Una rondine non fa primavera
Alcune
amare riflessioni sul film "Quando sei nato non puoi più nasconderti"
di Marco Tullio Giordana. Di Di Cinzia Nachira. Distribuito nella mailing list
di Sinistra Critica (per iscriversi: sinistracritica-subscribe@yahoogroups.com).
Reds Giugno 2005.
Cari compagni e compagne, è
proprio vero: una rondine non fa primavera. Solo questa amara considerazione viene
spontanea dopo aver visto l'ultimo film di Marco Tullio Giordana. Ciò che
amareggia è che il regista de "I cento passi", dopo aver rifiutato
i luoghi comuni su una figura assai scomoda come quella di Peppino Impastato,
con l'ultimo lavoro invece non se ne faccia sfuggire neanche uno: dall'imprenditore
bresciano un po' rozzo, ma che offre lavoro e integrazione ai "poveri"
migranti che in coro lo incoraggiano a comprarsi la nuova auto molto costosa,
ma "se la merita" perché lui si ammazza di lavoro; al bambino,
figlio dello stesso imprenditore, che resta scioccato di fronte ad un migrante
che disperatamente cerca di comunicare -non si capisce con chi- da una cabina
telefonica rotta, sbraitando frasi disperate in una delle tante lingue africane,
che però, il “santo” bambino, riesce a ritenere correttamente;
alla caduta in aperto mediterraneo, sempre dello stesso bambino buon samaritano
un po’ sfigato, per emulare il padre che orina sottovento da una lussuosa
barca a vela, dell’amico avvocato razzista esplicito.
La lunghissima scena della notte passata dal bambino in mare, gridando la sua
disperazione al nulla, a molti ha fatto venire i brividi: scorrevano le immagini
mai mostrate, immaginabili, dei tanti bambini
migranti morti nel mediterranee dalla Kater i Rades a Porto Palo a Lampedusa .
Il salvataggio grazie all’intervento di uno scafista, siciliano o pugliese
dall’accento, con alcuni scrupoli, evidentemente;
la traversata su una carretta del mare come tante ce ne hanno mostrate, carica
di umanità disperata e umiliata. L’incontro con il rumeno buono che
gli offre consolazione e vestiti asciutti. La sorella di
quest’ultimo che per un bicchier d’acqua non riesce a rifiutare le
attenzioni morbose dello scafista, che non si trasformano in violenza bruta solo
perché gli occhi del “santo bambino italiano” si posano
indagatori sull’uomo. Ma poi? La bambina rumena gli rinfaccia l’atto
di bontà se uno attraversa il deserto e gli viene offerto un bicchier d’acqua
sporca, non ha alternative lo accetta. Chiaro?
L’arrivo, del tutto inverosimile, in Italia dove il bambino italiano ”sceglie”
di non avere privilegi e di seguire i due rumeni e tutti gli altri disperati in
un Cpt, di cui non si fa il nome, ma è chiaro che si
tratta del Regina Pacis. Anche la figura di Don Celso è tagliata su misura
su Don Cesare Lo Deserto. La descrizione del luogo, molto abbellito rispetto a
ciò che era ed è, è un miscuglio di bugie clamorose
(le tante gentilezze dedicate ai migranti, in primo luogo?) e falso pudore. Noi
italiani non possiamo che essere “brava gente”. Il famoso Don Celso
che fa di tutto per far uscire dal Cpt (galere etniche) la
coppia di rumeni che hanno fatto del bene, nonostante nessuno possa garantire
sulla loro moralità, onestà, sulla loro fedina penale. Ma nonostante
tutto il “santo” bambino convince i genitori recalcitranti ad accettare
l’affidamento dei due ragazzi. Che ovviamente, per restare nel cliché,
dopo una fuga dal Cpt arrivano a Brescia, nella grande, comoda, lussuosa, tiepida
casa dell’imprenditore, dove nottetempo rubano un po’ di benessere
(sottoforma di denaro, gioielli, ecc) e fuggono anche da
lì, verso un destino, evidentemente secondo Giordana, che in un modo o
nell’altro è loro più congeniale in quanto stranieri, diversi,
altri: sfruttatore lui, puttana lei.
E’ tutto a posto, la nostra coscienza è tranquilla. Sono loro che
rifiutano la mano tesa, non noi che in cambio di quella mano tesa chiediamo il
loro annullamento umano, culturale, sociale. I Cpt non galere per gente che ha
commesso il grave reato di nascere nella parte - e sono tante - sbagliata di questo
mondo. Mondo che va sempre peggio, grazie anche a film come quello di Giordana,
di cui si può dire non tanto che sia razzista, ma disperatamente qualunquista,
che forse è peggio in un Paese come l’Italia dove alla Bossi-Fini
si pensa di contrapporre la legge Turco-Napolitano, gli inventori dei Cpt, i precursori
del concetto securitario di “sicurezza”, ovviamente degli italiani.
Quanti, italiani e migranti, hanno lottato e lottano contro la discriminazione
dei migranti si sentono semplicemente offesi da questo qualunquismo sparso a piene
mani. Giordana è mai entrato in un Cpt? E’ entrato nel Regina Pacis
quando i migranti venivano massacrati da polizia, gestori, coperti da medici che
dovrebbero essere depennati dall’ordine, per i quali Ippocrate è
un illustre sconosciuto? E’ mai entrato in un centro di identificazione,
dove le storie terribili di persone che vengono da Paesi in guerra, torturate,
vengono “esaminate” da una commissione in tre (3) minuti? E’
mai entrato nel carcere di Lecce, un altro centro “di accoglienza”
non dichiarato, dove i kurdi hanno un interprete arabo? Evidentemente no, ma ha
lungamente parlato con quel prete che oggi grazie a chi, al contrario di Giordana,
non ha chiuso gli occhi sulla verità, forse, pagherà solo una parte
delle sue colpe. Oggi che in Italia assistiamo ad una stretta incredibile della
repressione contro chiunque tenti una forma, anche solo simbolica di resistenza
- dagli anarchici leccesi, agli studenti bolognesi - film come quello di Giordana
è sintomo preoccupante di normalizzazione ed auto censura da parte di un
intellettuale con talento che rinuncia al proprio ruolo. Scelta legittima, ma
allora meglio il silenzio, è più decoroso, per noi e per la dignità
di Giordana.