MARZO 2005: DELEGAZIONE
ITALIANA IN PAKISTAN ED IN AFGHANISTAN
aprile2005, di Graziella
Longoni delle Donne in Nero
Domenica 20 marzo 2005 è rientrata in Italia la delegazione formata da diverse Associazioni e Istituzioni italiane, che si è recata in Pakistan e in Afghanistan per incontrare le attiviste di Rawa, associazione di donne afghane seriamente impegnate, dal 1977, nella ricostituzione del proprio paese alla luce della democrazia e dei diritti umani e nella denuncia del fondamentalismo politico e della mentalità patriarcale che cancella le donne come soggetto per ridurle a puro oggetto di proprietà dell'uomo, nega loro il diritto all'istruzione, al lavoro, alla cura della salute, le imprigiona nel privato della casa, dove vivono in condizioni di servitù e subiscono violenze di ogni genere e le costringe a coprirsi il volto e il corpo quando devono attraversare lo spazio pubblico dominato dal potere maschile.
Nelle due settimane di permanenza abbiamo visitato scuole, orfanotrofi, ambulatori medici, campi profughi gestiti da Rawa, ma anche ospedali e corsi di computer gestiti da Opawc, una ong afghana che fa capo a Malalai Joya, rappresentante alla Loya Jirga (assemblea generale di tutte le etnie) della provincia di Farah, il rifugio delle donne maltrattate gestito dal Hawca, altra ong afghana e abbiamo incontrato i rappresentanti del partito democratico Hambastaghi, nelle cui liste si candideranno, come indipendenti, le donne di Rawa in vista delle prossime elezioni parlamentari e il direttore del giornale Rozgaran impegnato a raccontare la verità sull'Afghanistan del dopo Talebani.
L'incontro con le donne afghane è un'esperienza di grande coinvolgimento e di profondo arricchimento che riesce a trasformare il nostro sguardo sul mondo e a sollecitare una solidarietà capace di mettere in primo piano il bene della pace come condizione necessaria per costruire una speranza di futuro per l'umanità intera.
La loro determinazione a cambiare l'ordine delle cose, a migliorare la qualità delle vita di un popolo reso vittima da insensate logiche di potenza, il grande rispetto per la persona, l'impegno a soddisfare i bisogni primari, l'attenzione premurosa rivolta alle donne e ai bambini resi orfani da guerre brutali che hanno creato migliaia di profughi, distrutto case, minato terreni rendendoli improduttivi e pericolosi per l'incolumità di chi li percorre, l'impegno politico, assunto a rischio della propria vita, nel denunciare i crimini contro l'umanità compiuti dai signori della guerra che tuttora minacciano il futuro dell'Afghanistan, rappresentano gli elementi fondanti di uno stile di lavoro con l'altro/a e per l'altro/a in grado di attivare un processo di cambiamento all'interno della società nel suo insieme.
Nazifa, una donna di Farah che ha frequentato la scuola di alfabetizzazione di Rawa, diceva che le donne scolarizzate hanno potuto comprendere il valore dei diritti umani e questo ha contribuito moltissimo a cambiare la loro mentalità. Il loro cambiamento si è ripercosso all'interno delle loro famiglie, ha coinvolto anche i loro mariti e i loro figli e si è allargato alla società intera tanto è vero che molti uomini oggi sono impegnati nella costruzione di una vera democrazia e lottano a fianco delle donne che ora escono di casa per manifestare e far sentire la loro voce.
Questo risveglio avviene però all'interno di una situazione che rimane precaria e difficile. Non bisogna dimenticare infatti che delle 34 province dell'Afghanistan solo 4 sono rette da governatori democratici e dei 265 distretti solo 10 sono retti da democratici, il resto è controllato dai signori della guerra e dalle loro milizie.
La nostra delegazione ha fatto tappa a Rawalpindi, in Pakistan, dove ha potuto vedere che l'Ospedale Malalai, orgoglio di Rawa e unica struttura efficace in grado di curare i profughi afghani, è stato smantellato per mancanza di fondi e sostituito con un piccolo ambulatorio che cura solo donne e bambini.
Anche il campo profughi di Khewa sta perdendo l'ambulatorio medico e, siccome non può essere lasciato senza assistenza sanitaria, c'è il rischio che l'ambulatorio di Rawalpindi venga spostato a Khewa con grave danno per le donne e i bambini che vi fanno riferimento.
Questo ridimensionamento riguarda anche i due orfanotrofi, che hanno dovuto perdere alcuni locali perché i costi dell'affitto sono insostenibili.
Via terra abbiamo raggiunto Kabul, passando attraverso i bellissimi paesaggi della catena montuosa dell'Hindukush: corsi d'acqua impetuosi, vallate verdi racchiuse da montagne innevate, strade tortuose che si inerpicano e si inabissano continuamente, ma anche terreni minati e sminatori al lavoro e gruppi nomadi kuchi dai vestiti coloratissimi che portano al pascolo capre e pecore, rischiando di saltare per aria e di rimanere mutilati o di perdere la vita.
A Kabul abbiamo partecipato alla Giornata della donna, organizzata da Rawa. E' la prima volta, dopo decenni di guerra, che la capitale dell'Afghanistan accoglie un'iniziativa con un profondo significato rivoluzionario per la mentalità tradizionale dominante. La sala era piena di donne di ogni età, attente e partecipi ai discorsi delle varie oratrici e c'erano anche molti uomini che condividevano quel bisogno di riscatto e di democrazia che può trovare risposta solo in una società attenta alla realizzazione dei diritti umani.
La nostra delegazione ha portato il suo saluto e la sua solidarietà e ha dichiarato il suo impegno di vicinanza e di collaborazione con le donne e gli uomini afghani che amano la pace e lavorano con tenacia per trasformare il loro martoriato paese in un paese vivibile, dove ogni persona possa condurre un'esistenza dignitosa. E' stato molto commuovente sentirsi vicini alla parte migliore del popolo afghano in un abbraccio simbolico che esprimeva reciproco riconoscimento, reciproca gratitudine, speranza condivisa.
Uscendo nelle polverose e caotiche strade di Kabul, si resta colpiti dallo stridore dei contrasti. Kabul è un immenso cantiere, dovunque sorgono edifici moderni destinati a centri commerciali, uffici e ville sontuose protette da giardini e alti muri di cinta di proprietà dei signori della guerra, non ci sono tracce di edilizia popolare e i profughi, che stanno tornando, vagano senza dimora; molte donne coperte da burqa sporchi e consumati siedono per terra in mezzo al traffico, rischiando di essere investite mentre chiedono l'elemosina, spesso sono accompagnate da bambini magri, coi segni della leshmaniosi sul viso, che a loro volta chiedono l'elemosina.
La massiccia presenza degli occidentali ha innestato un processo inflattivo molto forte, gli affitti sono alle stelle e tutto ha costi molto elevati. Si approfondisce sempre di più il divario fra i pochi ricchi che possono permettersi ogni cosa e la folla di poveri che non possono permettersi quasi nulla.
Lasciata Kabul con tanti interrogativi e tanta preoccupazione, proseguiamo Il nostro viaggio per raggiungere la lontana provincia di Farah al confine con l'Iran.
Dopo aver fatto tappa ad Herat, abbiamo iniziato un lungo cammino; dieci ore di auto su una strada impossibile, spesso cancellata dalle mine, attraversando corsi d'acqua impetuosi, sobbalzando continuamente a causa delle buche profonde, cercando percorsi tra campi e terre sassose in uno scenario da mozzafiato, dove il deserto incontra montagne rocciose e a tratti ospita villaggi con povere case di fango dal tetto a cupola, senza elettricità, né servizi sanitari, né scuole, dove l'aridità è interrotta dall'acqua che sgorga e infanga ogni cosa, dove i dromedari passeggiano lenti e solitari e i pastori seduti, assorti in un silenzio che amplifica il senso dello spazio, guardano il cielo infuocato del tramonto.
A Farah City siamo state accolte con grande gioia dalle donne di Rawa e dai loro supporter. Ci aspettavano da una settimana, non vedevano l'ora di incontrarci.
La loro ospitalità era davvero commuovente: tutto il meglio, di cui potevano disporre, era per noi. Un grande desiderio di comunicare, di conoscerci e di farsi conoscere, un'affettività calda e rispettosa ci circondava e ci proteggeva. Di sera, nel cortiletto interno della casa che ci ospitava, sotto un cielo stellato e uno spicchio orizzontale di luna luminosissima, rispondendo alla loro curiosità, abbiamo parlato di noi, delle nostre famiglie, dei figli e dei mariti con i ragazzi, gli uomini che sostengono Rawa, le donne e le nostre premurose guardie del corpo che non avevano nulla di militaresco.
C'era un clima di amicizia, un clima di grande familiarità, come se ci conoscessimo da sempre e ci ritrovassimo dopo un periodo di lontananza.
Il giorno dopo abbiamo visitato, nel villaggio di Rokhin, la Danish School di Rawa, frequentata da 150 bambine e ragazze, che ci hanno salutato, recitando poesie e cantando canzoni che parlavano dell'amore del popolo afghano per la sua terra, la sua patria.
Accompagnato da una decina di anziani, riconosciuti come i saggi del villaggio, il capo del villaggio, un uomo alto, dal portamento regale, con un viso intenso, rappresentante alla Loya Jirga, è venuto alla scuola per darci il benvenuto e ci ha condotto poi a vedere i tre canali che Rawa ha fatto riparare, canali che porteranno acqua a più di quaranta mila persone e irrigheranno i campi, permettendo la coltivazione di grano e di ortaggi.
Sotto il sole cocente abbiamo ascoltato dalla sua voce calda e fiera la storia dolorosa dell'Afghanistan, dall'invasione sovietica ad oggi, e raccolto la sua preoccupazione per l'attuale situazione politica, che vede i signori della guerra, sostenuti dagli americani, ancora protagonisti.
"Se vogliamo un mondo di pace, non dobbiamo dimenticare che l'Afghanistan fa parte del mondo; dobbiamo disarmare i fondamentalisti signori della guerra, che controllano anche il traffico della droga, dobbiamo portarli davanti ad un tribunale internazionale in quanto responsabili di crimini contro l'umanità; sono loro infatti i veri destabilizzatori dell'area, quelli che gestivano i campi di addestramento per terroristi, quelli che vendono il nostro paese agli interessi di paesi stranieri che vogliono controllare l'Afghanistan per la sua posizione strategica".
Con queste parole ci ha salutato e ci ha chiesto di vigilare e di fare in modo che non ci si dimentichi dell'Afghanistan.
Nel pomeriggio abbiamo incontrato Malalai Joya e una rappresentanza di donne che l'aveva accolta, protetta e manifestato in sua difesa, quando è tornata dalla Loya Jirga, dove aveva denunciato i signori della guerra.
Malalai, che recentemente è venuta in Italia per ritirare il premio "Donna dell'anno 2004" attribuito dalla Regione della Val d'Aosta alla donna che si è distinta per il suo impegno in difesa dei diritti umani, è una giovane donna, dolcissima e determinata, che ha dedicato la sua vita al suo popolo, di cui si sente la portavoce. Il senso della sua vita sembra coincidere con l'impegno di liberazione e di emancipazione del suo paese, impegno che si è assunta in prima persona con uno spirito di sacrificio e di abnegazione che lascia senza parole.
Ha fondato Opawc, una ong che cerca di promuovere le capacità delle donne in un paese che da sempre le ha negate, ha aperto un ambulatorio medico che offre gratuitamente medicine e visite a donne e bambini.
Anche lei ha sottolineato le difficoltà economiche nel mantenere ciò che è stato avviato per rispondere ai bisogni della popolazione e ci ha detto che ciò è dovuto probabilmente al fatto che l'attenzione mondiale si sta spostando sulla tragedia dell'Iraq con il rischio che l'Afghanistan venga nuovamente dimenticato e abbandonato in mano ai fondamentalisti con conseguenze catastrofiche per il mondo intero.
Visitiamo anche i due orfanotrofi di Rawa che sono gestiti da una coppia uomo e donna - con funzioni genitoriali, dove si respira un clima familiare, accogliente, protettivo.
L'incontro con i bambini e le bambine è intenso: ci prendono per mano, ci recitano poesie, ci salutano con ampi sorrisi e noi non vorremmo separarci da loro.
Il giorno dopo rientriamo ad Herat, dopo aver ricevuto regali e abbracciato tutti coloro che ci hanno accolto, accompagnato, protetto, dato calore. Siamo stati insieme per breve tempo, ma l'esperienza di rapporto è stata così intensa che a fatica tratteniamo le lacrime.
Incomincia il nostro viaggio di ritorno in Italia.
Facciamo tappa a Herat, dove visitiamo la bellissima Moschea Blu. Per le vie della città, governata fino a qualche mese fa dal fondamentalista Ismail Khan, vediamo molte donne coperte dal burqa e da spessi chador neri; qui, lo scorso anno si sono date fuoco più di quaranta donne perché non potevano più sopportare la violenza del patriarcato che le riduce a cosa.
Torniamo a Kabul, dove Safura, insieme ad altre donne, ci offre un pranzo meraviglioso e ci saluta, chiedendoci di tornare presto. La commozione è incontenibile, sentiamo una stretta al cuore, mentre le abbracciamo e riceviamo cinque baci che ricambiamo con gli occhi lucidi.
Lasciamo l'Afghanistan alla volta del Pakistan, dove incontriamo nuovamente le donne di Rawa nel piccolo ambulatorio di Rawalpindi. Zoya, Maryam, Sohaila, Sharara, Danish e altre ci ringraziano, ci fanno le ultime raccomandazioni, ci ricordano le priorità nei progetti che abbiamo promesso di sostenere.
La profondità del loro sguardo, che racchiude tutto il dolore e la speranza di un popolo, il loro tenace impegno in difesa dei più deboli, il calore del loro affetto, la loro lucidità e la loro tenerezza entrano nella nostra mente e nei nostri cuori come una lezione di vita che ci fa sentire privilegiati per quanto abbiamo ricevuto e anche responsabili nei loro confronti perché ci rendiamo conto che il futuro del popolo afghano dipende anche da noi, dal nostro impegno a mantenere viva l'attenzione e a sostenere i loro progetti per la realizzazione dei diritti umani in un paese che ha tanto bisogno di pace e di normalità.