AFSHAR 1993
TPASSATO
E PRESENTE DI UN MASSACRO CHE NON HA AVUTO GIUSTIZIA. ANCORA TESTIMONIANZE
RACCOLTE DALLA DELEGAZIONE DI AGOSTO DEL COORDINAMENTO ITALIANO
A SOSTEGNO DI RAWA
ottobre 2004, di A.F.
Migliaia diafghani morirono nel corso del 1993 durante la guerra civile che ebbe come principale terreno di scontro il quartiere hazara di Afshar, a Kabul Ovest. Le motivazioni e le strategie della guerra rimangono largamente oscure, includendo istanze politiche, faide tribali, lotte per il controllo del traffico dell'oppio, scontri religiosi attorno a diverse declinazioni del fondamentalismo islamico, vendette personali.
I massacri peggiori avvenirono nel mese di febbraio e tra novembre e dicembre, quando un susseguirsi di attacchi missilistici, saccheggi, incursioni, stupri e rapimenti costrinse gli abitanti del quartiere a rimanere per settimane barricati in casa in preda al terrore, senza cibo né acqua né legna da bruciare. Alcuni riuscirono a fuggire, percorrendo la strada di montagna che porta al Kyber Pass verso il Pakistan, a piedi, senza viveri, nel gelo dell'inverno afghano. Altri furono rapiti, costretti a lavori forzati, venduti come merce da una fazione all'altra.La documentazione di Human Rights Watch e Amnesty International si riferisce soprattutto ai violentissimi scontri dell'11 febbraio 1993. Atrocità difficili da descrivere furono commesse dalle fazioni di Shura-e Nazar, il partito armato di Massoud, alleato con Abdul Rasul Sayyaf di Ittehad-e Islami, e dalla rivale Hezb-e Wahdat. Le relazioni riferiscono stupri di massa, rapimenti, torture e massacri di combattenti e civili.
"L'11 febbraio 1993 le forze di Massoud e Sayyaf invasero il quartiere hazara di Afshar, a Kabul, uccidendo - in base a stime locali - circa 1000 civili, compresi anziani, donne, bambini, e perfino i cani, gettando poi i corpi nei pozzi." [The Guardian, 16 novembre 2001]I due testimoni incontrati riferiscono invece dei fatti dell'inverno seguente.
L'ANZIANO HAZARA
Alla fine di novembre, Kabul si trovava così divisa: Massoud aveva il controllo dei quartieri denominati Koh Talveson, Bagh Bala, Karte Parwan e il Selo; mentre la fazione hazara di Hezb-e Wahdat, guidata da Mazari, era insediata nella zona universitaria, ad Afshar e nei quartieri detti Karte 3 e 4.
La scintilla che fece esplodere la feroce battaglia tra le due fazioni nemiche fu l'uccisione di uno dei comandanti di Massoud, Gul Hedar. Hezb-e Wahdat, accusata dell'assassinio, rispose che Shura-e Nazar, la formazione amministrativa e politica guidata da Massoud, stava tentando di invadere le zone controllate dagli hazara. Si unì a Hezb-e Wahdat anche il partito di Dostum, Jumbish-e Islami.
Ahmad Shah Massoud chiamò 15.000 uomini da Shamili e li schierò a Kher Khana.Il testimone ricorda che il primo giorno di combattimenti circa 20 persone, donne e bambini furono uccisi vicino alla sua casa. Erano usciti alla ricerca di cibo e furono colpiti da un missile di Massoud.
Dopo vari giorni di guerra sanguinosa, Hazb-e Wahdat strappò al nemico Selo e Pul Takhnek. Gli uomini di Hezb-e Wahdat infierirono sui tagiki sconfitti tagliando loro la testa.
Quando Shora-e Nazar conquistò Afshar, gli uomini di Massoud uccisero tutti gli uomini hazara, stuprarono e uccisero le donne e ammazzarono perfino gli animali che trovarono.
Hezb-e Islami, la fazione di Gulbuddin Hekmaryar, non combattè sul terreno, ma lanciò missili su Kabul e uccise migliaia di persone.
Quell'anno l'inverno era particolarmente rigido. Non si trovava né pane né legna da bruciare. Nonostante queste condizioni, la gente di Afshar doveva preoccuparsi prima di tutto di scampare ai missili e fuggire dalle milizie nemiche, spostandosi continuamente da un posto all'altro.L'INSEGNANTE RAPITO
"Avrei molte cose da dire su quei criminali, ma mi limiterò a riferirvi esattamente quello che successe a me."
Ai tempi dei fatti rievocati, il testimone, un insegnante di etnia pashtun di 48 anni, abitava a Afshar, sobborgo di Kabul a predominanza etnica hazara. "Non avevo nessun rapporto con i comandanti o i militari."Era il 1993. Per mesi Afshar fu al centro degli scontri tra Shura-e Nazar, l'organizzazione amministrativa e militare di Massoud, e Hezb-e Wahdat, il principale partito sciita composto principalmente di militanti di etnia hazara.
Dopo una settimana di intensi combattimenti, in cui Afshar fu costantemente sotto il tiro dei missili delle due fazioni (che erano appostate ai due lati opposti del sobborgo), venne un momento di tregua. L'insegnante, che non era mai uscito di casa per una settimana per non correre il pericolo di essere colpito, andò finalmente al bazar per comprare qualche genere alimentare. Uscì con un amico che viveva con lui nella stessa casa.
Passò davanti al checkpoint, dove lo conoscevano bene, perché quella era la strada che faceva ogni giorno.
Sulla via del ritorno tuttavia, quando fu di nuovo davanti al checkpoint, i soldati fermarono e trattennero il suo amico; a lui dissero che poteva andare. Ma l'insegnante pensò che non poteva tornare a casa da solo. Quello era il suo amico, che abitava nella stessa casa. Se fosse tornato senza di lui, i suoi figli gli avrebbero chiesto che cosa fosse successo. E lui che cosa avrebbe dovuto dire?
Allora si avvicinò ai jehadi [combattenti, ndr] del checkpoint per cercare di convincerli a lasciare andare l'amico.
I jehadi avevano capito dal copricapo che il suo amico era pashtun. Quando seppero che anche l'insegnante è pashtun, gli intimarono di fermarsi là e lo spinsero con il suo amico in una latrina lì nei pressi. Era pomeriggio.Primo giorno
La latrina era piccolissima e dentro c'erano già circa 30 persone. Erano tutti ammassati l'uno sull'altro.
A un certo punto vennero i jehadi, li perquisirono e presero tutto quello che trovarono nelle tasche, denaro e altro.
Dissero che avrebbero scritto i loro nomi in una lista, con le relative professioni, perché se fossero stati uccisi, almeno con la lista si sarebbe potuto sapere di chi erano i corpi.Ma dopo poco dissero all'insegnante e al suo amico che li avrebbero portati in un altro posto. Tennero loro gli occhi chiusi e li portatono in uno stanzone buio, una specie di cantina impregnata di odore di olio di macchine. "Non era un posto per esseri umani: era un posto disgustoso." L'insegnante si guardò attorno: erano in tutto 15 persone.
I soldati chiusero la porta a chiave. Dopo qualche ora, forse verso le 22, tornarono e passarono in rassegna attentamente i prigionieri uno per uno, insultandoli e maltrattandoli. Poi dissero che 5 di loro dovevano seguirli fuori dallo stanzone. Nessuno voleva farsi avanti, perché tutti temevano che i 5 sarebbero stati uccisi. Allora un jehadi, urlando e insultandoli, scelse 5 giovani, indicandoli uno a uno. Erano i più giovani del gruppo.
Tutti erano terrorizzati per i 5 che erano usciti. Aspettavano i colpi degli spari dell'esecuzione. Ma non si sentì nulla.
La notte verso le 3 tornarono i giovani, in pessime condizioni, pieni di ferite. Nessuno osava chiedere loro che cosa fosse successo perché i jehadi stavano là nelle vicinanze e potevano sentirli. Erano stati picchiati così selvaggemente che continuavano a lamentarsi e a urlare di dolore. I jehadi li avevano costretti a prendere delle casse pesantissime piene di armi e equipaggiamenti di guerra che erano nello stanzone e a portarle sulla montagna. Le loro gambe non li reggevano più e le braccia erano doloranti. I giovani entrarono nello stanzone e caddero a terra.
Al mattino presto, uno dei prigionieri si alzò e urlò ai jehadi, fuori, che era l'ora della preghiera e lui voleva pregare. Ma un soldato rispose insultandolo e dicendo che là non erano in una moschera. Lo coprì di ingiurie e gli impedì di pregare. Poi richiuse la porta e non la riaprì che quando il sole era alto.Secondo giorno
Al sorgere del sole i prigionieri chiesero di potere andare al gabinetto: erano esseri umani, non potevano essere trattati come bestie. I Jehadi gridarono loro di stare calmi e li insultarono. Poi permisero di uscire e andare al gabinetto per 10 minuti. Le 5 persone che erano ferite non riuscirono a alzarsi.
Quando tutti furono rientrati, i jehadi sprangarono di nuovo la porta. Ma alle 10 di mattina si affacciarono di nuovo nello stanzone e entrarono. L'uomo testimone, che era insegnante e sapeva di potere tentare di fare valere la sua posizione, provò a parlare con i jehadi e chiese loro perché li avevano chiusi in quello stanzone. GLi risposero che era a causa della guerra in corso tra Shura-e Nazar (la fazione di Massoud) e Sayyaf (leader del partito Ittihad-e Islami) contro la fazione Hezb-e Wahadat di Abdul Ali Mazari. Massoud era venuto in aiuto di Sayyaf contro la fazione hazara di Wahdat. Loro, l'insegnante e il suo amico, erano stati presi dai jehadi hazara di Wahdat in quanto pashtun e sarebbero rimasti là finché la guerra fosse finita. I jehadi stavano facendo di tutto per metterli in una condizione psicologica di terrore.
Il testimone pensa ora che probabilmente lui e il suo amico erano stati catturati e trattenuti inizialmente da comandanti di Massoud per essere merce di scambio per eventuali patti con i comandanti di Wahdat. E così infatti doveva essere successo. Dovevano essere stati venduti e consegnati ai jehadi di Wahdat, che li avevano tirati fuori dalla latrina e portati nello stanzone buio, dove si trovavano altri hazara.I prigionieri erano esausti. Da quando erano stati catturati non avevano mai mangiato. Avevano visto i loro carcerieri mangiare buon cibo e gettare i resti e gli scarti ai cani. E poi raccogliere quello che i cani avevano avanzato e portarlo a loro. Era stato disgustoso, ma poiché erano affamati lo avevano mangiato. Ora avevano molta sete e chiesero dell'acqua. Ma uno di loro ricordò che l'acqua passata dai jehadi sarebbe stata sicuramente sporca e li avrebbe fatti stare peggio.
Alle 22 un jehadi entrò e disse che se volevano bere sarebbero dovuti uscire. I prigionieri uscirono dunque dallo stanzone e videro che i jehadi erano schierati l'uno accanto all'altro con i fucili puntati. Pensarono che era giunto il momento dell'esecuzione. I jehadi diedero ordine di camminare e disporsi davanti a loro guardando a terra. Tutti erano convinti che sarebbero stati uccisi e aspettavano il colpo di fucile. Ma nessuno sparò. Rimasero là 15 minuti senza che nulla accadesse. Poi un jehadi si avvinò a un altro e gli disse qualcosa nell'orecchio, dopodiché qualcuno ordinò ai prigionieri di tornare nello stanzone.
Più tardi due jehadi vennero nello stanzone e dissero che di nuovo volevano 5 volontari che uscissero con loro. Nessuno voleva andarci e tutti stavano zitti. I jehadi si infuriarono e dissero che se nessuno si fosse fatto avanti volontariamente avrebbero costretto tutti quanti ad andare con loro. I prigionieri chiesero almeno di lasciare nello stanzone due dei giovani feriti che erano usciti la notte precedente e non riuscivano ad alzarsi da terra. I jehadi acconsentirono e ordinarono agli altri 13 di uscire dallo stanzone. Mentre stava uscendo, l'insegnante chiede a un jehadi di lasciarlo stare là, insieme al suo amico, perché loro due erano troppo vecchi e non sarebbero riusciti a fare lavori pesanti. Il jehadi acconsentì e permise loro di rimanere nello stanzone.
Alle 3 di notte i prigionieri ritornarono, feriti e sfiniti. Gridavano dal dolore. Avevano portato casse di munizioni e armi sulle montagne. Lungo la marcia sulla montagna erano stati picchiati ogni volta che si erano fermati.Terzo giorno
Durante il giorno non accadde nulla, ma la notte seguente i jehadi tornarono nello stanzone e li fecero uscire tutti. Fuori dallo stanzone videro che era stata scavata una grossa fossa. Dovettero mettersi tutti in fila sul bordo della fossa con la schiena rivolta ai jehadi, che erano schierati con le armi puntate. Ancora una volta, i prigionieri pensarono che fosse arrivato il momento dell'esecuzione. Ma per 15 minuti non accadde nulla. Poi si sentì uno sparo lontano e i jehadi dissero che la battaglia stava riprendendo. I prigionieri furono fatti scendere nello stanzone. In quella notte i prigionieri non furono costretti a portare le casse di munizioni sulla montagna.Quarto giorno
Il giorno dopo, la battaglia sembrava finita. Tutto si ripetè come i giorni precedenti. I prigionieri sentirono la notizia, dai jehadi, che sarebbero stati di nuovo scambiati e dati a un'altra fazione, quella di Sayyaf.Il figlio dell'insegnante
Intanto, il figlio dell'insegnante, che allora era studente, si dava da fare per trovare il padre. Andò da un comandante di Wahdat che si chiamava Saeed Jaglan e gli chiese di darli una lettera da portare a chi teneva prigioniero il padre che ne ordinasse la liberazione. Il comandante acconsentì e gli diede un biglietto con questi ordini. Il ragazzo andò dal comandante hazara dove il padre era prigioniero. Ma i jehadi non considerarono la lettera e non esaudirono la sua richiesta.
Il ragazzo tornò allora al comandante Saeed Jaglan e gli disse che non avevano dato retta ai suoi ordini. Saeed Jaglan gli disse che a questo punto non poteva fare più nulla, essendo l'altro comandante un pari grado con lui.
Il ragazzo stava uscendo dall'uffico quando Saeed Jaglan lo fermò e gli disse che gli avrebbe proposto un'altra soluzione. Gli disse che c'erano due suoi uomini prigionieri da Sayyaf, mentre lui, di Wahdat, aveva prigionieri il padre e l'amico del padre, entrambi pashtun. Se il ragazzo fosse riuscito a fare liberare i due hazara prigionieri da Sayyaf, che erano nipoti di Saeed Jaglan, lui avrebbe fatto liberare il padre e il suo amico. Gli diede il nome dei due hazara da fare liberare e lo fece accompagnare da due hazara, uno dei quali era il padre dei due prigionieri. Quando raggiunsero il comandante di Sayyaf, questi ascoltò la loro proposta, ma invece di accettare lo scambio prese i due hazara che accompagnavano il ragazzo, li fece picchiare selvaggiamente e portare via.
Il ragazzo tornò da Saeed Jaglan e raccontò quanto accaduto. Tornò poi dal comandante di Sayyaf e gli disse che facendo così non avrebbe ottenuto la liberazione di due pashtun, suo padre e dell'amico. Allora il comandante si convinse a liberare i due hazara che avevano accompagnato il ragazzo; ma non gli consegnò i due nipoti di Saeed Jaglan.
Il ragazzo, mentre andava da Saeed Jaglan, si rese conto che non sarebbe riuscito a convincerlo a liberare suo padre e il suo amico, perché i due nipoti non erano stati liberati. Allora si nascose in un posto poco distante e lasciò passare un po' di tempo. Poi tornò dal comandante di Sayyaf e gli disse, mentendo, che Saeed Jaglan aveva liberato suo padre e l'amico, per cui ora lui avrebbe dovuto lasciare andare i due ragazzi. Il comandante accettò. Così il ragazzo tornò da Saeed Jaglan con i due nipoti e ottenne la liberazione di suo padre e del suo amico.L'uomo testimone era terrorizzato quando i jehadi entrarono nello stanzone e lo chiamarono per nome. Ma quando uscì e vide il figlio si sentì sollevato e pensò che forse era veramente tutto finito. Un jehadi gli chiese che cosa avesse con sé quando era stato catturato e lui rispose che aveva un orologio e un anello. Il jehadi spiegò che il soldato che aveva preso questi oggetti ora non era là, ma che se l'insegnante voleva tornare in un altro momento, avrebbe riavuto tutto. Ovviamente il padre pensò che una volta lontano da quel posto orribile mai più ci avrebbe rimesso piede, e se ne andò con il figlio e l'amico.
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"Questa è stata la mia storia. Ma conosco altre storie simili." L'insegnante ricorda un fatto accaduto una o due settimane più tardi.
Conosceva un uomo che era capo di un clan di nomadi. Si chiama Ashraf-Ahmad Zai e collaborava con Najibullah, il presidente del Puppet Regime [il cosiddetto regime fantoccio filosovietico]. Ma aveva anche rapporti con Massoud. La sua casa era a Karte Parwan a Kabul e dietro casa sua c'era la casa di un comandante di Massoud. Un giorno invitò il comandante a casa sua per pranzo. Preparò un grande pranzo, abbondante e sano. Ma dopo il pranzo il comandante disse di sentirsi male. Ashraf pensò che il comandante faceva questo perché voleva del denaro, non certo perché qualche cibo fosse avariato. Il comandante se ne andò via molto arrabbiato e il giorno dopo venne alla casa di Ashraf, mentre questi era assente, e portò via tutto. Il comandante si chiamava Rasul. Attualmente è in carica a Chamali.Vicino alla casa c'era un checkpoint. Massoud aveva mandato una lettera a Rasul ordinandogli di rispettare e proteggere Ashraf. Ma il comandante aveva attaccato e depredato la casa di Ashraf ugualmente e i suoi uomini non avevano potuto fare niente.
Ashraf andò a lamentarsi da Massoud, che gli promise che gli avrebbe fatto restituire tutto. Ma questo non accadde e Ashraf capì che aveva perso ogni protezione. Nei giorni seguenti crebbe la paura di essere ucciso finché, dopo circa un mese, decise di fuggire con la sua famiglia in Pakistan.
Probabilmente Massoud lo aveva protetto perché pensava che gli potesse essere utile. Ma dopo l'incidente con Rasul, non potendo punire un suo comandante, aveva dovuto cambiare posizione.