ricavate infatti alla bene e meglio con assi, plastica e fango. Alcune sono nella fetida e umida cantina. Siccome in molte aule così ricavate mancano le finestre si insegna nella semi oscurità. Nella biblioteca (cosiddetta) sono contenuti al massimo una cinquantina di vecchissimi libri di scuola a uso degli studenti. La biblioteca viene usata anche come sala studio ed è il locale migliore essendo una stanza con le pareti di 3 metri per 3.
In queste condizioni studiano circa 200 alunni con ottimi risulti.
Usciamo da Peshawar nel pomeriggio per raggiungere dopo circa 1 ora il vicino campo profughi di Jalosai. Si arriva al campo attraversando una landa desolata di argilla punteggiata da camini che spuntano dal terreno, scavata a diversi livelli, vi lavorano tutti i maschi e i bambini del campo profughi a fabbricare mattoni. Le ciminiere fumano e disperdano sul territorio a perdita d'occhi le esalazioni tossiche verso il campo profughi. Il paesaggio è infernale con mucchi di carbone, fiamme da sottoterra, uomini e bambini anneriti dal fumo che mattoni il fango in grandi stampi di metallo. Nell'immensa distesa collinosa non appare nessuna vegetazione, tutto è giallo di argilla, il cielo è nero di fumo e nel campo asfissiante centinaia di persone vivono alimentando il fuoco, stampando i mattoni, togliendo dai forni i mattoni cotti, ancora caldi.
D'improvviso arriviamo al campo profughi, appare come un'oasi nell'inferno. Qui migliaia di afgani vivono lontano dalla città e dalla loro terra. Questo è il campo più vecchio, è nato ai tempi dell'invasione sovietica e continua a tutt'oggi ad essere pieno di gente. Ci sono più di centomila abitanti, nessuno li ha mai contati con precisione. Si apre un cancello ed entriamo nella sezione di campo gestito da RAWA. L'accoglienza è meravigliosa, una casa di fango, troviamo cibo, acqua e refrigerio. Ci sorprendiamo di trovare una casa bella, con tappeti per terra e canne di bambù a tappezzare soffitto e pareti per coprire la terra.
Nel campo ci sono i seguenti servizi: una scuola, una infermeria, una sala parto, una farmacia, un campo giochi attrezzato per palla a volo, calcio e cricket e persino un teatro dove stavano preparando lo spettacolo per la festa delle donne. Tutti questi servizi sono ovviamente ricavati in stanze di fango, tant'è che in una precedente visita il medico a cui era stato chiesto quale era sua necessità più urgente aveva risposto; una bella gettata di cemento per fare il pavimento. Troviamo persino una piccola scuola computer dove 5 allievi e un maestro stavano lavorando su 4 PC a dire il vero da noi sarebbero stati inusabili.
La visita è stata accolta e accompagna da numerosissimi bambini, una vera e propria banda che gridando e giocando ha fatto vivere la nostra visita al campo con allegria e piacere. Ce ne andiamo, stanchi, affrontiamo di nuovo la strada per Peshawar colti dalla sera che diventa presto notte. Domani finalmente ci sarà la festa di RAWA dedicata alle donne, è stata autorizzata in una sala pubblica che contiene circa 1000 persone. A domani.

Marzio Marzorati, Edoardo Bai


Kabul, 10-16 marzo 2004


É mercoledì 10 marzo oggi finalmente sarà realizzata a Peshawar la giornata dedicata alle donne che RAWA ha realizzato con la partecipazione dei suoi innumerevoli progetti e attività. Oltre a una forte partecipazione femminile l'incontro diventa un'occasione di festa per tutti. La sala contiene 900 posti ed é stracolma, ci sono molte persone in piedi. É numerosa anche la partecipazione degli uomini tra cui il leader del sindacato dei contadini pakistani e la responsabile della commissione dei diritti umani. L'iniziativa si svolge attraverso gli interventi politici e coretti patriotici afgani cantati dalle giovani ragazze di RAWA. Segue uno spettacolo teatrale divertentissimo. Gli attori di mimo raccontano la storia dell'Afghanistan dalla vittoria dei mujahedin. La rappresentazione é molto divertente, realizzata con ironia e macchiette che rappresentano gli atteggiamenti dei diversi attori in causa: americani, europei, arabia saudita, militari. Tra I vari interventi siamo stati invitai come delegazione italiana a portare un nostro messaggio. Francesca ha quindi preso la parola soprattutto grazie al sostegno di Mali che traduceva direttamente in persiano (farsi). Il messaggio ha reso evidente la nostra solidarietà e la vicinanza al lavoro che sta realizzando RAWA e soprattutto l'auspicio che il popolo afgano possa trovare finalmente una strada di pace. Inoltre abbiamo ancora una volta rafforzato il nostro sostegno politico all'azione di RAWA impegnata direttamente nel lavoro sociale ed educativo per migliorare la consapevolezza delle donne.
Dopo i calorosi saluti, per congedarsi ci mettiamo circa un ora; loro sono fatte così, usciamo dalla grande sala e torniamo sulla strada caotica e rumorosa del centro di Peshawar, la città dista solo 50 chilometri dal confine con l'Afghanistan, molti sentono aria di casa.


Lasciamo in auto la città per tornare a Islamabad, ci attende la solita strada incredibilmente complicata che abbiamo conosciuto all'andata, nessuno di noi avrebbe pensato di dover ritonare molto presto sulle nostre stesse tracce, ma cerchiamo di mantenere un ordine del racconto. Durante il tragitto veniamo a sapere dei drammatici e sanguinari attentati a Madrid. Siamo sbigottiti e riceviamo immediatamente messaggi sui telefonini portati che aumentano l'angoscia e ci rendono di nuovo impotenti così come la guerra il terrorismo distrugge ogni speranza di pace.
Non ci dimentichiamo di festeggiare i compleanni di Manuela, nata il 9 marzo, e di Marzio, nato il 10 Marzo. Andiamo in un invitante e ospitale ristorante pakistano (Jahangir), le candeline le avevamo spente la sera prima a Peshawar, anche in questo caso le attività devono essere svolte sempre in due tempi.
La mattina dell'11 marzo ci aspetta la premessa di quella che sarebbe stata una tragedia; hanno cancellato le prenotazioni per il volo a Kabul. La mattinata passa quindi all'aeroporto in lista di attesa con la speranza di poter ugualmente prendere il volo. Unica distrazione una lunga fila di Uigiuri che tornano dalla Mecca. Sono carichi di sacchi e sacconi legati con grosse corde, i bagagli sono immensi e sembrano contenere non solo gli effetti personali ma anche le loro case: grandi tende. Gli Uigiuri sono mussulmani di origine cinese, abitano nel Tibet. Erano veramente tanti, non siamo riusciti, durante la lunga attesa all'areoporto, a trovare uno sguardo complice: siamo proprio molto diversi.
Dopo aver definitivamente perso il volo aereo nel pomeriggio escogitiamo un piano alternativo via terra: Peshawar, Kyber-pass, Jalalabad e infine Kabul, circa 500 Km, circa 13 ore di viaggio. Stabiliti gli accordi con la compagnia di viaggio Sitara ripartiamo nel tardo pomeriggio ritornando, così presto, di nuovo a Peshawar dove passiamo la notte con estrema sorpresa dei nostri ormai abituali albergatori. La mattina del 12 marzo, ottenuti i permessi necessari per attraversare la frontiera, ci accingiamo ad affrontare il viaggio. Una guardia con tanto di kalashnikov ci accompagna sino alla frontiera attraverso le "zone tribali", dove l'unica legge che vale é quella delle armi e del contrabbando di oppio e hashish. Assistiamo a varie scenette fra cui la distribuzione di kalashnikov da un camioncino, il passaggio di mano di etti di hashish, tutto fatto all'aperto senza preoccupazione e senza nascondere nulla. La situazione non é delle più rassicuranti. Il paesaggio quando arriviamo alle prime montagne é sorprendente. Le famiglile delle tribù vivono in fortini di fango con torri di avviastamento e muri ben fortificati. Le montagne sono disseminate di case e piccoli forti, torri di avvistamento e mura di confine. Non esiste elettricità e siamo piombati all'improvviso in paesaggio medioevale dimenticato, dove altre sono le regole di vita e i riferimenti sociali. Ci sentiamo abbandonati e incapaci di comprendere ciò che potrebbe accadere in quel luogo, forse l'incertezza é la nostra maggiore inquetudine. In questa terra, chiamata Jamrud, i ragazzi incominciano a spacciare droga a 14 anni e a 16 anni si sposano, a 20 hanno già più di tre figli. Passiamo di fronte ad una vera e propria fortezza, qui vive la tribù dei fridi, la più potente e meglio armata. Arriviamo alla frontiera movimentatissima, un crocevia di razze e commerci. Migliaia di persone e di mezzi di trasporto, odori, fumi e innumerevoli costruzioni accatastate, affiancate, vicine, sentiamo di trovarci nel set di un film. Oltre che ad una frontiera sembra di stare in un suq. Non mancano le bandiere e osserviamo subito quella afgana. Come al limite, su un bordo, dobbiamo attraversare un breve tratto di strada: la terra di nessuno. Si cambia auto e autista ci accompagnano una guida e un autista hazari (una etnia afgana di probabile origine mongola, con i tratti degli occhi a mandorla). Avevamo pensato di aver superato la parte più pericolosa del viaggio ma ci sbagliavamo, avremo scoperlo poco dopo che il vero pericolo era costituito dalla guida del nuovo autista e dal famoso e impervio passo che apre l'accesso a Kabul: siamo arrivati.
Il programma di Kabul deve essere riorganizzato in base al nuovo tempo a disposizione, speriamo di poter raggiungere gli obiettivi che la missione si era proposta. Arriviamo quano é ormai é buio e ci incontriamo con Laura e Graziella che sono giunte nella capitale già da due giorni con il volo del Ministero degli Esteri italiano. L'incontro é calorisissimo e non vediamo l'ora di raccontarci gli avvenimenti, per questo dopo aver depositato i nostri bagagli nell'albergo ci rechiamo in un piccolo ristorante.

Il 13 marzo la temperatura é gradevole siamo a circa 1800 metri sopra il livello del mare. Orzala, di etnia pashtoon, presidente di Hawca (Humanitary Assistance for Women and Children of Afghanistan) ci accompagna al Computer Course, una scuola di computer per giovani nel quartiere di Khair Khana. I vicini di casa della scuola sono trafficanti di armi e altro, é stata per questo motivo messa una grande tenda che divida le due proprietà. Frequentano la scuola 160 alunni tra ragazzi e ragazze, il corso ha la durata di un anno rilascia un attestato di frequenza con il quale i ragazzi possono trovare lavoro. Per poter accedere deve essere fatto un esame di ammissione, soprattutto per l'inglese, e si deve pagare una piccola quota simbolica di iscrizione. Ci salutiamo con un caldo té e dei magnifici e burrosissimi biscottini al pistaccio. All'uscita della scuola un gruppo di ragazzini aspettava la fine delle lezioni, con evidenti scopi relazionali. Negli spostamenti per la città che finalmente vediamo nella sua pienezza Orzala ci racconta il lavoro svolto, la precazia situazione economica e la difficile sicurezza. É un racconto intenso e pieno di passione da chi vive tutti i giorni a contatto con la realtà i bisogni e le difficoltà, siamo sorpresi per la lucidà e la passione attiva.



Arriviamo nel primo pomeriggio alla scuola di alfabetizzazione di Hawca, in un quartiere periferico dietro la vecchia residenza reale. Questo é il primo villaggio rurale a contatto con la città il suo nome é Sar Asiab (al mulino grande). Dopo aver attraversato i campi coltivati a grano accediamo alla scuola da una piccolissima porticina che si apre su un cortile. Le classi sono disposte su due piani e la scuola, come tutte le strutture di Hawca sono in affitto. La scuola accoglie 150 studenti, di età superiore ai 12 anni. Ci sono quattro insegnanti che al mattino insegnano alla scuola statale e il pomeriggio in questa scuola come lavoro volontario. Le insegnanti hanno fatto presente che gli studenti imparano molto meglio nel corsi di alfabetizzazione che nella scuola statale perché qui il metodo é più prossimo ai bisogni educativi individuali e non solo ai programmi. Le ragazze stanno celebrando la festa delle donne attraverso brevi recite, poesie e racconti. Siamo invitati a prendere parte all'evento e in una stretta sala dai vetri di plastica ci sentiamo a casa.

Ritorniamo al centro della città attraversando interi quartiere distrutti dalla guerra, la zona occupata dai sovietici, il palazzo reale, i bombardamenti della guerra civile, la città appare dilaniata, sgretolata, tutti vivono ovunque, i bambini cercano nella spazzatura oggetti da vendere, la figna a cielo aperto é un luogo di gioco e intrattenimento. Tutto si sposta freneticamente in una città priva di qualunche cartello stradale, I talebani volevano che cadesse nel passano tornato al medioevo. Proprio in questa città, nel suo cuore ognuno é affacendato a sopravvivere e pertanto siamo quasi invisibili ai loro occhi, trasparenti alle loro emozioni, siamo noi a non esistere, a non essere utili.
Arriviamo alla terza scuola che realizza corsi di cucito per 20 donne del quartire. Qui dobbiamo entrare in fretta per non attirare l'attenzione degli abitanti del quartiere. La situazione é problematica e la sicurezza é sempre un problema per le amiche di Hawca. Il corso di cucito dura sei mesi, le donne che erano appena tornate a casa ci raggiungono di nuovo. Possiamo chiaccherare del loro lavoro, dell'impegno e delle innumerevoli attività che realizzano. Ci mostrano i loro lavori con molto entusiasmo. Siamo in bellissima casa in un quartiere bruttissimo, sporco e fondamentalista. Lasciando le donne attraversiamo una strada distrutta dai bombardamenti, anche la moschea é stata oggetto di bombardamenti e sparatorie, qui proprio non esiste pace.
Come ultima visita ci rechiamo all'ambasciata italiana per registrare ufficialmente la nostra presenza. Marzio viene ricevuto dall'ambasciatore con il quale c'é uno scambio ricco e interessante sulla situazione in Afghanistan e soprattutto dell'impegno italiano per la pace. Sono notevoli le forze militari impegnate in Afghanistan, la loro presenza come ci dirà anche la Ministra per gli Affari Femminili é indispensabile per garantire la sicurezza.
Torniamo al nostro albergo, nel centro della città di fronte ad un parco un tempo bello. Mangiamo insieme nella piccola cucina, é difficile uscire a mangiare i ristoranti sono molto cari, pochi e poco sicuri dal punto di vista igenico.
Il 14 marzo é il giorno deidcato all'incontro con RAWA: Mehmooda e Tahmina. In una sala dell'albergo molto vasta adibita a pranzi e cene facciamo una discussione. Entrambe hanno intenzione di iscriversi all'Università che é stata riaperta a Kabul. Chiediamo di esporci il loro punto di vista sulla situazione del paese e alcuni commenti sulla nuova costituzione. La situazione é ancora incerca e la sicurezza un reale problema quotidiano soprattutto per le donne. Solo il 5% della popolazione si é iscritto alle liste elettorali, probabilmente le elezioni previste per il giugno prossimo saranno spostate. Nel governo esistono persone molto corrotte e implicate in atti sanguinari della guerra, ma il presidente Karzai offre delle buone garanzie. Esiste comunque un nuovo spazio di libertà con la televisione e circa 50 nuove pubblicazioni editoriali tra cui alcune di donne. La recente denuncia di Malalai Joya all'assemblea della Loya Jirga (luogo di incontro dei capi tribù delle diverse etnie presenti nel paese). La convesrazione 'e molto utile e interessantre e ci permette di comprendere meglio dove siamo e quali condizioni aspettano il paese. Ci sono stati molti cambiamenti anche quale miglioramento ma siamo solo agli inizi, la situazione delle donne é ancora molto difficile.

> Ismail Khan, leader dei persiani (dari) della città di Herat.
> Fahim, leader dei tagiki, della regione del Panshir, erede di Massud.
> Dostum, leader degli usbeki, della città di Mazar-I-Sharif.
> Hekmatyar (attualmente alla macchia), leader dei pashtoon, della regione di Kandahar.
> Mohagheq, leader dei hazari, della regione del Bamyan.

La giornata continua con diversi incontri con le donne leader di RAWA e con la visita a donne testimoni di violenza e maltrattamenti domestici. É naturalemente un momento molto delicato e intenso nel quale si tocca con mano il lavoro dell'associazione nel supporto materiale e morale.

Alla sera siamo ospiti della Ministra degli Affari Femminili Signora Habiba Sorabi. Chia aveva conosciuito Habiba ha provato una grande emozione nel rivederla nella veste di Ministra. Nell'anno 2000 é stata ospite in incontri pubblici a Como come in 17 città italiane per esporre la situazione della donna in Afghanistan. L'incontro é molto cordiale e ci sono reciproci scambi di doni. Approfittiamo dell'occasione per rivolgere alcune domande.
- Come ti trovi e ti muovi all'interno del governo e chi ti appoggia?
- Conosco molto bene il paese anche nelle zone più remote, devo muovermi con prodenza senza portare i modelli occidentali e il risultato più importante che ho ottenuto é quello di aver portato nella nuova costituzione i diritti delle donne e di aver creato in 29 delle 31 provincie un ufficio dedicato ai diritti delle donne e al lavoro sul territorio. Nel governo sono appoggiata dai ministri democratici e con l'aiuto delle pressioni internazionali sui diritti delle donne non sono contrastata dagli altri ministri.
- Come pensi di attivare I progetti nelle zone più remote del paese?
- Gli uffici decentrati aperti nelle provincie fanno da tramite con il Ministero centrale di Kabul. Ogni ufficio si occupa dell'attivazione di scuole, ambulatori e assitenza legale alle donne. Il progetto continua ed é finanziato anche da associazioni estere. L'approccio deve essere molto graduale, non é pensabile di utilizzare modelli di intervento occidentale che provocherebbero resistenza e diffidenza.
- Qualé la situazione relativa alla sicurezza?
- É ancora grave soprattutto al Nord dove sono ancora diffusi matrinomi forzati, violazione dei diritti umani, casi di violenza gratuita e particolarmente cruenti. Abbiamo inviato varie commissioni di verifica e osservatori per registrare la situazione e valutare gli interventi più opportuni per mettere fine a tali violenze. Purtroppo non abbiamo alcuna notizia relativa al sud del paese, ancoca sotto il controllo dei signori della guerra, che si spartiscono territorio e potere. Nella provincia di Heart si registra la percentuale di sucidi e autoimmolazioni di donne, le ragazze subiscono ingiustizie di ogni tipo, non hanno accesso all'istruzione e subiscono visite ginecologiche forzate per stabilire la loro verginità.
- Pensa sia ancora utile la presenza di forze armate internazionali?
- Certamente si perché la situazione oggi non garantisce ancora la sicurezza per la popolazione afgana. La presenza delle forze militari, in particolare dell'ISAF (International Security Army Force), sono un deterrenze agli scontri armati tra le diverse fazioni dei sigori della guerra che detengono ancora molte armi e controllo del territorio.
Durante la conversazione abbiamo avuto conferma della sua candidatura alle elezioni che dovrebbero tenersi in giugno di quest'anno. Nononstante la fatica e il peso del suo lavoro ha preso questa decisione confortata da tutti i sostenitori afgani e stranieri oltre che da alcuni membri dell'attuale governo. La serata termina con una lauta cena che viene imbandita su un bellissmo tappeto della sede di Hawca.

Il 15 marzo prima della partenza per Islamabad, finalmente l'aereo della PIA (Pakistan International Airline) viene confermato, ci rechiamo a visitare il centro della Croce Rossa per la riabilitazione ortopedica per mutilati attivo dal 1988. Speriamo di incontrare Alberto Cairo, un italiano presente a Kabul da oltre 13 anni, arrivato nel centro 3 anni dopo la sua apertura, ma purtroppo apprendiamo che ha dovuto recarsi urgentemente nel sud ovest del paese, in uno dei sei centri analoghi aperti da lui nelle province. Il centro é un luogo storico della solidarietà e della cura a Kabul, qui vengono ricevuti 60 persone al giorno. Visitiamo i diversi reparti che preparano gli arti artificiali per i mutiliati, qui lavorano 175 persone di cui 30 sono donne e circa il 60% son disabili. Il luogo é pulitissimo e molto ordinato, abbiamo la sensazione di trovarci in un luogo di grande umanità e di intensa cura del disagio. Siamo accompagnati da un tecnico che in modo molto appassionato e sintetico ci descrive le diverse fasi del lavoro. Entriamo anche nel reparto per la riabilitazione, cui i mutilati, donne e uomini, imparano a camminare con gli arti artificiali. Il 70% dei pazienti é vittima di mine anti-persona il resto sono persone affette da artrite, poliomelite e altri problemi gravi di deambuazione. La riabilitazione, che é importantissima naturalmente, richiede in media cinque giorni coloro che vengono da lontano hanno la possibilità di dormire presso la struttura. Alberto Cairo ha recentemente critto un libro sulla sua esperienza che é stato pubblicato dall'Einaudi, é un'avvocato che ha studiato da fisioterapista. Notiamo che nel centro, fatti di piccole e organizzate casette sono presenti delle serre con dei fiori che accompagnano lo sgurado e la nostra visita. Il centro ha avviato inoltre un progetto di microcredito che serve ad attivare diversi progetti di lavoro proposti direttamente dai disabili.

 

Partiamo per Islamabad con il volo PK252, sorvoliamo in circa 1 ora lo spazio aere che separa le due capitali. Cerchiamo di riconoscere dall'alto l'incredibile strada percorsa via terra. Cade una immensa fatica, veniamo soopraffatti dalla stanchezza e ci apprestiamo a ritornare in Italia

 

Marzio Marzorati, Francesca Maria Poli, Manuela Farinelli,
Mali Attarzaneh, Graziella Mascheroni, Laura Quagliolo,
Edoardo Bai, Cristina Cattafesta.

 

Bibliografia

- Saira Shah. L'albero delle Storie. Romanzo Bompiani. Gennaio 2004
- Alberto Cairo. Storie da Kabul. Einaudi. 2003
- Giovanni Orfei. Le invasioni dell'Afghanistan. Fazi Editore. Aprile 2002
- Edoardo Albinati. Il ritorno. Novembre 2002
- Mohsen Makhmalbaf. In Afghanistan. Baldini&Castaldi. Ottobre 2001
- Giuliana Sgrena. Alla scuola dei Taleban. Manifestollibri. 2002
- Giulietto Chiesa, Vauro. Afghanistan, anno zero. Emergency. Ottobre 2001
- Carlo Degli Abbati, Oliver Roy. Afghanistan, l'Islam Afgano. ECIG. 1985
- Ahmed Rashid. Talebani. Feltrinelli. Novembre 2001
- Ettore Mo. Kabul. Biblioteca Universale Rizzoli. Settembre 2003
- Asne Seierstad. Il Libraio di Kabul. Sonzogno Editore. Aprile 2003
- Yasmina Khadra. Le rondini di Kabul. Mondadori. Settembre 2003
- Zoya con John Follain e Rita Cristofaro. Zoya la mia storia. Sperling & Kupfer Editori. 2002
- R.D. Parsons. The Carpets of Afghanistan. Antique Collectors' Club. 1983
- Omar Khan. From Kashmir to Kabul, Photography 1986-1900. Prestel. 2002
- Thames & Hudson. Arms Against Fury. Edited by Robert Dannin. 2002
- Roland and Sabrina Michaud. Afghanistan, the land that was. Harry N. Abrams, Inc., Publishers.

 

Dati generali
Superficie: 652 225 kmq
Forma di Governo: Stato islamico
Capitale: Kabul 700 000 ab. (1993)
Unità monetaria: Afghani
Lingua: Dari (ufficiale), Pashto (ufficiale)
Religione: Musulmani sunniti 75 %, Musulmani sciiti 24 %

Popolazione
Numero abitanti: 22 720 000 ab. (stima 2000)
Densità: 35 ab./kmq
Popolazione urbana: 21,9 % (2000)
Indice di sviluppo umano: Non compreso in graduatoria
Gruppi etnici:
Afghani 55 %, Tagichi 20 %, Hazari 9 %, Uzbechi 9 %, Turkmeni 2 %