IN PAKISTAN E AFGHANISTAN
CON LE NOSTRE AMICHE DI RAWA E HAWCA
aprile 2003, di Laura Quagliuolo
È parlando dell'Ospedale Malalai di Rawa a Rawalpindi che vorrei cominciare questo scritto che non vuole essere un resoconto esaustivo delle due delegazioni che ho cercato di condurre.
Il Malalai è un piccolo centro per la salute che le donne di Rawa hanno aperto in una città dove ancora vivono (o meglio, sopravvivono) migliaia di profughi afghani: è povero, naturalmente, e vi si accalcano centinaia di donne e bambini per farsi visitare, consigliare, ricoverare in caso di necessità, e dove la nostra delegazione, a cui si sono aggiunti anche Giampaolo (dell'ambasciata italiana di Islamabad) con sua moglie e Gabriella (che pure lavora all'ambasciata italiana) con il suo compagno, è stata accolta con il solito calore.
Con orgoglio, medici, infermieri, tecnici di laboratorio, ci mostrano la loro piccola struttura: ogni giorno qui vengono alla luce diversi bambini, ogni giorno si visitano molte pazienti che altrimenti non avrebbero accesso ad alcuna cura, ogni giorno si distribuiscono i farmaci di base disponibili. La sopravvivenza dell'ospedale è in pericolo, i donatori americani che avevano finanziato il progetto promettendo una certa continuità sono in difficoltà e non sanno fino a quando riusciranno inviare i fondi necessari.
Pochi giorni dopo la nostra visita all'ospedale, ero già a Kabul, veniamo a sapere che alcuni fondamentalisti, durante la notte, hanno assaltato l'ospedale ferendo con un colpo di pistola alla pancia il direttore, Moshen: che cosa avrebbero fatto se avessero trovato qualcuna delle nostre amiche di Rawa? Moshen, inizialmente preso in cura dai medici del Malalai, qualche giorno dopo verrà trasferito (grazie all'intervento della nostra amica Gabriella, dell'ambasciata italiana) in un ospedale privato di Islamabad per subire due interventi. Ora sembra sia fuori pericolo, ma ce l'ha fatta per poco.
L'ospedale Malalai, dunque, non è in pericolo solo per mancanza di finanziamenti.
Le coraggiose donne di Rawa vivono costantemente questi rischi: non si percepisce stando con loro, perché nei loro orfanotrofi (sono diversi solo a Rawalpindi, in ognuno vivono 25/30 bambini, accuditi da una mamma e un papà che si occupano di loro, li portano a scuola regolarmente, li intrattengono con giochi e musica nei momenti liberi, gli preparano pranzo e cena), nel campo profughi alle porte di Peshawar, nelle loro scuole, si respira un'aria serena, si scherza, si parla di politica, di pace e di futuro.
I giovani che frequentano le loro scuole hanno voglia di tornare in Afghanistan e fare qualcosa per il loro paese, mettere a frutto quello che hanno imparato, andare avanti.
Penso che una forza e un coraggio così grandi si possano esprimere solo in luoghi di sofferenza come quelli che capita di visitare andando da quelle parti.
Il popolo afghano è molto lontano dall'essere uscito dall'emergenza: i profughi sono ancora milioni (l'UNHCR per il 2003 prevede il rientro di 1 milione di profughi dal solo Pakistan, e stando alle cifre ne dovrebbero rimanere, sempre in Pakistan, un altro milione e mezzo) e quando rientrano trovano macerie, mine, miseria, guerra: e i signori della guerra fondamentalisti tengono saldamente in mano il potere, finanziati profumatamente dall'occidente "liberatore".
I nostri signori della guerra occidentali non hanno alcuna intenzione smettere di far subire al mondo guerre e sofferenze, vogliono solo controllare, non liberare: non sono interessati delle sorti delle popolazioni civiliC'è un'altra immagine che mi è rimasta impressa e che vorrei non commentare: eravamo a Peshawar, in una scuola di Hawca, e abbiamo mostrato ai bambini una cartina del mondo, per far vedere loro da dove venivamo. Avevamo con noi i disegni che i bambini di una scuola italiana avevano fatto per loro.
Un bimbo si alza e dice: "Io, finita la scuola, devo tessere tappeti fino a tarda notte: cerco di dare anch'io il mio contributo al mantenimento della famiglia. Succede così anche da voi?".A Islamabad abbiamo anche incontrato le nostre amiche pacifiste pachistane: anche loro devono affrontare una situazione difficilissima, in una società dove militarismo e fondamentalismo rendono qualsiasi lotta per i diritti femminili e per la pace una strada in salita, piena di rischi, anche per l'incolumità personale. Ma si battono, nel silenzio della maggior parte dei media, cercando di distinguersi dai fondamentalisti locali, che indicono violente manifestazioni contro gli USA inneggiando al jihad con il kalashnikov in mano.
Le donne pakistane vorrebbero, alla prossima nostra visita, poter organizzare un seminario con noi.
Della delegazione in Pakistan faceva parte Irina Hale, un'artista russo-irlandese di 70 anni che vive in Puglia da 33 anni, "medico della mente", come lei ha voluto definirsi: è venuta attrezzata di tutto punto per far giocare i bambini degli orfanotrofi al teatro d'ombra (proiettore per diapositive, colori, cartoncini da ritagliare, pennelli, fogli di acetato colorati ecc.), e per raccontare loro tante storie buffe del mullah Nasruddin: per i bambini, ma non solo per loro, è stata una grande gioia giocare interi pomeriggi con lei e ascoltare le sue storie. Irina, non paga di questo "assaggio", ha deciso di tornare per fermarsi più a lungo e insegnare a questi bambini come fare il teatro d'ombre da soli. Poi c'erano tre meravigliose giovani del PAG di Trieste, Anna, Francesca e Arianna, curiose, entusiaste con tanta voglia di fare e sapere, la nostra amica Carla Dazzi di Insieme si può di Belluno, associazione che da molto tempo sostiene le nostre amiche afghane con importanti contributi ed Enza Mazzeo, un'oculista di una ong (Medicus Mundi) che, instancabile, ha lavorato tutta la settimana all'ospedale Malalai, visitando centinaia di pazienti: sono certa che presto l'ospedale Malalai avrà personale preparato e sarà fornito di attrezzature adeguate per offrire cure oftalmologiche.
Sono arrivata a Kabul tre giorni prima dell'arrivo del secondo gruppo di "pellegrini" per organizzare la nostra programma e ricevere i 1000 kg di aiuti (vestiti pesanti, materiale medico e altro) che io e Cristina avevamo affidato ai nostri militari ISAF che percorrono la rotta Pratica di Mare-Abu Dabi-Kabul almeno una volta alla settimana e che si erano resi disponibili a farli arrivare a destinazione fin da gennaio (ma che sono rimasti fermi per due mesi a causa del trasferimento del contingente di alpini sul terreno di guerra afghano).
Simona Lanzoni, che lavorerà a Kabul per tre mesi con una ong italiana, e Orzala di Hawca mi hanno accolta all'aeroporto-girone dell'inferno di Kabul (solo chi lo ha visto può capire); vederle e abbracciarle, nella penombra di quella specie di aeroporto, è stata una grande gioia.
I nostri aiuti, dopo centinaia di telefonate a diversi comandanti (irr)responsabili, dopo diverse visite al comando ISAF, dopo decine di conferme e smentite, dopo aver passato molti "patemi" organizzativi (a Kabul nulla si può dare per scontato e nulla è semplice) e dopo una intera giornata alla base militare americana di Bagram (proprio il primo giorno dei bombardamenti sull'Iraq) in mezzo a tanto di militaroni USA armati fino ai denti e intenti a sgranocchiare pop corn al microonde, sono arrivati a destinazione.
La settimana a Kabul è stata pienissima: abbiamo visitato lo straordinario ospedale ortopedico dove da 13 anni opera Alberto Cairo ricostruendo arti persi sulle mine, rieducando, offrendo forme di microcredito a donne e uomini disabili che diversamente non avrebbero alcun futuro, l'orfanotrofio pubblico di Kabul, dove 2000 bambini sono costretti a vivere in condizioni a dir poco drammatiche, Omar, associazione di sminatori afghana che, oltre a sminare il territorio, organizza corsi di mine awareness (consapevolezza sulle mine) per bambini e per i profughi che rientrano e ha aperto un museo nel quale sono allineati tutti i tipi di ordigni antipersona lasciati sul territorio dell'Afghanistan (e costruiti nella maggior parte dei casi da produttori occidentali), abbiamo incontrato la nostra amica Habiba Sarabi, ministra per gli affari femminili; e naturalmente anche qui abbiamo visto le nostre amiche di Rawa e Hawca, che lavorano giorno e notte, aprendo scuole, orfanotrofi, centri di cucito, presidi medici, accogliendo donne che hanno subito violenza, vedove, prostitute. Qui il loro lavoro è ancora più complesso e rischioso che in Pakistan ma forse costituisce una delle poche speranze per risollevare le sorti di un paese dove ancora si vede poca ricostruzione, poco lavoro, poche scuole e dove pochissimi si stanno arricchendo a discapito di tutto il resto della popolazione.
Il nostro affiatatissimo gruppo era formato da Ivana Stefani, Donna in nero e ICS di Alessandria, venuta fin laggù anche per verificare la praticabilità di due progetti con Rawa e Hawca, Debora Picchi del Comitato per il sostegno a Rawa di Firenze, Tito Cappellaro del PAG di Trieste, Graziella Longoni e Libera Mazzoleni Donne in Nero di Milano.
Ringrazio tutti coloro che hanno avuto la pazienza di percorrere insieme a me un altro pezzo di strada per avvicinarci alle nostre care amiche afghane e per comprendere un po' meglio quale sia la complessa realtà nella quale si trovano ad agire.