FERITE APERTE
LA
SITUAZIONE DELL'AFGHANISTAN DOPO L'ULTIMO CONFLITTO E' STATA IL
TEMA CENTRALE DELL'INCONTRO DI GIOVEDI 23 OTTOBRE, ORGANIZZATO
DAL COORDINAMENTO NO ALLA GUERRA ALL'IRAQ. LA PACE E' POSSIBILE,
NELL'AMBITO DEL CICLO FERITE APERTE
novembre 2003, di Lara Terraneo
Il Coordinamento no alla guerra all'Iraq- la Pace è possibile ha organizzato una serie di conferenze, iniziate con l'incontro di giovedì 23 ottobre, che formeranno un percorso di diversi mesi per parlare dei diversi scenari mondiali di guerra.
Secondo Celeste Grossi delle Donne in nero, che ha introdotto l'incontro «Ferite aperte è un titolo significativo, che rimanda a conflitti passati non ancora risolti che testimoniano il fatto che la guerra non è mai una soluzione».
Il tema centrale dell'incontro è stato l'Afghanistan, in particolare la situazione politica e sociale del paese dopo l'ultimo conflitto, attraverso le testimonianze dirette portate da Laura Quagliolo e da Antonella Scifo.
Laura Quagliolo, che fa parte di Donne in nero, è stata diverse volte in Afghanistan e in Pakistan e dal 1999 si occupa della condizione delle donne afgane; Laura ha potuto vedere di persona che « tutti gli obiettivi dichiarati prima della guerra, come la liberazione dal fondamentalismo religioso, la democrazia, la rinascita economica del paese, servivano solo per giustificare agli occhi del mondo i bombardamenti»
In realtà, la condizione del paese è cambiata di poco; un esempio è dato dalla vicenda del Ministero degli affari femminili, in cui «la ministra, appartenente ad Hawka, una associazione femminile afgana, e di idee democratiche, è continuamente minacciata, non da agenti esterni, ma all'interno del governo.- testimonia Laura Quagliolo- Questo è un esempio per illustrare quale sia la condizione delle donne; portano il burqa, anche per la tradizione, ma anche perché hanno bisogno di sentirsi protette; gli stupri sono all'ordine del giorno»
La situazione i Afghanistan è resa ancora più problematica dal fatto che «il paese è in guerra da 26 anni- ricorda Laura Quagliolo- il conflitto è iniziato con l'invasione sovietica, che è durata 10 anni e che ha prodotto 1,5 milioni di morti, 3,5 milioni di rifugiati e una devastazione del territorio spaventosa»
L'Afghanistan è ancora oggi uno dei paesi più minati della terra; ci sono circa 10 milioni di mine per una popolazione di 25 milioni di persone, quindi «pare che ogni ora ci sia una persona che salta su una mina. Ho conosciuto un'associazione di sminatori afgani- continua Quagliolo- che tengono anche corsi per la popolazione per far capire i rischi delle mine»; la popolazione afgana è per lo più dedita all'agricoltura e alla pastorizia e il rischio di trovare una mina nei campi o nei pascoli è molto elevato.
«La situazione non è stata certo migliorata dai bombardamenti americani- ha proseguito Quagliolo- perché sono state sganciate bombe a frammentazione che lasciavano sul terreno frammenti gialli esplosivi che venivano scambiati per sacchetti di razioni alimentari o per oggetti da raccogliere»
I sovietici hanno cominciato lo sminamento; dopo i sovietici «si sono alternate due facce diverse della stessa medaglia». Prima c'era l'Alleanza del nord finanziata dagli Stati uniti, dalla Francia, dall'Arabia Saudita che è riuscita a cacciare i sovietici grazie alle armi e ai soldi dell'occidente; arrivati al potere, in quattro anni hanno raso al suolo Kabul sono stati i primi a imporre il burqa, a istituire restrizioni per le donne e a violentarle sistematicamente.
Dopo sono arrivati al potere i Talebani, sempre finanziati dall'occidente, per cercare di riportare un po' d'ordine nei conflitti che si erano scatenati tra le varie etnie dell'Alleanza del nord; secondo Laura Quagliolo «abbiamo pagato Bin Laden perché là tornasse un po' di ordine» Controllare il territorio afgano è molto importante per l'occidente, anche se l'Afghanistan non ha pozzi petroliferi o giacimenti di gas naturale: il paese occupa una posizione strategica dal punto di vista geopolitico, anche per la sua vicinanza all'Asia.
Dopo l'attentato alle torri gemelle «si è reso necessario punire le persone che erano state pagate per riportare l'ordine- ha detto Quagliolo- prendendo come scusa la liberazione delle donne, la ricostruzione economica del paese; i. risultato è quello che abbiamo oggi: il ritorno al potere dell'Alleanza del nord».
In realtà, il controllo del governo centrale arriva a malapena a coprire Kabul; in tutto il paese ci sono lotte per il controllo del territorio tra gli eserciti privati degli appartenenti all'Alleanza.
I Talebani, poi, non sono spariti nel nulla, si trovano al confine con il Pakistan e «il governo americano sta ricominciando a trattare con loro» per trovare un modo per convivere nelle zone controllate dai Talebani.
In questo contesto politico e sociale si inseriscono le attività delle Donne in nero.
Le Donne in nero, dal 1999, collaboraro con Hawca e Rawa, due associazioni di donne afgane nate per rivendicare i diritti femminili. Queste associazioni «non sono mosse solo dallo spirito umanitario, hanno idee democratiche e si sono costituite Organizzazioni non governative (Ong); non possono dichiarare la loro posizione, devono lavorare clandestinamente perché rischiano per quello che fanno e dicono» ha affermato Laura Quagliolo.
Le due associazioni hanno anche fondato delle scuole, perché è molto importante in segnare a leggere e scrivere alla popolazione in un paese dove c'è un tasso di analfabetismo dell'87%; Quagliolo ha ricordato che l'alfabetizzazione «è l'arma migliore che possiamo dare alle donne, per prendere coscienza dei loro diritti. Ma come facevano le donne di Rawa a portare le donne a scuola? Davano un chilo di riso alla settimana a tutti i mariti che mandavano a scuola la moglie; io e le Donne in nero sosteniamo queste iniziative perché crediamo fermamente che si debbano appoggiare tutte quelle realtà delle associazioni, quelle microcellule che portano un'idea di pace e democrazia»
Nel 2004 in Afghanistan sono previste elezioni democratiche; Donne in nero ha chiesto alle donne di Rawa cosa ne pensassero e la risposta è stata che secondo loro i giochi sono fatti, però ci sono tanti democratici, tanti intellettuali che si rivolgono anche a loro per cercare finanziamenti per le candidature; i soldi non ci sono, ma queste persone potrebbero essere delle voci democratiche nel paese, ma la strada verso la democrazia è un percorso lungo di cui loro probabilmente non vedranno i frutti.
Antonella Scifo fa parte di Intersos, una ong con cui ha maturato un'esperienza in Afghanistan in un campo profughi dal novembre 2002 al giugno 2003; Intrsos opera sostanzialmente su due fronti; quello umanitario e quello dello sminamento.
«Ho lavorato con la popolazione afgana in un campo profughi a 35 chilometri da Kandahar, la capitale delle province del sud, che è stata la zona con la più alta concentrazione di Talebani- ha detto Antonella Scifo- Il campo è nato nel luglio del 2002, dopo la chiusura della frontiera del Pakistan, ad opera delle Nazioni unite.»
Il campo è stato organizzato in 12 settori perché i profughi non sarebbero potuti tornare alle loro terre per molto tempo, quindi questa soluzione sarebbe potuta diventare una sistemazione definitiva anche se «il governo non avrebbe mai accettato di dichiararlo ufficialmente» ha dichiarato Antonella Scifo.
Per ogni famiglia che arrivava al campo veniva messo a disposizione un pezzetto di terra, una tenda, dei kit per costruire una latrina provvisoria e una prima razione di cibo.
Il significato del progetto, comunque, è quello di «aiutarli a ricostruire una vita sociale- ha affermato Scifo- se loro avessero costruito una casa in muratura e delle latrine, sarebbero stati appoggiati dalle Nazioni unite con un kit per costruire il tetto; è stato un invito abbastanza pressante per rendere le condizioni di vita il più igieniche e il più accettabili possibile».
I microvillaggi nel campo sono stati costruiti rispettando le aree di provenienza dei profughi per ridurre i conflitti etnici; nel periodo in cui è stata al campo, Antonella Scifo non ha ravvisato grossi problemi di questo tipo, perché, a suo parere «dietro conflitti di questo tipo ci sono i problemi di approvvigionamento»
Intersos ha gestito il campo, facendo da intermediario tra i profughi e le Nazioni unite; si è cercato di riformare una struttura sociale eleggendo un consiglio di anziani formato da rappresentanti scelti dagli abitanti del campo, che si riuniva settimanalmente col personale di Intersos per discutere dei problemi del campo.
In seguito, sono stati creati altri due consigli, uno formato da donne e l'altro composto da bambini.
Ci sono stati molti problemi da affrontare nello svolgere le attività al campo; secondo quanto ha detto Antonella Scifo «molte persone vivono da anni nei campi profughi, alcuni bambini sono nati all'interno del campo e non conoscono nessun altro tipo di vita» quindi tra i profughi si riscontrano dipendenza dagli aiuti materiali, incapacità di costruirsi un futuro e diminuzione della dignità personale.
Visto che «dare cibo, tende e cherosene a pioggia è facile, ridare dignità è un lavoro più complesso», al campo si è cercato di coinvolgere attivamente la popolazione, per ridare loro fiducia; molto importante da questo punto di vista è stato il contributo del personale locale.
Un esempio positivo di collaborazione attiva è stato il coinvolgimento dei bambini nelle decisioni, seguendo l'esempio di Save the children, un'associazione inglese che ha svolto il progetto Siamo il futuro dell'Afghanistan, per fare partecipi i bambini e gli adolescenti nella costruzione dell'Afghanistan del futuro.
«Sono stati coinvolti una ventina di bambini del campo- ha detto Scifo- per far loro decidere su quale attività volessero lavorare; con una consultazione diffusa a tutto il campo, i bambini hanno deciso di organizzare un corso di inglese»; ogni problema legato a questa attività è stato affrontato e risolto dai bambini.
Questo modello è stato applicato anche alle altre attività del campo. «I nostri incontri con gli anziani- ha riferito Scifo- hanno smesso di essere un elenco di lamentele; i bambini hanno esposto il loro progetto e da quel momento anche gli adulti hanno cominciato ad affrontare i problemi in modo attivo e propositivo».
«Noi abbiamo avuto la fortuna di avere a disposizione un periodo lungo per lavorare e questo lavoro ha dato dei frutti- Ha concluso Antonella Scifo- Io ho avuto l'impressione, quando sono partita, che le persone del campo non fossero le stesse persone. Il messaggio che volevo dare questa sera è che ci sono cose che si possono fare diversamente se si è consapevoli di errori che non vanno fatti: planare in un paese pensando prima lo sfascio, poi gli fornisco la sopravvivenza pura non dà nessun risultato».
Sempre in tema di profughi, Celeste Grossi ha concluso ricordando che «ci sono luoghi della terra come la Palestina in cui vivono persone che sono profughi dal 1948, che passano la vita intera in un campo e non hanno prospettive per il futuro»
Un'altra ferita aperta è rappresentata dai Balcani, dove gli aiuti umanitari favoriscono l'americanizzazione della cultura.
L'argomento trattato ha offerto diversi spunti per il dibattito che ha seguito la conferenza; Laura Quagliolo ha chiesto fino a quando sarebbe durato il progetto di Intersos; Antonella Scifo ha precisato che è un progetto complesso, integrato con altre iniziative, che danno ai profughi la possibilità di avere un introito lavorando; il progetto continuerà fino alla fine del 2003 «poi, se si è lavorato bene i progetti possono andare avanti; sarà proposto qualcosa che vada oltre la sopravvivenza di base, che siano progetti per lo sviluppo.
Ci si è anche chiesti il motivo per cui i bambini hanno scelto il corso di inglese; secondo Antonella Scifo, l'inglese viene visto come una possibilità in più, anche per andare via, per viaggiare.
È stato posto anche il problema dei finanziamenti: è stato chiesto come mai la maggior parte dei fondi vengono erogati alle Ong e non direttamente al governo afgano; Antonella Scifo ha affermato che questo è un grosso problema, molto complesso; Innanzitutto c'è un problema di formazione dei governanti locali; inoltre ci sono stati tentativi di finanziare Ong locali che sono falliti completamente; le Ong internazionali si impegnano a formare la popolazione, in modo da lasciare gente più preparata nel paese.
È stato anche sollevata la questione di che opinione ha la popolazione dei soldati; Antonella Scifo ha detto che nel sud del paese, a Kandahar, non c'è una buona opinione dei soldati americani: «la popolazione non è ostile nei loro confronti, ma non ne hanno stima».
A Kabul, invece, secondo la testimonianza di Laura Quagliolo, i soldati del contingente di pace sono molto apprezzati, perché «garantiscono quel poco di sicurezza che c'è in città».
L'ultima riflessione venuta dal pubblico ha riguardato la responsabilità anche indiretta dell'occidente nei conflitti per la produzione di armi e i finanziamenti ai cosiddetti signori della guerra.
Laura Quagliolo ha anche ricordato che l'associazione Rawa chiede, per prima cosa, all'occidente di disarmare gli eserciti dei signori della guerra: «Se non si smina il territorio e non si disarma, non c'è possibilità di vita civile». [Lara Terraneo, ecoinformazioni]