COORDINAMENTO ITALIANO
A SOSTEGNO DI RAWA
DELEGAZIONE
PAKISTAN-AFGHANISTAN
maggio 2004, di Manuela Farinelli
COORDINAMENTO ITALIANO A SOSTEGNO DI RAWA DELEGAZIONE PAKISTAN-AFGHANISTAN MARZO 2004 Cristina Cattafesta, Manuela Farinelli, Mali Attarzaneh, Francesca Maria Poli, Laura Quagliolo, Graziella Mascheroni, Marzio Marzorati, Edoardo Bai Di Manuela Farinelli
Due parole in premessa
Iniziare a scrivere la relazione del viaggio in Pakistan e Afghanistan sarà un po' come percorrere il viaggio nuovamente in tutta la sua intensità e forse per questo, abbiate pazienza se accanto alla cronaca e alle informazioni, il resoconto sarà come dire . "molto emotivamente connotato".
Il fatto è che un viaggio come quello che abbiamo vissuto non rimane sulla superficie dei ricordi; le risonanze di ciò che abbiamo visto, sentito e provato, attraversano il cuore ed il pensiero lasciando tracce indelebili che, fanno e hanno fatto dell'incontro con l'Afghanistan, con le donne di questo popolo e con le compagne di RAWA un'esperienza culturale, politica, umana ed affettiva unica e assolutamente sconvolgente.
Sottolineo sconvolgente, perché davvero, l'incontro con il coraggio, la competenza la fierezza, l'umiltà, che caratterizzano le donne di RAWA e non solo, sconvolgono completamente il nostro modo di pensare e fare, il nostro modo di giudicare, il nostro modo spesso del non saper ascoltare. Ci si propone infatti un modello di pensiero e di azione dal quale dobbiamo imparare, così limpido nelle sue premesse, così coerente nel percorso per il raggiungimento degli obiettivi, così sofferto per la violenza che ha inflitto durissimi prezzi da pagare.
L'esperienza è stata molto forte e, non nascondo che vedere lo stato in cui versa la popolazione afgana, sia in Pakistan che a Kabul, talvolta mi ha spinta a pensare che sarà impossibile che questo popolo possa risollevarsi perchè la devastazione su tutti i livelli è davvero di proporzioni enormi.
Poi guardando il lavoro delle nostre amiche, conoscendo il loro spirito, i loro ideali, la spinta che ogni giorno da 25 anni sostiene tutto quello che fanno, non posso non pensare che dove c'è anche solo una fiammella di speranza e progetto, vale la pena di lottare, e lo capisco sempre di più ogni giorno che passa da quando ho incontrato RAWA sulla mia strada.PRIMA PARTE: Pakistan tra Islamabad e Rawalpindi
Partiamo la mattina del 4 marzo da Milano in cinque: : io, Cristina, Francesca, Mali, Marzio Edoardo ci raggiungerà con due giorni di ritardo direttamente in Pakistan.
Il viaggio è abbastanza faticoso per via di numerosi scali, in circa VENTI ore si arriva all'aeroporto di Islamabad.
Fa veramente caldo e siamo sfiniti, attendiamo il nostro bagaglio, qualche inconveniente con le valige di Marzio e ci dirigiamo in Guest House.
L'impatto con il Pakistan è da subito molto chiaro..migliaia di persone sono assiepate all'uscita degli arrivi, il 99% uomini, vestiti tutti uguali e che durante il nostro tragitto fino al pulmino ci seguono insistentemente, guardandoci come fossimo marziani. Sicuramente destiamo un po' di curiosità e vedremo poi durante tutto il viaggio che per la maggior parte del tempo di permanenza, siamo stati gli unici occidentali in circolazione.
Dopo esserci sistemate/o aspettiamo l'indomani per un primo appuntamento con le amiche di RAWA.
Con Shoaila alla scuola e alla casa famiglia
La giornata promette bellissimo tempo, in maniche di camicia si sta bene ma siamo al limite della sopportazione del caldo.
A metà mattina arriva Shoaila, una giovanissima attivista di RAWA.
Ci abbracciamo, ci baciamo (i saluti sono sempre dei rituali lunghissimi, intensi e commoventi), e da subito Shoaila ci parla del nostro programma : visiteremo una scuola di RAWA a Rawalpindi e poi pranzo e visita in una casa famiglia per bimbi orfani.Partiamo col nostro pulmino, Rawalpindi mostra un volto più autentico del Pakistan che di certo Islamabad non fa emergere.
La città è povera, caotica, polverosa e rumorosa, ai lati delle strade scorrono le fogne a cielo aperto; baracchini che vendono generi alimentari e un po' di tutto, stradine molto intricate dove il nostro autista fatica per districarsi.
Parcheggiamo e ci dirigiamo verso un'anonima viuzza sterrata e maleodorante e una insegna bianca e blu su un portoncino molto piccolo annuncia la presenza di una scuola per bambine e bambini afgani.
Entriamo, si accede subito ad un cortile interno sui cui lati si distribuiscono le aule della scuola.
Siamo accolti da Latifa, una donna sulla quarantina che è la preside della scuola, una donna dagli occhi profondi e sguardo autorevole, un misto di dolce e forte, veramente speciale.
Latifa ci fa accomodare nel suo studio, lì incontriamo il vicepreside e altre maestre e facciamo un momento di saluti reciproci e di presentazioni.
La scuola accoglie studenti dalla prima classe (sei anni) alla quindicesima, frequentano questa scuola 200 alunni che vengono a scuola in due turni diversi mattina e pomeriggio.
Ovunque nell'ufficio e sui muri esterni sono appesi cartelloni didattici: cartine geografiche, teoremi geometrici e matematici, tabelle di grammatica, disegni e cartelloni sulla natura, posters di RAWA e il famoso ritratto di Meena che vedremo sempre, in ogni progetto gestito da loro.
Iniziamo il giro nelle classi che sono miste, i ragazzi/e e i bambini/e si alzano in piedi, si respira una disciplina molto ferma, poi su cenno della preside tutti si siedono e la nostra Mali, rompe sempre meravigliosamente il ghiaccio portando il nostro saluto, nostri messaggi ecc..
I ragazzi sono molto curiosi ma inizialmente intimiditi, Shoaila su suggerimento della preside ci chiede se vogliamo fare qualche domanda sulle discipline scolastiche ai ragazzi.
Noi ci sentiamo imbarazzate, ci sembra di proporre un'interrogazione, chiediamo invece se loro hanno voglia di farci delle domande.
Naturalmente questo "rompe gli argini" per cui, il saluto nelle classi diventa una sosta molto più prolungata in cui siamo sollecitate dai ragazzi e dalle ragazze stesse a riflettere insieme a loro sulla visione che abbiamo come occidentali dell'Afghanistan, della sua storia, degli sviluppi degli ultimi anni, del futuro.ci lasciano a bocca aperta la pertinenza e la serietà dei dibattiti che emergono.
Tutti gli alunni parlano correttamente inglese e, siamo profondamente colpiti dalla coscienza che hanno rispetto a tematiche molto complesse e rispetto il loro status di rifugiati e di oppressi.
Ascoltiamo e catturiamo i loro sognichi vuol fare il medico, chi il chimico, chi studiare economia, chi legge, chi vuol diventare un business-man..i sogni di tutti i ragazzi solo che per questi di ragazzi la strada per realizzarli sarà veramente dura.
Tutti vorrebbero viaggiare ma poi ritornare in Afghanistan, la loro patria; Watan è una parola che sentiremo spesso, anche nelle frasi e nei canti dei bambini più piccoli
All'intervallo usciamo e ci uniamo al gioco dei bambini in pausa, diventiamo l'attrazione del cortile, scherziamo, ci scambiamo indirizzi mail, e poi regaliamo Polaroid praticamente in quantità industriali, questo è in assoluto il momento più apprezzato e la foto diventa irrinunciabile per tutti.
Terminiamo e ci salutiamo con le insegnanti e Latifa con il solito bellissimo rituale lungo e sentito per dirigerci alla casa famiglia.Arriviamo in un'altra viuzza ed entriamo in una casa abbastanza grande, ci accolgono diversi adulti che ci invitano a salire ad un piano superiore, al pian terreno si sentono le risa e le voci dei bambini.
Entriamo nel salone tipicamente afgano e seduti in terra ci presentiamo, sono con noi la mamma ed il papà della casa e una donna di RAWA che coordina una serie di case famiglia.
La mamma e il papà sono una coppia con figli propri che da diversi anni si occupa della gestione e dell'accudimento dei 40 bambini ospitati nella casa.
I problemi sono tanti e il responsabile si commuove con noi quando parla delle difficoltà economiche che lo preoccupano perché spesso non è sicuro di riuscire a garantire tutti i pasti della giornata.
Ci fa commuovere anche come ci racconta che i bambini accolti, provengono da situazioni molto problematiche, il più delle volte orfani di madre e padre, vivono in situazioni limite, in estrema povertà e provengono inoltre anche da aree sperdute e remote dell'Afghanistan.
Quando arrivano in casa spesso hanno gravi problemi di salute ma soprattutto molti problemi comportamentali, a causa dei traumi che hanno vissuto, non è semplice dice gestire questo carico, i bambini hanno un grandissimo bisogno di vicinanza e calore affettivo e spesso a loro sembra di non fare abbastanza.
Naturalmente anche noi siamo col nodo in gola, molto toccate da questa sensibilità così giocata liberamente, anche nel pianto, come fossimo in perfetta confidenza e ci conoscessimo da sempre.
A pensarci bene, questo forse ci dice del bisogno che hanno tutte queste persone, le nostre amiche comprese di rielaborare con qualcuno le proprie fatiche, le proprie frustrazioni e, forse noi dobbiamo anche servire un po' a quello. Almeno ad ascoltare
Poi arriva il pranzo e concludiamo con maggiore serenità questo dialogo.
Dopo pranzo siamo invitati a scendere e conoscere i bambini che ci aspettano in una sala comune.
Sono molto simpatici e vivaci, nessuno si vergogna a salutare, ci accolgono davvero con calore.
Insieme raccontiamo barzellette, storielle, ascoltiamo canti e per finire i bambini del Nuristan si esibiscono in acrobazie di gruppo e canti con tamburi.
Anche noi insegniamo loro una canzone con parole inventate e gesti che subito imparano e per questo pomeriggio passiamo con loro dei momenti spensierati.
Gli sguardi dei bambini, sono di quelli che ti attraversano, sono di quelli che hanno tutto un mondo dentro, credo che ognuno di noi, abbia incrociato occhi che non si dimenticherà più.Incontro con Zoya e Sharara, ospedale Malalai
IL nostro programma continua, l'indomani vengono a trovarci Zoya e Sharara, l'incontro è molto atteso e con loro parliamo a lungo della situazione, di quelle che sono in questo momento le loro principali attività.
Sharara aspetta un bimbo ed è al sesto mese di gravidanza, molto serena e pacata ci chiede come stiamo, vuole conoscere anche noi che per la prima volta la incontriamo, Zoya la troviamo un po' meglio di quest'autunno in Italia ma tutti poi ci diremo che abbiamo avuto la sensazione che non fosse molto serena, ha una luce triste negli occhi che ci preoccupa.
Ci raccontano che, accanto al lavoro ormai consolidato e sempre necessario in Pakistan, la situazione sta cambiando per il rientro de profughi in Pakistan, quindi sono molto concentrate sulle attività di supporto in Afghanistan.
Ci illustrano con la solita loro chiarezza e lucidità la situazione politica e le notizie come già sapevamo, non sono molto confortanti.
L'Afghanistan non è assolutamente libero dal terrore, i signori della guerra sono al potere con le "pance" ben riempite dagli stati uniti, la situazione per le donne è assolutamente ancora tragica e nelle province più lontane è all'ordine del giorno la repressione e la sistematica violazione dei diritti umani da parte degli uomini e delle milizie al soldo dei governanti provinciali.
Le RAWA ovviamente non godono di una condizione di sicurezza e questo le ha portate a scegliere di non scendere in campo per le prossime elezioni, rischierebbero troppo.L'indomani ci rechiamo all'ospedale Malalai.
L'ospedale sorge in un quartiere molto caotico e povero l'insegna reca la scritta un po' logora e scrostata: "Malalai hospital for Afghan women and children". Entriamo dalla scaletta buia e stretta e si apre davanti a noi un salone con panche di metallo, pieno di donne e bambini.
C'è abbastanza caos e si sentono pianti di bambini quasi in continuazione, siamo accolti da Sharara che dirige l'ospedale e da Mariam che troviamo in ottima forma.
Ci lasciano molto tempo per girare tra le persone, fare foto e noi ci perdiamo a fare sorrisi, riprese, a sostare per guardare bambini bellissimi ma anche per incrociare sguardi sofferenti di madri che talvolta sorridono illuminandosi, talvolta non rispondono ai nostri cenni e si coprono il volto con il burqa, qui tutte le donne eccetto le nomadi portano il burqa.
Sharara ci presenta le infermiere, le ostetriche ed i medici ed insieme a loro visitiamo anche gli altri due piani.
Il personale complessivo è di 30 persone per una media di 150 visite al giorno, l'ospedale ha pochi posti letto ma lavora moltissimo a livello ambulatoriale.
La struttura è decisamente modesta, a tratti decadente ma conserva una pulizia ed una dignità che ci colpiscono molto.
Le persone vivono per la maggioranza dei casi in assoluta povertà e i bambini sono ammalati pressoché di tutto: infezioni intestinali, delle vie respiratorie, malattie della pelle, denutrizione, malnutrizione, leshmaniosi
L'ospedale fa miracoli in questo tipo di panorama, i medici e le infermiere sono molto competenti e molto volentieri ci parlano del loro lavoro, delle loro fatiche ma anche delle loro conquiste e gioie.Terminiamo la nostra visita anche qui organizzando dei veri e propri assalti alla Polaroid che si conferma una trovata geniale, tutti vogliono farsi fotografare e si improvvisano foto di gruppo, foto con le amiche, foto di mamme con bambini ecc
Lasciamo a Sharara due scatoloni di medicinali che abbiamo imbarcato a Milano e abbiamo la netta sensazione che serviranno molto.Nel viaggio di ritorno passiamo da una strada esterna alla città che costeggia un area dove da circa 10 anni si è insediato un campo profughi.
Non ci sono le condizioni di sicurezza necessarie per entrare nel campo e quindi ci limitiamo a riprendere e scattare dall'auto.
Il panorama è struggente, davanti a noi quella che sembra una discarica a cielo aperto è la casa di migliaia di profughi che vivono qui in condizioni disperate.
Le case sono di fango e stracci, teloni di plastica e altri materiali indefiniti sovrastano i tetti delle casette, per il resto stradine sterrate percorse da rigagnoli di fogna, sterco di animali ovunque, mucche a ridosso delle case, molti bambini che scorrazzano vivacemente e molte donne camminano furtivamente nelle stradine, tutte rigorosamente velate dal burqua che ormai ci sta diventando tristemente famigliare.E con questa immagine da girone dantesco, concludiamo la giornata, domani si parte per Peshawar, siamo molto stanchi e dopo una tre giornate così si sente la necessità di un po' di riflessione e condivisione, almeno per stemperare un po' l'angoscia.
A casa di Omar, vicepresidente di HAWCA
La sera andiamo da Omar di Hawca, ci ha invitati a casa sua per una cena.
Il pulmino arriva a Rawalpindi dove incontriamo Omar sulla strada principale che ci aspetta, lo carichiamo e l'autista segue le sue indicazioni.
Ci inoltriamo in un labirinto di vicoli maleodoranti e strettissimi dove il pulmino rischia di incastrarsi o finire nel canale fognario, ogni 2 metri, da soli in un posto così sarebbe impossibile entrare ma ancor più uscire!
Arriviamo alla casa di Omar, tre stanze molto pulite e spaziose ad un piano rialzato, le donne in cucina ci stanno preparando la cena, noi ci accomodiamo con lui nel salone principale seduti su un tappeto stupendo e sia prima che durante la cena parliamo molto con lui.
Ci spiega in modo molto approfondito della situazione in Afghanistan e delle enormi difficoltà che già le donne di RAWA ci avevano comunicato.
Omar è molto preciso e competente, il suo impegno per HAWCA gli occupa moltissimo tempo, per il resto sta facendo l'università, la sua testimonianza, mi colpisce molto. Un ragazzo di 25 anni che avrebbe la possibilità di ricongiungersi ai genitori negli USA e vivere una vita più tranquilla studiando e vivendo un' esistenza più serena e invece resta in prima linea per lottare affinchè il suo paese trovi pace e giustizia.
Impegnato politicamente e socialmente mi colpisce il livello della sua formazione e la sua pacatezza, credo sia un eroe come migliaia di afghani che nel silenzio della vita quotidiana preparano il terreno e le coscienze per una rivoluzione culturale che speriamo con lui un giorno gli afghani potranno sostenere.
Speriamo un giorno di ospitarlo in Italia!
Al termine della cena vengono a salutarci gli altri abitanti della casa: la zia di Omar, le sue due bambine e il figlio.
Sono molto belli e hanno sguardi tristi, un po' come Omar, la zia ci racconta che il marito è in Danimarca e non lo vede da quattro anni, per questo soffre molto, ci dice che un giorno non pensa di tornare in patria, credo abbia sofferto e soffra molto.
Omar ci riaccompagna al nostro pulmino ma, il clima in strada non è più tanto famigliare e caldo, a differenza di mezz'ora prima, Omar si sforza di salutarci in modo piuttosto formale e ci sembra quasi soffrire in questo saluto, lui lì ci vive e sicuramente è osservato..in scene come questa manca davvero l'aria.
A presto Omar!SECONDA PARTE: Pakistan a Peshawar
Incontro con Mary e visita alla casa famiglia
Peshawar è decisamente diversa da Islamabad e Rawalpindi, sembra di essere davvero in un universo parallelo.
La città si presenta inquinatissima, con un traffico infernale, c'è nettamente una presenza significativa di donne afghane in quanto vedi circolare burqua ovunque.
Per il resto, solo uomini in giro, ancora più integralisti, barbutissimi, rosari sempre in mano, e sguardi non sempre amichevoli, d'altra parte a Peshawar si sono sfornate milizie talebane in numeri infiniti, qualche cosa di strano nell'aria si respira..
Il guardiano del nostro albergo alla vista di noi donne si gira nettamente dall'altra parte coprendosi mezza faccia con la mano..va beh, che dire, un conto è rispettare la cultura dei popoli, un conto è vedere fino a che punto degenera il fanatismo. Ho riportato questo fatto per evidenziare come tutto è molto caratterizzato da questo "alone" islamico fondamentalista, ti capita di vederlo anche col guardiano dell'albergo, non c'è bisogno di andare a Kandahar dal Mullah Omar.Ritornando al nostro programma, ci raggiunge alla guest House Mary, una giovane donna di RAWA che non conoscevamo.
Con Mary instauriamo subito un feeling speciale, è molto bella e fiera, assomiglia vagamente a Mariam, ha due figlie gemelle di tre anni e una se la porta appresso nelle nostre visite, una bimba tutto pepe, incredibilmente sveglia e vivace, dopo due giorni passati insieme, sono riuscita a prenderla in braccio, prima non c'era verso che si fidasse di noi..
Con Mary, accompagnata da un giovane uomo, molto gentile, andiamo verso la casa famiglia che sostiene Carol Mann, presidente di un'associazione francese che già abbiamo conosciuto.
La casa si trova in un quartiere veramente tranquillo, entriamo dal cancelletto e con sorpresa ci troviamo davanti un bellissimo giardino fiorito e una villetta molto bella.
Entriamo accolti a braccia aperte e tutti si presentano, ci sono delle donne che fanno le cuoche, delle ragazze adolescenti, la mamma dalla casa e scopriamo che l'accompagnatore di Mary è il papà della casa.
Si conferma dunque questo modello pedagogico molto interessante che avevamo già visto a Rawalpindi.
I bambini sono ancora a scuola ma arriveranno a momenti, infatti dopo un primo giro di saluti e presentazioni suona il campanello.
Tutti i bimbi entrano, ci stringono la mano ed è tutto un vociare di risolini e shalom, sono davvero tanti e infatti ci dicono che anche qui sono circa quaranta.
I bambini vanno a togliersi la divisa scolastica e ci raggiungono nel grande salone.
Chiediamo ad una bimba di spiegarci la loro giornata e così iniziamo a dialogare.
Mary ci chiede se vogliamo ascoltare una storia in particolare di qualcuno, come al solito non sappiamo come comportarci, ma se lei ce l'ha detto ci fidiamo e così conosciamo Souda.
Souda non ci dice quanti anni ha ma dovrebbe essere sugli 11 o 12, si siede tra Mary e Mali che traduce a fatica una storia che ci lascia il segno.
Souda si ricorda che era piccola, erano in Afghanistan lei, mamma, papà e 6 fratelli. Una sera arrivano a casa i Talebani e prelevano padre e fratello che non rivedrà mai più.
La mamma prende i figli e scappa in Pakistan, sono a Peshawar da qualche anno e ci racconta Souda che vivevano con la mamma quasi per la strada facendo l'elemosina e vendendo per qualche rupia olio combustibile, avevano un'unica coperta per tutti e sei.
Souda piange mentre ci racconta la sua storia, accanto a lei Mary la avvolge in un abbraccio materno e il papà le accarezza la testa.
Fanno un lavoro di emersione dei vissuti incredibile, hanno una capacità queste donne di offrire sponde affettive che difficilmente qui in Italia ho ritrovato in altre situazioni simili. Anzi, spesso noi abbiamo la cultura del nascondere e sotterrare nei meandri della nostra anima i traumi senza avere la capacità di farli emergere, di condividerli per farne coscienza, le donne di RAWA in questo sono incredibilmente brave.
RAWA conosce la situazione e propone alla madre l'inserimento dei bambini nelle proprie strutture, la madre acconsente e Mary ci spiega che si preoccupano molto di mantenere i contatti tra i bambini e il genitore rimasto.
Dopo questo racconto, le bambine si alzano e ci cantano un canto sulla patria molto triste che Mali ci traduce, povera Mali, la stiamo "sfruttando" e lei non si fa carico di tradurre solo il linguaggio verbale, da lei passano anche tutte le emozioni.
E' preziosissima, il livello di comunicazione è veramente più semplificato e fluido, bisogna tenerne conto anche in future delegazioni.
I bambini ci salutano e vanno a mangiare, anche noi ci congediamo e partiamo per la visita alla
"Maulana e Zargona High school", una delle scuole più datate e famose di RAWA.
Si accede all'ingresso da una stradina sterrata e sporca, dopo il cancello ci troviamo nel cortile interno della scuola.
Ci colpisce subito lo stato di degrado in cui versa la struttura, l'impostazione è simile alla scuola di Rawalpindi, cartelloni didattici in grandi quantità appesi ovunque, posters di RAWA e Meena.
Il preside è un uomo molto gentile, un uomo molto fiero e autorevole, ci invita a fare il giro nelle classi.
Le aule sono ricavate in ogni metro disponibile dato che la scuola ospita 400 alunni, alcune classi sono all'interno dello stabile, altre interrate e altre sono ricavate da assemblaggi di assi di legno ricoperte da celophane.
Dentro fa un caldo soffocante, sicuramente non sono luoghi salutari ma come al solito incredibilmente i contenuti vanno ben oltre la forma, salutiamo gli studenti un po' velocemente dato che siamo in ritardo sulla nostra giornata.
Il preside ci parla preoccupato della situazione economica che non gli consente di sistemare la struttura dato anche un affitto veramente caro, e noi pensiamo come sarebbe interessante gemellare una scuola Italiana alla Maulana e Zargona, sicuramente diventerà una priorità una volta arrivati a casa.Il campo profughi Jalozai
Lasciamo la scuola per dirigerci verso il campo profughi Jalozai.
Percorriamo una strada che ci conduce fuori dalla città, subito attraversiamo delle campagne e, ad un certo punto incomincia una strada sterrata e dissestata, intorno a noi si apre a perdita d'occhio una distesa infinita di terra scavata a più livelli di colore ocra, tutto piatto e lunare, senza sfumature di colori.
Di tanto in tanto si scorgono alte ciminiere da cui esce continuamente un fumo nero, sono fabbriche di mattoni, lì ci lavorano gli afghani del campo profughi, ogni 1000 mattoni 2 dollari di paga, è un inferno, vediamo anche dei bambini lavorare e ogni tanto qualche uomo emerge dalla fornace sotterranea completamente annerito dalla fuliggine.
Le condizioni di lavoro sono impensabili, chi ci vede passare ci chiama e ci saluta con grandi sorrisi, alcuni si mettono in posa per farsi fotografare.
Arriviamo all'ingresso del campo gestito da RAWA, si tratta di un area dell'intero campo, (che è enorme) che, essendo gestita da un mullah piuttosto ragionevole è diventata un luogo privilegiato per l'intervento di RAWA.
L'impatto non è negativo, pur nella povertà, il campo assomiglia ad un piccolo villaggio: alberi, una grande "piazza" centrale, acqua corrente, corrente elettrica, casette ordinate e con Mary visitiamo la scuola, il corso computer, l'ambulatorio medico, il centro polifunzionale ricreativo e una casa comunitaria per ragazze senza genitori.
Il tutto conserva un'atmosfera armonica, ci colpisce come tutto quello che toccano e gestiscono le donne di rawa si distingue per una dignità eccezionale, il campo è autosufficiente e ben gestito, sappiamo che è una specie di "isola felice" all'interno di quella vastissima e fatiscente area occupata dal Jalozai camp.
I bambini ci seguono, ridono giocano, attirano la nostra attenzione, sono vivacissimi e fanno un sacco di cose per mettersi in mostra.
Il livello di cura qui non è come nelle case famiglia, i bimbi sono veramente vestiti poveramente e non tutti sembrano godere di ottima salute, qualche bella leshmaniosi in corso la vediamo nelle pustole che deformano qualche visino, per il resto, nonostante la precarietà della condizione, i bambini sono sempre incredibili.
A me personalmente toccano in modo veramente profondo, con ognuno di loro vorrei dire due parole, fare un gioco, prenderlo in braccio, insomma ogni volta è una fatica enorme distaccarmi.
Mi sale dentro un senso di impotenza che mi schiaccia nella tristezza di vedere l'ingiustizia e le distanze tra noi e loro, tra il nostro avere e il loro non avere pressochè nulla se non la freschezza e l'innocenza di un infanzia, dura ma sempre infanzia è, che avrebbe solo diritto di essere vissuta in libertà e serenità.
In tre quarti del mondo invece non è così!10 marzo con RAWA
Finalmente il grande giorno della convention di RAWA è arrivato, passiamo la mattina per le vie dei bazar di Peshawar e acquistiamo abiti tradizionali per indossarli al pomeriggio in segno di sorellanza con le nostre amiche.
Alle 15.00 arriviamo alla sala pubblica affittata per l'occasione.
C'è già una gran quantità di persone, Mariam ci dice che hanno la sicurezza che siano intervenute tra le novecento e mille persone.
Incontriamo chi abbiamo conosciuto in questi giorni, tutti vogliono salutarci, insegnanti, ragazzi delle scuole, bambini delle case famiglia con i loro genitori adottivi, donne incontrate nelle case di RAWAè tutto molto emozionante.
Mary ci preleva letteralmente dall'ingresso dove siamo bloccate dai saluti e ci accompagna in prima fila, nello spazio riservato agli ospiti e ai giornalisti.
La manifestazione inizia, sul palco sale Shoeila che apre l'incontro, inizialmente porta un messaggio che non comprendiamo né noi né Mali, poi per il resto del pomeriggio le relazioni saranno in farsi, in questo modo è stato possibile comprendere meglio gli interventi.(tradotte da Mali)
Alcune attiviste di RAWA si susseguono, intervallate da canti che propongono dei gruppi di ragazze bravissime.
Le relazioni illustrano con chiarezza estrema la situazione afghana, viene denunciata con forza, l'enorme ingiustizia che il paese sta vivendo ancora una volta nelle mani dell'ennesimo soggetto militare, quello dei cosidetti liberatori, la popolazione ancora una volta subisce la non libertà di decidere nulla della propria vita.
Naturalmente si fa riferimento in modo particolare alla condizione femminile, la donna vive nell'oppressione e nella violazione totale dei suoi diritti, fuori Kabul, nelle aree in mano ai signori della guerra, esistono legislazioni parallele che non si riconoscono in un ordinamento statale e quindi, non esiste alcun controllo su nulla.
Nella provincia di Khandahar si sono registrate negli ultimi mesi una sessantina di autoimmolazioni da parte di ragazze che si sono date fuoco vive per liberarsi per sempre dall'oppressione facendo un gesto di grandissima denuncia.
Inoltre con frequenza fanno riferimento a Malalai Joia eletta da RAWA portavoce ufficiale di un messaggio di denuncia vera, di democrazia e libertà.
Malalai Joia ha osato pubblicamente sfidare i signori della guerra chiamandoli criminali durante una seduta pubblica della Loya Jirga, questo naturalmente ha sollevato un vespaio di reazioni, da parte dei chiamati in causa che l'hanno aggredita verbalmente minacciandola e imponendole il silenzio in quanto donna, senza il diritto di parlare.
Il pubblico in sala al nome di Malalai Joia esplode sempre in un enorme applauso, è molto toccante.
Dopo altri ospiti che intervengono, è il momento del nostro saluto.
Salgono sul palco Francesca e Mali che portano il messaggio a nome della delegazione ma soprattutto di tutti i supporters italiani.
Nel nostro intervento ci teniamo a spiegare il modo in cui ci siamo organizzate in Italia e che esiste il coordinamento, ci teniamo a rimandare loro che RAWA ha ispirato l'unione di tutte noi e che ci riconosciamo nel progetto politico di società che RAWA promuove.
Il nostro discorso è interrotto da diversi applausi e noi ci sentiamo tanto orgogliose di essere accanto a queste meravigliose donne nelle loro fatiche e nel cammino delle loro conquiste.
Il pomeriggio prosegue con una rappresentazione teatrale che attraverso una satira veramente brillante ripercorre la storia dell'Afghanistan e dei protagonisti della distruzione del paese.
Per noi si è fatto tardi e dobbiamo fare ritorno ad Islamabad, domani si parte per Kabul.
Ci salutiamo con tanta commozione, portandoci nel cuore una stima immensa verso le nostre amiche afgane, con tanta gratitudine per tutto quello che riescono a farci vivere accanto a loro.PARTE TERZA: AFGHANISTAN
Dal Pakistan a Kabul via terra
Il giorno 11 marzo ci rechiamo in aeroporto avendo già le sensazione che non sarà facile prendere il volo per Kabul, in quanto alla PIA non abbiamo confermato le nostre prenotazioni.
L'aeroporto si presenta un inferno: migliaia di Ugiuri occupano praticamente ogni centimetro disponibile e si accalcano agli sportelli del check-in.
Gli Ugiuri scopriamo che sono una popolazione cinese di religione mussulmana che una volta nella vita vanno alla mecca e noi ci siamo beccate il loro ritorno a casa, scene dell'altro mondo.ma in fondo in fondo ci sollevano il morale che è veramente a terra dopo che ci confermano che non sarà possibile partire per Kabul.
Ritorniamo in guest house e dopo un consulto fra noi, decidiamo di chiamare la nostra agenzia di trasporto e chiedere un parere sulla possibilità di recarci a Kabul via terra.
La Sitara travel ci rassicura dicendo che non ci sono assolutamente problemi e in due ore siamo di nuovo in partenza per Peshawar, dormiremo lì per partire l'indomani di buonora.Ci svegliamo presto e partiamo con il nostro autista, raggiungiamo la guida autorizzata che si occuperà del nostro passaggio tra le aree tribali del Kyber pass fino alla frontiera.
Espletiamo alcune pratiche burocratiche, passiamo a prendere una guardia armata (obbligatoria) e si parte.
Subito fuori Peshawar, la strada percorre un paesaggio molto particolare, tutto è pietroso e polveroso, ai lati delle strade mercati infiniti, solo uomini in giro e armi, tante armi, kalashnikov ovunque e in mano a tutti, mi percorre qualche brivido sulla schiena.
Ci inoltriamo nelle strette vallate che costeggiano montagne spettacolari, si incontrano costruzioni fortificate che sono i villaggi tribali, circondati da mura altissime e, all'interno dei quali è vietato entrare equi lo stato pakistano non è altro che un' idea lontana, tanto meno esiste il concetto di autorità nazionale.
Tutto è controllato dai capi dei clan tribali, soprattutto Waziri e l'area vive sul commercio di oppio, hashish e armi che qui circolano a tonnellate.
Non avvertiamo alcun problema per la nostra sicurezza ma non è un posto rilassante, probabilmente uno dei 5 punti più caldi nel mondo e noi lo attraversiamo col nostro pulmino!!!
L'esperienza è indimenticabile, entriamo davvero anche se solo passando, nel cuore un po' più profondo di questo paese così difficile ma anche così affascinante, non vediamo l'ora di arrivare alla frontiera.quella frontiera
Dopo circa tre ore di strada sterrata e tutta a curve, ci siamo alzati di quota, c'è un sole che si staglia fortissimo in un cielo azzurro veramente terso, soffia anche il vento.
Arriviamo al confine, la dogana è un ufficio senza computer e mezzi informatici, tutto è manuale, i funzionari ci registrano e con l'aiuto della guida afghana che ci stava aspettando ci mettiamo davvero poco tempo.
Dobbiamo scaricare i bagagli dal pulmino pakistano, e attraversare il confine a piedi, di là ci aspetta l'altro mezzo.
Mi sento veramente strana, ho un misto di commozione e rilassamento e come se finalmente mi sentissi arrivata, arrivata ormai dove per anni ho sognato di arrivare e ora, lì a non più di cinquanta metri svetta la bandiera afghana, si apre la porta di un sogno che mi accompagna da tanto tempo.
Siamo tutti un po' emozionati, salutiamo l'autista che inaspettatamente si lascia andare in un abbraccio commosso con me e Francesca rompendo decisamente ogni sorta di fedeltà alle regole, un mussulmano che in un'area fondamentalista come questa si lascia andare ad un gesto così è davvero incredibile.
Toccare una donna in pubblico è praticamente vietato e condannato come gesto gravissimo, noi "faccini bianchi" da occidentali, eravamo li a darci pacche di incoraggiamento sulle spalle con il nostro Sheeda!Ci dirigiamo a piedi in Afghanistan, siamo in mezzo ad una moltitudine di gente che a flusso ininterrotto va e viene, tutte le donne portano il burqa, molti colori, molti sguardimolte emozioni.
La dogana afghana è ancora più povera ed essenziale, in uno stanzino dal pavimento appena cementato, il funzionario di confine ci registra su fogli di carta "volanti" riportando solo il nostro nome e numero di passaportoio sono stata registrata in Afghanistan come : "Manuela pass. N. .."neanche il cognome!!!Poi si riparte.
La strada è decisamente dissestata ma conserva dei tratti asfaltati, intorno a noi il paesaggio è pianeggiante e leggermente collinare vicino, si intravedono alte cime innevate sullo sfondo.
C'è pochissima vegetazione, i colori dominanti sono il grigio e l'ocra, tutto ha un aspetto desertico.
Vediamo abbastanza di frequente le tende dei Cuchi, una popolazione nomade che vive allestendo questi accampamenti molto caratteristici. Si spostano in carovane a dorso di dromedario, per il resto è molto difficile distinguere sagome di villaggi, a volte incontriamo piccoli agglomerati di casette di fango.
Durante il tragitto il paesaggio cambia, la strada incontra il percorso del fiume Kabul, per molti chilometri distinguiamo vallate più fertili e coltivate.
Dai bordi della strada è facilmente riconoscibile la coltivazione di riso e gli immensi campi di papavero da oppio.
Distese di fiori bianchi e rosa, assolutamente alla luce del sole, questo è un segnale chiaro di come sono amministrati i territori.Per il resto inizia un susseguirsi di deserti pietrosi ci accompagnano per molti chilometri. Riconosciamo territori contrassegnati da pietre colorate di bianco ad indicare terreni bonificati dalle mine e aree contrassegnate di rosso, ossia con presenza di mine e non ancora bonificati.
Questo panorama ci accompagnerà per i restanti 150 chilometri che ci separano da Kabul.
Passiamo per Jalalabad, una delle più importanti città afghane, praticamente un insieme quasi casuale di strade caotiche e dissestate su cui si svolge tutta la vita della città.
Gruppi di uomini che bivaccano nei baracchini dei bazar e vediamo le prime donne, tutte rigorosamente velate dal burqa, tutte!Facciamo un paio di soste e poi i nostri autisti accellerano il ritmo, da Jalalabad a Kabul non troveremo più un centimetro d'asfalto.
Ad un certo punto il paesaggio si fa meno luminoso, entriamo in una gola stretta tra montagne rocciose e grige, la strada si arrampica veramente in un modo impensabile sul fianco di queste altissime cime, è il passo prima di arrivare sull'altopiano di Kabul.
Percorriamo un'ora di strada col cuore in gola, i nostri autisti guidano come acrobati e sotto di noi centinaia di metri di strapiombo senza un minimo di protezione, il tutto facendo lo slalom tra decine e decine di camion pakistani.
Qui ognuno di noi manifesta le sue reazioni da panico, c'è chi ride, chi è un po' paralizzato, chi dice cose senza senso..
Se arriviamo vivi a Kabul niente ci potrà più distruggere!!!Finito il passo, spossati dalla tensione ci rassereniamo ma siamo davvero esausti sono passate quasi nove ore dalla partenza e sette dalla frontiera.
La strada si fa più tranquilla e inizia a scendere la sera, dobbiamo arrivare in città prima che faccia buio.
Alle 18.00 in punto entriamo in Kabul dalla periferia più orientale, chiamiamo Graziella e Laura che iniziavano a preoccuparsi, per 5 ore i nostri telefoni non hanno dato segni di vita.. tutti tiriamo sospiri di sollievo.Siamo a Kabul!
Primo giorno a Kabul: visita ai progetti di HAWCA con Orzala
La nostra prima giornata a Kabul inizia con Orzala, presidente della ONG HWCA.
Orzala è una giovane donna attiva da sempre sul fronte della tutela dei diritti delle donne in Afghanistan.
Nonostante la sua giovane età molto precocemente ha iniziato un impegno umanitario che l'ha portata a costituire con altre persone che conosciamo, come l'attuale ministra Habiba Sorabi, l'ONG HAWCA.
Con Orzala abbiamo attraversato la città per dirigerci in periferia, ed ecco davanti ai nostri occhi il volto di Kabul una città che non potrò mai dimenticare e rimuovere dalla coscienza.
C'è molto traffico, un caos incredibile e auto che sfrecciano a due millimetri dal nostro pulmino.
Ogni strada di Kabul è costeggiata da un canale fognario a cielo aperto e talvolta qualche uomo o come abbiamo visto qualche bambino, provvede a svuotare il canale dal suo contenuto che viene depositato sui marciapiedi e da li non si sa bene quando verrà rimosso.
La città è veramente devastata, di una povertà davvero indescrivibile e i segni della guerra e della distruzione sono ovunque, davvero ovunque.
Edifici nel centro della città con i tetti sfondati, macerie e distruzioni praticamente ad ogni angolo, sporcizia e disordine sono la cornice in cui oggi vivono circa 2,5 milioni di persone.
Le uniche strade asfaltate sono nel centro della città, per il resto si cammina lungo viottoli sterrati e polverosi sui cui lati si ammassa qualsiasi cosa.
Capita di vedere edifici distrutti parzialmente, ad esempio con tutti i piani superiori crollati, e che a terra sono stati ripuliti e occupati da botteghe di ogni tipo.
Kabul si sviluppa su un' area pianeggiante che è su tutti i lati circondata da colline terrose dove si arrampica la città vecchia.
Un tempo doveva essere spettacolare, un agglomerato fittissimo di casette di fango e paglia nell'originale stile afgano, oggi queste zone sono desolanti, le stradine sono invase dai rifiuti e le casette sono fatiscenti e semidistrutte.
I viottoli sono quasi impraticabili anche a bordo di un fuoristrada.Kabul è stata bombardata un numero altissimo di volte ed è stata teatro di sanguinari scontri, praticamente ininterrottamente da 25 anni, le ferite di questa violenza e di questa desolazione sono rintracciabili in tutto ciò che si vede.
Dal punto di vista delle infrastrutture, a Kabul manca tutto, c'è corrente elettrica solo tre ore al giorno, l'acqua corrente e potabile non si sa nemmeno cosa sia, uffici scuole, ospedali e altri tipi di strutture statali sono ospitati in quei pochissimi edifici risparmiati dalle bombe ma, tutto è decadente e fatiscente.
Mi chiedo cosa stiano facendo su questo versante le forze armate presenti lì da tre anni, non c'è una strada ricostruita, compresa quella che abbiamo percorso dal Pakistan, in Kabul non c'è un edificio nuovo, non ci sono impianti in costruzione, nuovi ospedali..
Le nostre amiche di RAWA ci hanno spiegato che i soldi che circolano sono ovviamente in mani sbagliate e, infatti a pensarci bene un po' di ricostruzione si è vista: ville, palazzi, ristoranti, rivestimenti di marmo.. si sa che i signori della guerra devono stare comodi!!!
Dopo poco, arriviamo al centro di Hawca, una piccola scuola che offre corsi di informatica a molti studenti e studentesse nel quartiere Khair khana.
Il centro è ben organizzato, accoglie moltissimi ragazzi e ragazze che seguono un corso trimestrale con incontri quotidiani di un'ora.
Per la partecipazione è previsto il versamento di una quota simbolica che, ci spiega Orzala, stimola maggiormente nella costanza e nella partecipazione.
In passato infatti i loro corsi erano offerti gratuitamente ma c'era molta poca costanza nei partecipanti, per questo hanno inserito la modalità d'iscrizione a pagamento.
La giornata con Orzala prosegue con la visita ad una scuola di sartoria per donne e ragazze e ad un piccolo centro di alfabetizzazione per donne e bambine nel villaggio Sar Asiab alla periferia di Kabul.
Il clima di lavoro all'interno dei progetti di Hawca è simile a quello che abbiamo riscontrato nelle strutture di RAWA, Orzala ci spiega che essere una ONG riconosciuta, aiuta ad operare in maggiore tranquillità e alla luce del sole.
Tuttavia, faticano anche loro, ogni volta che aprono un nuovo centro o un nuovo progetto a farsi accettare dalla gente del luogo e a creare un clima di fiducia e partecipazione.
Il contesto è ancora permeato di paure e incertezze, soprattutto per le donne che faticano moltissimo ad accedere con libertà alle proposte di ONG o movimenti che promuovono progetti per l'emancipazione femminile.Incontro con Thameena e Mahmooda, pranzo con Ueeda
Iniziamo la mattinata incontrando due giovani attiviste di RAWA, Thameena e Mahmooda.
Organizziamo una piccola riunione per comprendere con il loro aiuto alcune questioni che vorremmo approfondire circa la situazione politica del paese in vista delle prossime elezioni.
Ci spiegano che si sta faticosamente creando un tessuto di relazioni tra gruppi e forze democratiche.
In particolare ci parlano di una sorta di forum che viene definito "umbrella", nel quale stanno convergendo molte delle forze politiche democratiche e dei movimenti popolari presenti nel paese.
L'umbrella, ha sicuramente a loro avviso un importante significato simbolico in quanto è il primo tentativo dopo anni di repressione in cui le forze democratiche trovano un luogo per esprimere e socializzare il proprio pensiero.
I temi in attenzione sono quelli su cui questi gruppi seppur con modalità differenti mantengono viva l'attenzione da anni, le questioni legate al tema dei diritti umani e delle donne in particolare, la contestazione all' islamizzazione dello stato, la denuncia della precarietà sulla situazione politica e sociale .
Lo scopo del lavoro è quello di aprire una interlocutorietà con le forze governative e vedere sancite alcune questioni fondamentali irrinunciabili.
RAWA appoggia e riconosce il valore della costituzione di questo organismo anche se, la voce e l'incidenza che può avere, sono oggi molto limitate.
Desideriamo inoltre confrontarci sul testo della nuova costituzione, perché, dopo una riflessione come Coordinamento italiano, ci appare ancora un testo contraddittorio che non va nella direzione auspicata della laicizzazione dello stato e della divisione dei poteri.
Le RAWA ci confermano che il testo è uno strumento elaborato "ad hoc" per mantenere tranquilla la comunità internazionale da un lato e garantire il potere ai signori della guerra dall'altro.
Ogni articolo analizzato infatti declina la propria argomentazione a tratti innovativa terminando con il riferimento esplicito all'autorità suprema della Sharìa che in buona sostanza ha sempre l'ultima parola.
Questo significa ancora oggi la continuazione di un ordinamento giuridico fondato sulla legge religiosa, senza che si separino i poteri dello stato dalla religione.
Inoltre ci informano dl fatto che le elezioni previste per giugno probabilmente slitteranno a causa di una bassissima e prevedibile registrazione dell'elettorato.
Sistema oggi che solo il 5% della popolazione sia stato censito.Al termine della riunione, ci rechiamo a pranzo con le nostre amiche dove ci raggiungerà Ueeda.
Durante il pranzo parliamo con Thameena e Mahmooda di tante cose, in particolare dell'università, di come è organizzata in Italia, sono molto interessate ai nostri studi e ci raccontano che l'anno prossimo forse riusciranno a riprendere i loro studi perché probabilmente saranno attivati dei corsi.
Incontrare Ueeda è stato molto emozionante, si tratta di un'attivista "senior" di RAWA, ovvero una delle fondatrici che ha vissuto per anni accanto a Meena.
I suoi racconti sono stati molto intensi e, non abbiamo fatto altro che ascoltare e lasciarci attraversare dalla sua testimonianza: il racconto di una vita di paure e tensioni continue,
una vita sacrificata all'impegno convivendo quotidianamente con rischi altissimi e grande sofferenza.
A Ueeda si devono le numerose documentazioni video circolate in Italia sulle atrocità perpetrate dai Talebani durante le pubbliche esecuzioni di donne e uomini colpevoli di aver trasgredito i deliranti ordinamenti del regime.
Da sotto il burqa, rischiando la vita ha girato e scattato immagini che hanno fatto il giro del mondo.Incontro con una donna protetta da RAWA
Il pomeriggio è proseguito con Ueeda che ci ha accompagnato a visitare una donna supportata da RAWA che vive una grave situazione di disagio a causa di un marito mentalmente instabile e violento.
Solo noi donne andiamo a fare questa visita a causa della delicatezza della situazione.
Ci dirigiamo in un quartiere di Kabul ai piedi delle colline, entriamo in fretta nel cortile interno di una casa.
Ci accolgono bambine e bambini e, una volta entrati in casa, accorrono altre donne e ragazze curiose a salutarci.
La casa è in realtà una piccola stanza con una finestra senza vetri, sostituiti da teli di plastica, ci accomodiamo in terra sul tipico tappeto e iniziamo a conversare aiutati da Mali con una giovane donna che crediamo essere una collaboratrice di RAWA.
Inizialmente Ueeda non ci dice chi è la persona di cui conosceremo la storia, e noi non riusciamo a capire, non possiamo credere che sia la giovane e bella donna che ci ha accolte in casa e ci mostra orgogliosa i lavori di sartoria realizzati grazie all'aiuto di RAWA.
Invece, quando tutte le ospiti ci lasciano, rimaniamo sole con lei e ascoltiamo la sua storia.
Madre di cinque bambini, si è sposata quando era solo un'adolescente, suo marito da subito si è rivelato un uomo estremamente violento e instabile.
Durante il regime talebano l'uomo scappa all'estero e per alcuni anni non fa più avere notizie di sé.
La donna in questo periodo di assenza è costretta a prostituirsi per poter mantenere i suoi bambini.
Durante il periodo dei Talebani alle donne era stato tassativamente proibito il lavoro, è facile intuire che una donna sola per non morire di fame e stenti poteva avere in quella situazione pochissime possibilità di sopravvivenza.
Passati alcuni anni, tramite conoscenze in comune, la donna rintraccia il marito che nel frattempo si era risposato e gli chiede di ritornare a casa.
L'uomo rientra in Afghanistan e la raggiunge, da quel momento la vita della donna è quotidianamente scandita da violenze fisiche psicologiche inaudite.
Ci mostra i segni dalla furia del marito che le infligge sevizie di ogni tipo mutilando e violando le parti del corpo meno visibili, come il seno, le braccia e le gambe.
Tutto questo sempre sotto gli occhi dei loro bambini.
RAWA sta aiutando questa donna, ha organizzato nella sua casa, un piccolo corso di alfabetizzazione per altre vicine e le ha insegnato a confezionare abiti, in questo modo può riuscire a gestire delle piccole somme di denaro a sostegno soprattutto dei bambini.
Siamo molto scosse da questa testimonianza e ci assale un senso di impotenza grandissimo nel pensare a quante donne vivono situazioni simili di violenza famigliare che restano assolutamente un fenomeno sommerso e impunito.A CENA CON IL MINISTRO PER GLI AFFARI FEMMINILI HABIBA SORABI
Intervista tratta dalla relazione di Marzio Marzorati
Alla sera siamo ospiti della Ministra degli Affari Femminili Signora Habiba Sorabi.
Chi di noi aveva conosciuto Habiba ha provato una grande emozione nel rivederla nella veste di Ministra. Nel 2000 è stata ospite in incontri pubblici a Como e in 17 città italiane per esporre la situazione della donna in Afghanistan.
L´incontro è molto cordiale e ci sono reciproci scambi di doni.
Approfittiamo dell' occasione per rivolgere alcune domande.- Come ti trovi e ti muovi all' interno del governo e chi ti appoggia ?
- Conosco molto bene il paese anche nelle zone più remote, devo muovermi con prudenza senza portare i modelli occidentali e il risultato più importante che ho ottenuto e´ quello di aver portato nella nuova costituzione i diritti delle donne e di aver creato in 29 delle 31 province un ufficio dedicato ai diritti delle donne e al lavoro sul territorio. Nel governo sono appoggiata dai ministri democratici e con l´aiuto delle pressioni internazionali sui diritti delle donne non sono contrastata dagli altri ministri.
- Come pensi di attivare I progetti nelle zone piu´ remote del paese ?
- Gli uffici decentrati aperti nelle province fanno da tramite con il Ministero centrale di Kabul. Ogni ufficio si occupa dell' attivazione di scuole, ambulatori e assistenza legale alle donne. Il progetto continua ed e´ finanziato anche da associazioni estere. L´approccio deve essere molto graduale, non e´ pensabile di utilizzare modelli di intervento occidentale che provocherebbero resistenza e diffidenza.
- Cosa ci dici della situazione relativa alla sicurezza ?
- E´ ancora grave soprattutto al Nord dove sono ancora diffusi matrimoni forzati, violazione dei diritti umani, casi di violenza gratuita e particolarmente cruenti. Abbiamo inviato varie commissioni di verifica e osservatori per registrare la situazione e valutare gli interventi più opportuni per mettere fine a tali violenze. Purtroppo non abbiamo alcuna notizia relativa al sud del paese, ancora sotto il controllo dei signori della guerra, che si spartiscono territorio e potere. Nella provincia di Heart si registra la percentuale di suicidi e autoimmolazioni di donne, le ragazze subiscono ingiustizie di ogni tipo, non hanno accesso all´istruzione e subiscono visite ginecologiche forzate per stabilire la loro verginità.
- Pensa sia ancora utile la presenza di forze armate internazionali ?
- Certamente si perchè la situazione oggi non garantisce ancora la sicurezza per la popolazione afgana. La presenza delle forze militari, in particolare dell' ISAF (International Security Army Force), sono un deterrente agli scontri armati tra le diverse fazioni dei signori della guerra che detengono ancora molte armi e controllo del territorio.
Durante la conversazione abbiamo avuto conferma della sua candidatura alle elezioni che dovrebbero tenersi in giugno di quest' anno.
Nononstante la fatica e il peso del suo lavoro ha preso questa decisione confortata da tutti i sostenitori afgani e stranieri oltre che da alcuni membri dell' attuale governo. La serata termina con una lauta cena che viene imbandita su un bellissimo tappeto della sede di Hawca.Ci sentiamo molto orgogliosi di poter far parte di questo piccolissimo frammento della storia dell'Afghanistan, un incontro, quello con Habiba Sorabi, indimenticabile.
Conclusioni
Ormai siamo alla fine del viaggio e riprendiamo in mattinata il volo che da Kabul riporterà ad Islamabad.
Circa 45 minuti in volo sulla strada che pochi giorni prima avevamo percorso in nove ore.
Ci sentiamo tutti molto stanchi, la tensione inizia a calare ed è il momento di fare i primi bilanci.
Tutto il viaggio di ritorno sarà scandito da commenti, ricordi, momenti di silenzio e riflessione.
Sicuramente quello che mi sono portata a casa è un bagaglio enorme di emozioni e ricordi, difficile da rielaborare ed esprimere in tutta la sua ricchezza e complessità.
Non posso far altro che tenere sempre viva dentro di me l'immagine delle donne d'Afghanistan che testimoniano quotidianamente da anni, tutta la sofferenza che nasce dalla follia dell'uomo nella corsa al potere e al dominio.
Posso però lavorare anche qui con le persone vicine, nel mio lavoro, nella mia comunità,con i gruppi presenti sul territorio stimolando pensieri, riflessioni e promuovendo piccoli passi verso una cultura di pace più autentica e consapevole.
Ricordare che di "Afghanistan" nel mondo ce ne sono tantissimi e che abbiamo il dovere di non rimuovere dalle coscienze il grido di aiuto che queste popolazioni ci lanciano.
Noi questo grido lo abbiamo sentito forte.
Non potremo mai ringraziare a sufficienza le amiche di RAWA e HAWCA per quello che fanno, per come lo fanno e per l'insegnamento che ispira il nostro impegno come donne che si riconoscono nel loro progetto politico di società più giusta ed in PACE.