MISSIONE NARIZES
DE PAO
DUN'ESPERIENZA
IN UN CAMPO PROFUGHI DEL PAKISTAN, CON BAMBINE/I E RAGAZZE/I DELLE
SCUOLE DI RAWA
marzo 2003, Di Paulina
Almeida.
Tenterò di raccontare, sebbene sia difficile in poche parole, le memorie che ho raccolto durante la mia missione in Pakistan con Rawa. Il 15 dicembre scorso ho lasciato Francoforte per Islamabad. E' stato un viaggio lungo e non facile. Sono venute a prendermi con un'ambulanza all'aeroporto e mi hanno portato in questa casa dove sarei rimasta per la maggior parte del tempo. Ho cercato di chiacchierare con la ragazza che era venuta a prendermi in aereoporto, ma senza risultati. Più tardi ho capito che la gente non parla durante questi spostamenti per ragioni di sicurezza - quanto meno sai, più sei al sicuro.
Nei giorni seguenti ho viaggiato in taxi, furgone e mototaxi, sempre in compagnia di una o più membri di Rawa. Sono stati pazzi viaggi attraverso tre città: Islamabad, Peshawar, e Jilham.La mia epopea continua. La seconda parte di questa missione, è iniziata con la manifestazione realizzata il 10 dicembre, giornata internazionale dei diritti umani.
Centinaia di afghani hanno aderito a questa iniziativa, organizzata da Rawa e realizzata pacificamente ad Islamabad, di fronte al Parlamento. Ho partecipato come fotografa, registrando immagini di questa protesta, che ha avuto inizio con l'inno dell'associazione, intonato dalle voci di duecentotrenta bambini degli orfanotrofi, ed è terminata con un cordone umano poliziesco per impedire il passaggio dei manifestanti. E' stato bello vedere l'unità di questo popolo, intorno ad un ideale unitario ed estremamente significativo.
Ho proseguito il viaggio recandomi a Peshawar. Lì ho trascorso le giornate tra due orfanotrofi, e ne ho visitati altri due. Nei terrazzi assolati, tra tazze di tè e caramelle, ho insegnato ai bambini orfani a costruire marionette. Quaderni inutilizzati, colla, e molta immaginazione. Hanno mostrato una certa difficoltà a manipolare i materiali, perché non sono abituati a questo tipo di attività. Tutti, compreso i responsabili, hanno partecipato attivamente alla nuova iniziativa. Quanto ai bambini, è stato bello vederli sorridere nel costruire il loro primo amico di gioco.
La maggior parte di questi orfani, per quanto ho potuto constatare, non ha mai avuto un giocattolo. Così siamo andati avanti, tra colori e colle, canzoni, abbracci e giochi teatrali, fino al giorno della mostra, il 19 dicembre. Dentro i teatrini, fatti di scatole di cartone, si è fatto teatro e durante quel giorno, si sono scaldati i loro cuori e hanno dimenticato le fredde guerre.
Da Peshawar sono andata direttamente ai campi di rifugiati, dove sono rimasta fino al giorno 5 del nuovo anno.
A proposito di esperienze particolari, ho vissuto momenti intensi e indimenticabili.
I primi giorni, li ho passati in compagnia di tre ingegneri catalani , che erano venuti da Barcellona per costruire lì un sistema ad energia solare ed una cucina solare.
Finalmente ho iniziato le lezioni di teatro, assistita dalle ragazze venute dall'orfanotrofio di Jilam, a cinque ore di viaggio dal campo profughi.
Durante le lezioni di teatro, la mattina si rideva molto, il che non aiuta nel lavoro. Le ragazze hanno tra i quindici e i diciotto anni e molti complessi, rafforzati dagli anni vissuti sotto il dominio fondamentalista. Per loro tutto quello che facciamo è nuovo e sembra un tantino assurdo. Sulle finestre del salone sono state messe tende per isolare il lavoro dalle occhiate più indiscrete.
In parallelo, ho realizzato un'attività di formazione su marionette e maschere di gesso, con i due orfanotrofi per donne; e un'altra attività di trampolieri, giocolieri e strumenti musicali costruiti con materiali riciclati, negli orfanotrofi per ragazzi, entrambi di Rawa. Queste attività sono servite come formazione per giovani, in modo che essi trasmettano le conoscenze acquisite a tutti i bambini della scuola di Rawa e ai figli di rifugiati di altri campi.
Nel pomeriggio, nei cortili di terra battuta degli orfanotrofi, abbiamo ammucchiato carta per le marionette e terra con acqua, per la creta, che sarebbe servita da stampo per le maschere di gesso. In quei giorni ho cercato di imparare le musiche persiane, cantate dalle ragazze, offrendo in cambio musica portoghese.
Tutto veniva fatto molto lentamente, e quando tramontava il sole, alle cinque del pomeriggio, il lavoro doveva necessariamente terminare perché non c'era luce per illuminare.
Nell'officina improvvisata per l'occasione, si facevano contemporaneamente allacciamenti elettrici, si montavano pannelli solari e trampoli di canna di bambù.
E tra queste occupazioni è terminato l'anno.
Il primo giorno dell'anno nuovo, è iniziata l'attività di trampoli, giocolieri e costruzione di strumenti.
I ragazzi erano estenuati, non solo per il lavoro, ma per il fatto di essere diretti da una donna.
In quattro giorni, dodici ragazzi e dieci ragazze hanno appreso a camminare sui trampoli, dieci bambini hanno costruito palle con calze e riso, tirandole a cascata, sei musicisti hanno appreso ritmi suonati in lattine d'olio dipinte alla perfezione, è stato allestito uno spettacolo di teatro di burattini e un laboratorio di maschere con tecnica di maschera neutra. Sono state giornate faticose ma piene di sorrisi.
Il giorno cinque, alle due del pomeriggio, il campo di rifugiati è entrato in agitazione. Una grande parata composta da sette trampolieri, muniti di bandiere afghane, musicisti, attori e pubblico misto, ha lasciato l'orfanotrofio dei ragazzi diretto alla scuola delle ragazze, dove si è realizzata una mostra di burattini, maschere, giocoleria e "maculele" (misto di gioco e danza popolare brasiliana, n.d.r.), che è terminata con un'animata danza collettiva. La parata di ritorno al luogo di partenza, è stata movimentata ed affollata.
Alla fine dell'attività i partecipanti si sono riuniti nel salone, sono stati nominati i futuri formatori ed è stato proiettato il video di propaganda della compagnia tedesca Grotest Maru, in cui lavoro attualmente.
Alla fine e senza addii, ho infilato i trampoli e i vestiti nello zaino e ho dovuto correre per non perdere il passaggio nella cabina dell'ambulanza, che mi ha riportato a Islamabad, quasi un mese dopo.
Qui e da ieri, è cominciato nuovamente il vai e vieni che anima e fa cantare i bambini afghani
In conclusione, lentamente si va lontano.