AFGHANISTAN: STRAGE DI DONNE
ALMENO 5000 DONNE UCCISE OGNI ANNO PER DELITTI "D'ONORE" MAI INVESTIGATI, MA LE CIFRE REALI POTREBBERO ESSERE MOLTO SUPERIORI. AL GOVERNO LE STESSE PERSONE CHE HANNO CALPESTATO I DIRITTI DELLE DONNE PER ANNI ED ANNI


giugno 2005, di Juliette Terzieff, We News, 10.6.2005, trad. M.G. Di Rienzo

 

Fino al marzo scorso, Shaima Rezayee era la co-conduttrice dello spettacolo televisivo "Hop" sulla prima tv indipendente afgana, un programma di un'ora che presentava video musicali stranieri. Shaima ebbe a dichiarare che la propria popolarità poteva essere un esempio per le donne del suo paese: il riconoscimento delle capacità e della professionalità di una donna poteva portare a cambiamenti positivi anche per le altre.
Il 19 maggio, la ventiquattrenne Shaima è stata trovata uccisa a colpi di arma da fuoco nella propria casa. Il fatto non ha esattamente sconvolto il paese. Già dall'inizio della programmazione dello show, nell'autunno del 2004, Shaima e l'altro conduttore, Shakeb Isaar, avevano ricevuto minacce di morte. "Hop", trasmesso da Tolo TV che vanta uno share di spettatori dell'81%, era un programma controverso: salutato entusiasticamente dai
giovani urbanizzati, criticato aspramente dai conservatori che lo giudicavano "contaminante" per la cultura afgana.
Nel marzo scorso, Shaima Rezayee venne licenziata, dopo che la Corte Suprema ebbe stabilito che lo spettacolo era "anti islamico". Il tribunale non aveva richiesto che la giovane fosse rimossa dal suo posto di lavoro, tuttavia i dirigenti della stazione televisiva la cacciarono nel tentativo di rispondere alla sentenza.
Da principio gli investigatori sul suo omicidio si sono concentrati sulla possibilità di una vendetta da parte dei conservatori, ma la polizia di Kabul ha successivamente ammesso che la famiglia della giovane è probabilmente coinvolta nel suo assassinio: si tratterebbe di un "delitto d'onore", giacché non solo Shaima lavorava assieme ad uomini fuori dal proprio nucleo familiare, ma addirittura rideva e scherzava con l'altro
conduttore del programma.
Per molti, la sua morte è l'ennesima prova che le donne afgane corrono gravi rischi nella loro lotta contro le convenzioni sociali, in un paese che mostra ancora una pesante influenza "talebana".
"Le donne sentono dire: il nostro paese è libero, e non comprendono che le cose non sono cambiate molto - dice Rona Popal, direttrice esecutiva dell'Associazione Internazionale delle Donne Afgane - Conoscono i propri diritti, ed esibiscono una grande determinazione nel cercare lavoro e nel provvedere alle proprie famiglie, ma non hanno sostegno, non hanno sicurezze su cui contare. Poi vediamo un caso come quello di Rezayee, ed ecco che l'intimidazione si sparge di nuovo su tutte le donne del paese."
"Le donne non possono continuare a vivere in questa maniera - aggiunge Manizha Naderi, presidente di Women for Afghan Women - Ma certo cambiare le cose non è una delle priorità del governo. Se le donne non tentano di andare oltre i confini che vengono loro imposti, l'Afganistan non si muoverà mai in avanti."
Poiché l'onore delle famiglie viene riposto nei comportamenti delle donne, già da un'età precocissima le ragazze vengono investite da una tremenda pressione sociale ad essere "modeste" e al di sopra di ogni sospetto; persino nelle famiglie più progressiste o istruite le interazioni fra i sessi sono strettamente controllate. Le giustificazioni ai "delitti d'onore" dipendono solamente da cosa una famiglia giudichi non appropriato nel comportamento di una donna. L'ONU stima che 5.000 donne afgane muoiano ogni anno per "onore"; le cifre esatte sono difficili da stabilire, poiché gli omicidi non vengono denunciati, le famiglie nascondono le cause dei decessi, e spesso essi si danno in remoti villaggi distanti da qualsiasi autorità formale. Inoltre, tali autorità non mostrano molto zelo nell'investigare su queste morti sospette.
Dall'invasione delle truppe sovietiche alla fine degli anni '70, l'Afganistan ha conosciuto due decenni di guerre che hanno lasciato uomini e donne feriti a livello emotivo e in condizioni di estrema povertà. A seguito dell'ascesa dei Talebani nei primi anni '90, le donne furono escluse dal lavoro fuori casa e dagli studi e si trovarono in completa balia della polizia religiosa, che aveva l'autorità di fermarle per strada e punirle immediatamente per le "infrazioni" al codice comportamentale.
Molti afgani speravano che il governo di Hamid Karzai, salito al potere dopo l'invasione statunitense del 2001, fosse l'araldo di una nuova era per il paese. Sino ad ora, dicono, ha fatto ben poco.
"Basta osservare come vengono gestite le necessità di base - dice Manizha Naderi - Ben pochi progetti riguardanti le infrastrutture sono andati oltre le fondamenta e persino nella capitale Kabul l'elettricità viene erogata sporadicamente. Se poi si dà un'occhiata ai membri del governo, eccettuato Karzai si tratta delle stesse persone che hanno calpestato i diritti delle donne per anni ed anni."
Il governo di Karzai ha creato un gruppo multiministeriale che dovrebbe combattere la violenza contro le donne, e la Costituzione afgana ratificata nel gennaio 2004 parla di eguali diritti per uomini e donne; in marzo, l'ex Ministra per gli affari femminili Habiba Sarobi è diventata la prima donna governatrice di una provincia: ma al di là di questi sforzi ben poco è cambiato nelle vite delle donne afgane, in special modo fuori dalla capitale. Amnesty International ha dichiarato che "Le pratiche discriminatorie istituzionalizzate prima e durante la guerra non si sono dissolte e, in alcuni casi, si sono rafforzate."
Numerosi osservatori, afgani e internazionali, sono d'accordo nel ritenere la presenza di individui armati e milizie armate, leali ai vari signori della guerra, la più seria minaccia alla sicurezza ed allo sviluppo dell'Afganistan. Vi sono stati piccoli successi nel disarmare qualche gruppo, ma decine di migliaia di uomini armati percorrono ancora le
province, in disprezzo di tutti i mandati del governo federale.
"La prima priorità, dice ancora Manizha Naderi, dovrebbe essere la rimozione della paura. Molti afgani non credono che la pace durerà. Pensano che i combattenti e i miliziani torneranno, e allora gli uomini nelle cui famiglie le donne hanno studiato o lavorato verranno puniti. Fino a che la paura della violenza rimane, ogni progresso sarà limitato."
Le attiviste e gli attivisti per i diritti delle donne, dicono che la chiave per il successo è l'istruzione, in ogni senso. Non solo per migliorare le vite delle donne, ma per lo sviluppo dell'intero paese.
"E' semplice - afferma Rona Popal - Tu puoi spendere in Afganistan un miliardo al giorno, ma non servirà a nulla se le persone non sono istruite. E se questo non succede non c'è futuro per nessuno, in Afganistan, tanto meno per le donne