SPECIALE DELEGAZIONE MARZO 2004 IN PAKISTAN ED AFGHANISTAN


aprile 2004, di Manuela Farinelli

Due parole in premessa

Iniziare a scrivere la relazione del viaggio in Pakistan e Afghanistan, sarà un po' come percorrere il viaggio nuovamente, in tutta la sua intensità e forse per questo, abbiate pazienza se accanto alla cronaca e alle informazioni pure e fondamentali, il tutto sarà come dire . "molto emotivamente connotato".
Il fatto è che un viaggio come quello che abbiamo vissuto, non rimane sulla superficie dei ricordi, le risonanze di ciò che abbiamo visto, sentito e provato, attraversano il cuore ed il pensiero lasciando tracce indelebili che , fanno e hanno fatto dell'incontro con l'Afghanistan, con le donne di questo popolo e con le compagne di RAWA un'esperienza culturale, politica, umana ed affettiva unica e assolutamente sconvolgente.
Sottolineo sconvolgente, perché davvero, l'incontro con il coraggio, la competenza la fierezza, l'umiltà, che caratterizzano le donne di RAWA e non solo, sconvolgono completamente il nostro modo di pensare e fare, il nostro modo di giudicare, il nostro modo spesso del non saper ascoltare, ci si propone infatti un modello di pensiero e di azione dal quale dobbiamo tanto imparare, così limpido nelle sue premesse, così coerente nel percorso per il raggiungimento degli obiettivi, così sofferto per la violenza che ha inflitto durissimi prezzi da pagare.
L'esperienza è stata molto forte, e, non nascondo che vedere lo stato in cui versa la popolazione afgana, sia in Pakistan che a Kabul, talvolta mi ha spinta a pensare che sarà impossibile che questo popolo possa risollevarsi, la devastazione su tutti i livelli è davvero di proporzioni enormi.
Poi guardando il lavoro delle nostre amiche, conoscendo il loro spirito, i loro ideali, la spinta che ogni giorno da 25 anni sostiene tutto quello che fanno, non posso non pensare che dove c'è anche solo una fiammella di speranza e progetto, vale la pena di lottare, e lo capisco sempre più ogni giorno che passa da quando ho incontrato rawa sulla mia strada.

PRIMA PARTE: Pakistan tra Islamabad e Rawalpindi

Partiamo la mattina del 4 marzo da Milano in cinque: : io, Cristina, Francesca, Mali, Marzio Edoardo ci raggiungerà con due giorni di ritardo direttamente in Pakistan.
Il viaggio è abbastanza faticoso per via di numerosi scali, in circa 20 ore si arriva all'aeroporto di Islamabad.
Fa veramente caldo e siamo sfiniti, attendiamo il nostro bagaglio, qualche inconveniente con le valige di Marzio e ci dirigiamo in Guest House.
L'impatto con il Pakistan e da subito molto chiaro..migliaia di persone assiepate all'uscita degli arrivi, il 99% uomini, vestiti tutti uguali e che durante il nostro tragitto fino al pulmino ci seguono insistentemente, guardandoci come fossimo marziani, sicuramente destiamo un po' di curiosità e, vedremo poi durante tutto il viaggio che per la maggior parte del tempo di permanenza, siamo stati gli unici occidentali in giro.
Dopo esserci sistemate/o aspettiamo l'indomani per un primo appuntamento con le amiche di RAWA.

Con Shoeila alla scuola e alla casa famiglia

La giornata promette bellissimo tempo, in maniche di camicia si sta bene ma siamo al limite della sopportazione del caldo.
A metà mattina arriva Shoeila, una giovanissima attivista di RAWA.
Ci abbracciamo, baciamo (i saluti sono sempre dei rituali lunghissimi, intensi e commuoventi), e da subito Shoeila ci parla del nostro programma : visiteremo una scuola di RAWA a Rawalpindi e poi pranzo e visita in una casa famiglia per bimbi orfani.

Partiamo col nostro pulmino, Rawalpindi mostra un volto più autentico del Pakistan che, di certo Islamabad non fa emergere.
La città è povera, caotica, polverosa e rumorosa, ai lati delle strade scorrono le fogne a cielo aperto, baracchini che vendono generi alimentari e un po' di tutto, stradine molto intricate dove il nostro autista fatica per districarsi.
Parcheggiamo e ci dirigiamo verso un'anonima viuzza sterrata e maleodorante, una insegna bianca e blu su un portoncino molto piccolo annuncia la presenza di una scuola per bambine e bambini afgani.
Entriamo, si accede subito ad un cortile interno sui cui lati si distribuiscono le aule della scuola.
Siamo accolti da Latifa, una donna sulla quarantina che è la preside della scuola, una donna dagli occhi profondi e dallo sguardo autorevole, un misto di dolce e forte, veramente speciale.
Latifa ci fa accomodare nel suo studio, lì incontriamo il vicepreside e altre maestre e facciamo un momento di saluti reciproci e di presentazioni.
La scuola accoglie studenti dalla prima classe (sei anni) alla quindicesima, frequentano questa scuola 200 alunni che vengono a scuola in due turni diversi mattina e pomeriggio.
Ovunque nell'ufficio e sui muri esterni sono appesi cartelloni didattici: cartine geografiche, teoremi geometrici e matematici, tabelle di grammatica, disegni e cartelloni sulla natura, posters di RAWA e il famoso ritratto di Meena che vedremo sempre, in ogni progetto gestito da loro.
Iniziamo il giro nelle classi che sono miste, i ragazzi/e e i bambini/e si alzano in piedi, si respira una disciplina molto ferma, poi su cenno della preside tutti si siedono e la nostra Mali, rompe sempre meravigliosamente il ghiaccio portando il nostro saluto, nostri messaggi ecc..
I ragazzi sono molto curiosi ma inizialmente intimiditi, Shoeila su suggerimento della preside ci chiede se vogliamo fare qualche domanda sulle discipline scolastiche ai ragazzi.
Ma noi ci sentiamo imbarazzate, ci sembra di proporre un'interrogazione, chiediamo invece se loro hanno voglia di farci delle domande.
Naturalmente questo "rompe gli argini" per cui, il saluto nelle classi diventa una sosta molto più prolungata in cui siamo sollecitate dai ragazzi e dalle ragazze stesse a riflettere insieme a loro sulla visione che abbiamo come occidentali dell'Afghanistan, della sua storia, degli sviluppi degli ultimi anni, del futuro.ci lasciano a bocca aperta la pertinenza e la serietà dei dibattiti che emergono.
Tutti gli alunni parlano correttamente inglese e, siamo profondamente colpiti dalla coscienza che hanno rispetto a tematiche molto complesse e rispetto il loro status di rifugiati e di oppressi.
Ascoltiamo e catturiamo i loro sognichi vuol fare il medico, chi il chimico, chi studiare economia, chi legge, chi vuol diventare un business-man..i sogni di tutti i ragazzi solo che per questi di ragazzi la strada per realizzarli sarà veramente dura.
Tutti vorrebbero viaggiare ma poi ritornare in Afghanistan, la loro patria; Watan è una parola che sentiremo spesso, anche nelle frasi e nei canti dei bambini più piccoli
All'intervallo usciamo e ci uniamo al gioco dei bambini in pausa, diventiamo l'attrazione del cortile, scherziamo, ci scambiamo indirizzi mail, e poi regaliamo Polaroid praticamente in quantità industriali, questo è in assoluto il momento più apprezzato e la foto diventa irrinunciabile per tutti.
Terminiamo e ci salutiamo con le insegnanti e Latifa con il solito bellissimo rituale lungo e sentito per dirigerci alla casa famiglia.

Arriviamo in un'altra viuzza ed entriamo in una casa abbastanza grande, ci accolgono diversi adulti che ci invitano a salire ad un piano superiore, al pian terreno si sentono le risa e le voci dei bambini.
Entriamo nel salone tipicamente afgano e seduti in terra ci presentiamo, sono con noi la mamma ed il papà della casa e una donna di RAWA che coordina una serie di case famiglia.
La mamma e il papà sono una coppia con figli propri che da diversi anni si occupa della gestione e dell'accudimento dei 40 bambini ospitati nella casa.
I problemi sono tanti e il responsabile si commuove con noi quando parla delle difficoltà economiche che lo preoccupano perché spesso non è sicuro di riuscire a garantire tutti i pasti della giornata.
Ci fa commuovere anche come ci racconta che i bambini accolti, provengono da situazioni molto problematiche, il più delle volte orfani di madre e padre, vivono in situazioni limite, in estrema povertà e provengono inoltre anche da aree sperdute e remote dell'Afghanistan.
Quando arrivano in casa spesso hanno gravi problemi di salute ma soprattutto molti problemi comportamentali, a causa dei traumi che hanno vissuto, non è semplice dice gestire questo carico, i bambini hanno un grandissimo bisogno di vicinanza e calore affettivo e spesso a loro sembra di non fare abbastanza.
Naturalmente anche noi siamo col nodo in gola, molto toccate da questa sensibilità così giocata liberamente, anche nel pianto, come fossimo in perfetta confidenza e ci conoscessimo da sempre.
A pensarci bene, questo forse ci dice del bisogno che hanno tutte queste persone, le nostre amiche comprese di rielaborare con qualcuno le proprie fatiche, le proprie frustrazioni e, forse noi dobbiamo anche servire un po' a quello. Almeno ad ascoltare
Poi arriva il pranzo e concludiamo con maggiore serenità questo dialogo.
Dopo pranzo siamo invitati a scendere e conoscere i bambini che ci aspettano in una sala comune.
Sono molto simpatici e vivaci, nessuno si vergogna a salutare, ci accolgono davvero con calore.
Insieme raccontiamo barzellette, storielle, ascoltiamo canti e per finire i bambini del Nuristan si esibiscono in acrobazie di gruppo e canti con tamburi.
Anche noi insegnamo loro una canzone con parole inventate e gesti che subito imparano e per questo pomeriggio passiamo con loro dei momenti spensierati.
Gli sguardi dei bambini, sono di quelli che ti attraversano, sono di quelli che hanno tutto un mondo dentro, credo che ognuno di noi, abbia incrociato occhi che non si dimenticherà più.

Incontro con Zoya e Sharara, ospedale Malalai

IL nostro programma continua, l'indomani vengono a trovarci Zoya e Sharara, l'incontro è molto atteso e con loro parliamo a lungo della situazione, di quelle che sono in questo momento le loro principali attività.
Sharara aspetta un bimbo ed è al sesto mese di gravidanza, molto serena e pacata ci chiede come stiamo, vuole conoscere anche noi che per la prima volta la incontriamo, Zoya la troviamo un po' meglio di quest'autunno in Italia ma tutti poi ci diremo che abbiamo avuto la sensazione che non fosse molto serena, ha una luce triste negli occhi che ci preoccupa.
Ci raccontano che, accanto al lavoro ormai consolidato e sempre necessario in Pakistan, la situazione sta cambiando per il rientro de profughi in Pakistan, quindi sono molto concentrate sulle attività di supporto in Afghanistan.
Ci illustrano con la solita loro chiarezza e lucidità la situazione politica e le notizie come già sapevamo, non sono molto confortanti.
L'Afghanistan non è assolutamente libero dal terrore, i signori della guerra sono al potere con le "pance" ben riempite dagli stati uniti, la situazione per le donne è assolutamente ancora tragica e nelle province più lontane è all'ordine del giorno la repressione e la sistematica violazione dei diritti umani da parte degli uomini e delle milizie al soldo dei governanti provinciali.
Le RAWA ovviamente non godono di una condizione di sicurezza e questo le ha portate a scegliere di non scendere in campo per le prossime elezioni, rischierebbero troppo.

L'indomani ci rechiamo all'ospedale Malalai.
L'ospedale sorge in un quartiere molto caotico e povero l'insegna reca la scritta un po' logora e scrostata: "Malalai hospital for Afghan women and children". Entriamo dalla scaletta buia e stretta e si apre davanti a noi un salone con panche di metallo, pieno di donne e bambini.
C'è abbastanza caos e si sentono pianti di bambini quasi in continuazione, siamo accolti da Sharara che dirige l'ospedale e da Mariam che troviamo in ottima forma.
Ci lasciano molto tempo per girare tra le persone, fare foto e noi ci perdiamo a fare sorrisi, riprese, a sostare per guardare bambini bellissimi ma anche per incrociare sguardi sofferenti di madri che talvolta sorridono illuminandosi, talvolta non rispondono ai nostri cenni e si coprono il volto con il burqa, qui tutte le donne eccetto le nomadi portano il burqa.
Sharara ci presenta le infermiere, le ostetriche ed i medici ed insieme a loro visitiamo anche gli altri due piani.
Il personale complessivo è di 30 persone per una media di 150 visite al giorno, l'ospedale ha pochi posti letto ma lavora moltissimo a livello ambulatoriale.
La struttura è decisamente modesta, a tratti decadente ma conserva una pulizia ed una dignità che ci colpiscono molto.
Le persone vivono per la maggioranza dei casi in assoluta povertà e i bambini sono ammalati pressoché di tutto, infezioni intestinali, delle vie respiratorie, malattie della pelle, denutrizione, malnutrizione, leshmaniosi
L'ospedale fa miracoli in questo tipo di panorama, i medici e le infermiere sono molto competenti e molto volentieri ci parlano del loro lavoro, delle loro fatiche ma anche delle loro conquiste e gioie.

Terminiamo la nostra visita anche qui organizzando dei veri e propri assalti alla Polaroid che si conferma una trovata geniale, tutti vogliono farsi fotografare e si improvvisano foto di gruppo, foto con le amiche, foto di mamme con bambini ecc
Lasciamo a Sharara due scatoloni di medicinali che abbiamo imbarcato a Milano e abbiamo la netta sensazione che serviranno molto.

Nel viaggio di ritorno passiamo da una strada esterna alla città che costeggia un area dove da circa 10 anni si è insediato un campo profughi.
Non ci sono le condizioni di sicurezza necessarie per entrare nel campo e quindi ci limitiamo a riprendere e scattare dall'auto.
Il panorama è struggente, davanti a noi quella che sembra una discarica a cielo aperto è la casa di migliaia di profughi che vivono qui in condizioni disperate.
Le case sono di fango e stracci, teloni di plastica e altri materiali indefiniti sovrastano i tetti delle casette, per il resto stradine sterrate percorse da rigagnoli di fogna, sterco di animali ovunque, mucche a ridosso delle case, molti bambini che scorrazzano vivacemente e molte donne camminano furtivamente nelle stradine, tutte rigorosamente velate dal burqua che ormai ci sta diventando tristemente famigliare.

E con questa immagine da girone dantesco, concludiamo la giornata, domani si parte per Peshawar, siamo molto stanchi e dopo una tre giornate così si sente la necessità di un po' di riflessione e condivisione, almeno per stemperare un po' l'angoscia.

A casa di Omar, vicepresidente di HAWCA

La sera andiamo da Omar di Hawca, ci ha invitati a casa sua per una cena.
Il pulmino arriva a Rawalpindi dove incontriamo Omar sulla strada principale che ci aspetta, lo carichiamo e l'autista segue le sue indicazioni.
Ci inoltriamo in un labirinto di vicoli maleodoranti e strettissimi dove il pulmino rischia di incastrarsi o finire nel canale fognario, ogni 2 metri, da soli in un posto così sarebbe impossibile entrare ma ancor più uscire!
Arriviamo alla casa di Omar, tre stanze molto pulite e spaziose ad un piano rialzato, le donne in cucina ci stanno preparando la cena, noi ci accomodiamo con lui nel salone principale seduti su un tappeto stupendo e sia prima che durante la cena parliamo molto con lui.
Ci spiega in modo molto approfondito della situazione in Afghanistan e delle enormi difficoltà che già le donne di rawa ci avevano comunicato.
Omar è molto preciso e competente, il suo impegno per hawca gli occupa moltissimo tempo, per il resto sta facendo l'università, la sua testimonianza, mi colpisce molto. Un ragazzo di 25 anni che avrebbe la possibilità di ricongiungersi ai genitori negli USA e vivere una vita più tranquilla studiando e vivendo un esistenza più serena, invece no, Omar resta in prima linea per lottare affinchè il suo paese trovi pace e giustizia.
Impegnato politicamente, socialmente mi colpisce il livello della sua formazione e la sua pacatezza, credo sia un eroe come migliaia di afghani che nel silenzio della vita quotidiana preparano il terreno e le coscienze per una rivoluzione culturale che speriamo con lui un giorno gli afghani potranno sostenere.
Speriamo un giorno di ospitarlo in Italia!
Al termine della cena vengono a salutarci le altre abitanti della casa: la zia di Omar, le sue due bambine e il figlio.
Sono molto belli e hanno sguardi tristi, un po' come Omar, la zia ci racconta che il marito è in Danimarca e non lo vede da quattro anni, per questo soffre molto, ci dice che un giorno non pensa di tornare in patria, credo abbia sofferto e soffra molto.
Omar ci riaccompagna al nostro pulmino ma, il clima in strada non è più tanto famigliare e caldo, a differenza di mezz'ora prima, Omar si sforza di salutarci in modo piuttosto formale e ci sembra quasi soffrire in questo saluto, lui lì ci vive e sicuramente è osservato..in scene come questa manca davvero l'aria.
A presto Omar!

SECONDA PARTE: Pakistan a Peshawar

Incontro con Mary e visita alla casa famiglia

Peshawar è decisamente diversa da Islamabad e Rawalpindi, sembra di essere davvero in un universo parallelo.
La città si presenta inquinatissima, con un traffico infernale, c'è nettamente una presenza significativa di donne afghane in quanto vedi circolare burqua ovunque.
Per il resto, solo uomini in giro, ancora più integralisti, barbutissimi, rosari sempre in mano, e sguardi non sempre amichevoli, d'altra parte a Peshawar si sono sfornate milizie talebane in numeri infiniti, qualche cosa di strano nell'aria si respira..
Il guardiano del nostro albergo alla vista di noi donne si gira nettamente dall'altra parte coprendosi mezza faccia con la mano..va bhè, che dire, un conto è rispettare il retaggio culturale dei popoli, un conto è vedere fino a che punto degenera il fanatismo, ho riportato questo fatto per evidenziare come tutto è molto caratterizzato da questo "alone" islamico fondamentalista, ti capita di vederlo anche col guardiano dell'albergo, non c'è bisogno di andare a Kandahar dal Mullah Omar.

Ritornando al nostro programma, ci raggiunge alla guest House Mary, una giovane donna di RAWA che non conoscevamo.
Con Mary instauriamo subito un feeling speciale, è molto bella e fiera, assomiglia vagamente a Mariam, ha due figlie gemelle di tre anni e una se la porta appresso nelle nostre visite, una bimba tutto pepe, incredibilmente sveglia e vivace, dopo due giorni passati insieme, sono riuscita a prenderla in braccio, prima non c'era verso che si fidasse di noi..
Con Mary, accompagnata da un giovane uomo, molto gentile, andiamo verso la casa famiglia che sostiene Carol Mann, presidente di un'associazione francese che già abbiamo conosciuto.
La casa si trova in un quartiere veramente tranquillo, entriamo dal cancelletto e con sorpresa ci troviamo davanti un bellissimo giardino fiorito e una villetta molto bella.
Entriamo accolti a braccia aperte e tutti si presentano, ci sono delle donne che fanno le cuoche, delle ragazze adolescenti, la mamma dalla casa e scopriamo che l'accompagnatore di Mary è il papà della casa.
Si conferma dunque questo modello pedagogico molto interessante che avevamo già visto a Rawalpindi.
I bambini sono ancora a scuola ma arriveranno a momenti, infatti dopo un primo giro di saluti e presentazioni suona il campanello.
Tutti i bimbi entrano, ci stringono la mano ed è tutto un vociare di risolini e shalom, sono davvero tanti e infatti ci dicono che anche qui sono circa quaranta.
I bambini vanno a togliersi la divisa scolastica e poi ci raggiungono nel grande salone.
Chiediamo ad una bimba, di spiegarci la loro giornata e così iniziamo a dialogare.
Mary ci chiede se vogliamo ascoltare una storia in particolare di qualcuno, come al solito non sappiamo come comportarci ma, se lei ce l'ha detto ci fidiamo e così conosciamo Souda.
Souda non ci dice quanti anni ha ma dovrebbe essere sugli 11 o 12, si siede tra Mary e Mali che traduce a fatica una storia che ci lascia il segno.
Souda si ricorda che era piccola, erano in Afghanistan lei, mamma, papà e 6 fratelli. Una sera arrivano a casa i Talebani e prelevano padre e fratello che non rivedrà mai più.
La mamma prende i figli e scappa in Pakistan, sono a Peshawar da qualche anno e ci racconta Souda che vivevano con la mamma quasi per la strada facendo l'elemosina e vendendo per qualche rupia olio combustibile, avevano un'unica coperta per tutti e sei.
Souda piange mentre ci racconta la sua storia, accanto a lei Mary la avvolge in un abbraccio materno e il papà le accarezza la testa.
Fanno un lavoro di emersione dei vissuti incredibile, hanno una capacità queste donne di offrire sponde affettive che difficilmente qui in Italia ho trovato negli operatori sociali fra i più bravi che conosca.
Anzi, spesso noi abbiamo la cultura del nascondere e sotterrare nei meandri della nostra anima i traumi senza avere la capacità di farli emergere, di condividerli per farne coscienza, le donne di RAWA in questo sono incredibilmente brave.
Rawa conosce la situazone e propone alla madre l'inserimento dei bambini nelle proprie strutture, la madre acconsente e Mary ci spiega che si preoccupano molto di mantenere i contatti tra i bambini e il genitore rimasto.
Dopo questo racconto, le bambine si alzano e ci cantano un canto sulla patria molto triste che Mali ci traduce, povera Mali, la stiamo "sfruttando" e lei non si fa carico di tradurre solo il linguaggio verbale ma, da lei passano anche tutte le emozioni.
E' preziosissima, il livello di comunicazione è veramente più semplificato e fluido, bisogna tenerne conto anche in future delegazioni.
I bambini ci salutano e vanno a mangiare, anche noi ci congediamo e partiamo per la visita alla
"Maulana e Zargona High school", una delle scuole più datate e famose di RAWA.
Si accede all'ingresso da una stradina sterrata e sporca, dopo il cancello ci troviamo nel cortile interno della scuola.
Ci colpisce subito lo stato di degrado in cui versa la struttura, l'impostazione è simile alla scuola di Rawalpindi, cartelloni didattici in grandi quantità appesi ovunque, posters di rawa e Meena.
Il preside è un uomo molto gentile, un uomo molto fiero e autorevole, ci invita a fare il giro nelle classi.
Le aule sono ricavate in ogni metro disponibile dato che la scuola ospita 400 alunni, alcune classi sono all'interno dello stabile, altre interrate e altre sono ricavate da assemblaggi di assi di legno ricoperte da celophane.
Dentro fa un caldo soffocante, sicuramente non sono luoghi salutari ma come al solito incredibilmente i contenuti vanno ben oltre la forma, salutiamo gli studenti un po' velocemente dato che siamo in ritardo sulla nostra giornata.
Il preside ci parla preoccupato della situazione economica che non gli consente di sistemare la struttura dato anche un affitto veramente caro, e noi pensiamo come sarebbe interessante gemellare una scuola Italiana alla Maulana e Zargona, sicuramente diventerà una priorità una volta arrivati a casa.

Il campo profughi Jalozai

Lasciamo la scuola per dirigerci verso il campo profughi Jalozai.
Percorriamo una strada che ci conduce fuori dalla città, subito attraversiamo della campagne e, ad un certo punto incomincia una strada sterrata e dissestata, intorno a noi si apre a perdita d'occhio una distesa infinita di terra scavata a più livelli di colore ocra, tutto piatto e lunare, senza sfumature di colori.
Di tanto in tanto si scorgono alte ciminiere da cui esce continuamente un fumo nero, sono fabbriche di mattoni, lì ci lavorano gli afghani del campo profughi, ogni 1000 mattoni 2 dollari di paga, è un inferno, vediamo anche dei bambini lavorare e ogni tanto qualche uomo emerge dalla fornace sotterranea completamente annerito dalla fuliggine.
Le condizioni di lavoro sono impensabili, chi ci vede passare ci chiama e ci saluta con grandi sorrisi, alcuni si mettono in posa per farsi fotografare.
Arriviamo all'ingresso del campo gestito da rawa, si tratta di un area dell'intero campo, (che è enorme) che, essendo gestita da un mullah piuttosto ragionevole è diventata un luogo privilegiato per l'intervento di RAWA.
L'impatto non è negativo, pur nella povertà, il campo assomiglia ad un piccolo villaggio: alberi, una grande "piazza" centrale, acqua corrente, corrente elettrica, casette ordinate e con Mary visitiamo la scuola, il corso computer, l'ambulatorio medico, il centro polifunzionale ricreativo e una casa comunitaria per ragazze senza genitori.
Il tutto conserva un'atmosfera armonica, ci colpisce come tutto quello che toccano e gestiscono le rawa si distingue per una dignità eccezionale, il campo è autosufficiente e ben gestito, sappiamo che è una specie di "isola felice" all'interno di quella vastissima e fatiscente area occupata dal Jalozai camp.
I bambini ci seguono, ridono giocano, attirano la nostra attenzione, sono vivacissimi e fanno un sacco di cose per mettersi in mostra.
Il livello di cura qui non è come nelle case famiglia, i bimbi sono veramente vestiti poveramente e non tutti sembrano godere di ottima salute, qualche bella leshmaniosi in corso la vediamo nelle pustole che deformano qualche visino, per il resto, nonostante la precarietà della condizione, i bambini sono sempre incredibili.
A me personalmente toccano in modo veramente profondo, con ognuno di loro vorrei dire due parole, fare un gioco, prenderlo in braccio, insomma ogni volta è una fatica enorme distaccarmi.
Mi sale dentro un senso di impotenza che mi schiaccia nella tristezza di vedere l'ingiustizia e le distanze tra noi e loro, tra il nostro avere e il loro non avere pressochè nulla se non la freschezza e l'innocenza di un infanzia dura ma sempre infanzia è, che avrebbe solo diritto di essere vissuta in libertà e serenità.
in tre quarti del mondo invece non è così!

10 marzo con RAWA

Finalmente il grande giorno della convention di RAWA è arrivato, passiamo la mattina per le vie dei bazar di Peshawar e acquistiamo abiti tradizionali per indossarli al pomeriggio in segno di sorellanza con le nostre amiche.
Alle 15.00 arriviamo alla sala pubblica affittata per l'occasione.
C'è già una gran quantità di persone, Mariam ci dice che hanno la sicurezza che siano intervenute tra le novecento e mille persone.
Incontriamo chi abbiamo conosciuto in questi giorni, tutti vogliono salutarci, insegnanti, ragazzi delle scuole, bambini delle case famiglia con i loro genitori adottivi, donne incontrate nelle case di rawaè tutto molto emozionante.
Mary ci preleva letteralmente dall'ingresso dove siamo bloccate dai saluti e ci accompagna in prima fila, nello spazio riservato agli ospiti e ai giornalisti.
La manifestazione inizia, sul palco sale Shoeila che apre l'incontro, inizialmente porta un messaggio che non comprendiamo né noi né Mali, poi per il resto del pomeriggio le relazioni saranno in farsi, in questo modo è stato possibile comprendere meglio gli interventi.(tradotte da Mali)
Alcune attiviste di RAWA si susseguono, intervallate da canti che propongono dei gruppi di ragazze bravissime.
Le relazioni illustrano con chiarezza estrema la situazione afghana, viene denunciata con forza, l'enorme ingiustizia che il paese sta vivendo ancora una volta nelle mani dell'ennesimo soggetto militare, quello dei cosidetti liberatori, la popolazione ancora una volta subisce la non libertà di decidere nulla della propria vita.
Naturalmente si fa riferimento in modo particolare alla condizione femminile, la donna vive nell'oppressione e nella violazione totale dei suoi diritti, fuori Kabul, nelle aree in mano ai signori della guerra, esistono legislazioni parallele che non si riconoscono in un ordinamento statale e quindi, non esiste alcun controllo su nulla.
Nella provincia di Khandahar si sono registrate negli ultimi mesi una sessantina di autoimmolazioni da parte di ragazze che si sono date fuoco vive per liberarsi per sempre dall'oppressione facendo un gesto di grandissima denuncia.
Inoltre con frequenza fanno riferimento a Malalai Joia eletta da RAWA portavoce ufficiale di un messaggio di denuncia vera, di democrazia e libertà.
Malalai Joia ha osato pubblicamente sfidare i signori della guerra chiamandoli criminali durante una seduta pubblica della Loya Jirga, questo naturalmente ha sollevato un vespaio di reazioni, da parte dei chiamati in causa che l'hanno aggredita verbalmente minacciandola e imponedole il silenzio in quanto donna senza il diritto di parlare.
Il pubblico in sala al nome di Malalai Joia esplode sempre in un enorme applauso, è molto toccante.
Dopo altri ospiti che intervengono, è il momento del nostro saluto.
Salgono sul palco Francesca e Mali che portano il messaggio a nome della delegazione ma soprattutto di tutti i supporters italiani.
Nel nostro intervento ci teniamo a spiegare il modo in cui ci siamo organizzate in Italia e che esiste il coordinamento, ci teniamo a rimandare loro che RAWA ha ispirato l'unione di tutte noi e che ci riconosciamo nel progetto politico di società che RAWA promuove.
Il nostro discorso è interrotto da diversi applausi e noi ci sentiamo tanto orgogliose di essere accanto a queste meravigliose donne nelle loro fatiche e nel cammino delle loro conquiste.
Il pomeriggio prosegue con una rappresentazione teatrale che attraverso una satira veramente brillante ripercorre la storia dell'Afghanistan e dei protagonisti della distruzione del paese.
Per noi si è fatto tardi e dobbiamo fare ritorno ad Islamabad, domani si parte per Kabul.
Ci salutiamo con tanta commozione, portandoci nel cuore una stima immensa verso le nostre amiche afgane, e con tanta gratitudine per tutto quello che riescono a farci vivere accanto a loro.

PARTE TERZA: AFGHANISTAN

Dal Pakistan a Kabul via terra

Il giorno 11 marzo ci rechiamo in aeroporto avendo già le sensazione che non sarà facile prendere il volo per Kabul, in quanto alla PIA non abbiamo confermato le nostre prenotazioni.
L'aeroporto si presenta un inferno: migliaia di Ugiuri occupano praticamente ogni centrimetro disponibile e si accalcano agli sportelli del ceck-in.
Gli Ugiuri scopriamo che sono una popolazione cinese di religione mussulmana che una volta nella vita vanno alla mecca e noi ci siamo beccate il loro ritorno a casa, scene dell'altro mondo.ma in fondo in fondo ci sollevano il morale che è veramente a terra dopo che ci confermano che non sarà possibile partire per Kabul.
Ritorniamo in guest house e dopo un consulto fra noi, decidiamo di chiamare la nostra agenzia di trasporto e chiedere un parere sulla possibilità di recarci a Kabul via terra.
La Sitara travel ci rassicura dicendo che non ci sono assolutamente problemi e in due ore siamo di nuovo in partenza per Peshawar, dormiremo lì per partire l'indomani di buon ora.

Ci svegliamo presto e partiamo con il nostro autista, raggiungiamo la guida autorizzata che si occuperà del nostro passaggio tra le aree tribali del Kyber pass fino alla frontiera.
Espletiamo alcune pratiche burocratiche, passiamo a prendere una guardia armata (obbligatoria) e si parte.
Subito fuori Peshawar, la strada percorre un paesaggio molto particolare, tutto è pietroso e polveroso, ai lati delle strade mercati infiniti, solo uomini in giro e armi, tante armi, kalashnikov ovunque e in mano a tutti, mi percorre qualche brivido sulla schiena.
Ci inoltriamo nelle strette vallate che costeggiano montagne spettacolari, si incontrano costruzioni fortificate che sono i villaggi tribali, circondati da mura altissime e, all'interno dei quali è vietato entrare equi lo stato pakistano non è altro che un' idea lontana, tanto meno esiste il concetto di autorità nazionale.
Tutto è controllato dai capi dei clan tribali, Waziri in primis e l'area vive sul commercio di oppio, hashish e armi che qui circolano a tonnellate.
Non avvertiamo alcun problema per la nostra sicurezza ma non è un posto rilassante, probabilmente uno dei 5 punti più caldi nel mondo e noi lo attraversiamo col nostro pulmino!!!
L'esperienza è indimenticabile, entriamo davvero anche se solo passando, nel cuore un po' più profondo di questo paese così difficile ma anche così affascinante, non vediamo l'ora di arrivare alla frontiera.quella frontiera
Dopo circa tre ore di strada sterrata e tutta a curve, ci siamo alzati di quota, c'è un sole che si staglia fortissimo in un cielo azzurro veramente terso, soffia anche il vento.
Arriviamo al confine,la dogana è un ufficio senza computer e mezzi informatici, tutto è manuale, i funzionari ci registrano e con l'aiuto della guida afghana che ci stava aspettando ci mettiamo davvero poco tempo.
Dobbiamo scaricare i bagagli dal pulman pakistano, e attraversare il confine a piedi, di là ci aspetta l'altro mezzo.
Mi sento veramente strana, ho un misto di commozione e rilassamento e come se finalmente mi sentissi arrivata, arrivata ormai dove per anni ho sognato di arrivare e ora, lì a non più di cinquanta metri svetta la bandiera afghana, si apre la porta di un sogno che mi accompagna da tanto tempo.
Siamo tutti un po' emozionati, salutiamo l'autista che inaspettatamente si lascia andare in un abbraccio commosso con me e Francesca rompendo decisamente ogni sorta di fedeltà alle regole, un mussulmano che in un'area fondamentalista come questa si lascia andare ad un gesto così è davvero incredibile.
Toccare una donna in pubblico per gesti affettuosi è praticamente vietato e condnnato come gesto gravissimo, noi "faccini bianchi" da occidentali,eravamo li a darci pacche di incoraggiamento sulle spalle con il nostro Sheeda!

Ci dirigiamo a piedi in Afghanistan, siamo in mezzo ad una moltitudine di gente che a flusso ininterrotto va e viene, tutte le donne portano il burqua, molti colori, molti sguardimolte emozioni.
La dogana afghana è ancora più povera ed essenziale, in uno stanzino dal pavimento appena cementato, il funzionario di confine ci registra su fogli di carta "volanti" riportando solo il nostro nome e numero di passaportoio sono stata registrata in afghanistan come : "Manuela pass. N. .."neanche il cognome!!!

Poi si riparte.
La strada è decisamente dissestata ma conserva dei tratti asfaltati, intorno a noi il paesaggio è pianeggiante e leggermente collinare vicino, si intravedono alte cime innevate sullo sfondo.
C'è pochissima vegetazione, i colori dominanti sono il grigio e l'ocra, tutto ha un aspetto desertico.
Vediamo abbastanza di frequente le tende dei Cuchi, una popolazione nomade che vive allestendo questi accampamenti molto caratteristici e si spostano in carovane a dorso di dromedario, per il resto è molto difficile distinguere sagome di villaggi, a volte incontriamo piccoli agglomerati di casette di fango.
Durante il tragitto il paesaggio cambia, la strada incontra il percorso del fiume Kabul, per molti chilometri distinguiamo vallate più fertili e coltivate.
Dai bordi della strada è facilemte riconoscibile la coltivazione di riso e le immense coltivazioni di papavero da oppio.
Distese di fiori bianchi e rosa, assolutamente alla luce del sole, questo è un segnale chiaro di come siano amministrati i territori.

Per il resto le uniche distese che vediamo sono di deserti pietrosi, contrasseganti da pietre colorate di bianco ad indicare terreni bonificati dalle mine e aree contrassegnate di rosso, ossia territori a rischio di presenza di mine non bonificati.
Questo ci accompagnerà per i restanti 150 chilometri che ci separano da Kabul.
Passiamo per Jalalabad, una delle più importanti città afghane, praticamente un insieme quasi casuale di strade caotiche e dissestate su cui si svolge tutta la vita della città.
Gruppi di uomini che bivaccano nei baracchini dei bazar e vediamo le prime donne, tutte rigorosamente velate dal burqua, tutte!

Facciamo un paio di soste e poi i nostri autisti accellerano il ritmo, da Jalalabad a Kabul non troveremo più un centimetro d'asfalto.
Ad un certo punto il paesaggio si fa meno luminoso, entriamo in una gola stretta tra montagne rocciose e grige, la strada si arrampica veramente in un modo impensabile sul fianco di queste altissime cime, è il passo prima di arrivare sull'altopiano di Kabul.
Percorriamo un'ora di strada col cuore in gola, i nostri autisti guidano come acrobati e sotto a noi centinaia di metri di strapiombo senza un minimo di protezione, il tutto facendo lo slalom tra decine e decine di camion pakistani.
Qui ognuno di noi manifesta le sue reazioni da panico, c'è chi ride, chi è un po' paralizzato, chi dice cose senza senso..
Se arriviamo vivi a Kabul niente ci potrà più distruggere!!!

Finito il passo, spossati dalla tensione ci rassereniamo ma siamo davvero esausti sono passate quasi nove ore dalla partenza e sette dalla frontiera.
La strada si fa più tranquilla e inizia a scendere la sera, dobbiamo arrivare in città prima che faccia buio.
Alle 18.00 in punto entriamo in Kabul dalla periferia più orientale, chiamiamo Graziella e Laura che iniziavano a preoccuparsi, per 5 ore i nostri telefoni non hanno dato segni di vita.. tutti tiriamo sospiri di sollievo.

Siamo a Kabul!