"Il rimorso di un
grande imprenditore".
Dalla conversazione di Eugenio Scalfari
con Leopoldo Pirelli emerge una visione vecchia e paternalista, ma pur sempre
pericolosa, perché è quella sposata dalla nostra sinistra di governo,
che non a caso ha tra i suoi più decisi sostenitori proprio La Repubblica.
Ottobre 1999.
Riproduciamo stralci di un'intervista rilasciata da Leopoldo Pirelli a Eugenio Scalfari, il quale nell'introduzione manifesta tra le altre cose l'alto grado di autonomia della nostra stampa dai poteri forti: "quando c'era in ballo qualche grossa questione io cercavo di conoscere quale fosse la sua posizione prima di prendere partito"!
Con tocco furbescamente malinconico, i due forniscono un quadro oleografico e vecchia maniera di certo capitalismo nostrano (quello dei Pirelli, degli Olivetti, ecc.), che vorrebbe coniugare i principi etici con la logica del profitto e l'efficienza aziendale. E' una visione alquanto trita, nutrita di paternalismo e buon cuore, che certi padroni e i loro prezzolati estimatori non si stancano mai di proporci. Ma in caso di insanabile conflitto tra etica e profitto? Quest'ultimo ha sempre la precedenza, come essi stessi ammettono.
Il capitalismo appare loro come una forza ineluttabile, anche se oggi rispetto a trenta o quarant'anni fa sempre più impersonale, che trascina nel suo vortice gli imprenditori stessi, forza alla quale però è insensato opporsi: insomma ancora una volta, se non il migliore dei mondi possibili, l'unico o il meno peggio.
Per i padri-padroni alla Leopoldo Pirelli, burberi ma comprensivi verso "i dipendenti tutti, come esseri umani", è inconcepibile e incomprensibile la ribellione operaia, ma comunque la temono. E allora è importante per loro "un rapporto aperto e umano con tutte le diverse parti associate", dagli azionisti, agli altri industriali, al sindacato, che si può sempre manovrare (se si vuole ottenere qualcosa "bisogna fare in modo che esca da un loro cassetto") e che "ha fatto molti passi avanti sul piano della modernità, con una visione più globale e meno classista dei problemi".
Benché vecchia questa visione è pur sempre pericolosa, perché è quella sposata dalla nostra sinistra di governo, che non a caso ha tra i suoi più decisi sostenitori proprio La Repubblica.
(...) Quando c'era
in ballo qualche grossa e controversa questione, non soltanto economica ma anche
sociale e perfino politica, io cercavo di conoscere quale fosse la sua posizione
prima di prender partito: mi serviva di riscontro perché Leopoldo in
qualche modo interpretava l' anima d'una borghesia imprenditoriale laboriosa,
innovatrice, liberale, priva di pregiudizi e portatrice anche di una forte carica
sociale che per i giornali che ho fatto e diretto è sempre stata un punto
di riferimento morale, politico e anche editoriale.
Quanto a lui, sovente è capitato che mi raccontasse qualcuna delle difficoltà
che incontrava o delle idiosincrasie che avvertiva verso personaggi del suo
mondo che, secondo lui, trasgredivano all'etica imprenditoriale. E più
d'una volta abbiamo perorato insieme cause comuni che ci sembravano meritevoli
per il bene del Paese anche se apparivano impopolari ai tanti demagoghi che
di tempo in tempo infestano le nostre contrade.
Tutti e due insomma appartenevamo (lui dice: "meno attivamente di te")
a quel filone che si definì dei liberali di sinistra di cui Il Mondo
fu l'incubatrice intellettuale, Ugo La Malfa il rappresentante politico e la
borghesia imprenditrice avrebbe dovuto costituire il punto di raccolta e il
motore di avviamento. Purtroppo questo terzo elemento mancò quasi del
tutto. Leopoldo Pirelli fu spesso isolato nel suo mondo ed era troppo gentiluomo
per farne un caso. (...).
SCALFARI. E tu non ti ci ritrovi (nella società odierna in cui "è cambiato il modo di fare impresa")?
PIRELLI. Diciamo
che mi ci ritrovo poco. Con questo non faccio nessuna critica a chi fa l' imprenditore
in modo diverso sempreché siano salvi, come di fatto avviene da noi in
Pirelli, quei principi etici che io ho sempre cercato di rispettare. Sono cambiate
molte cose. Oggi - come nel passato - l'amministratore riceve il mandato di
gestire dai suoi azionisti: ma io ho sempre pensato che quel mandato comportasse
responsabilità verso un mondo molto più ampio, e cioè verso
tutte le parti associate. Intendo dire i dipendenti tutti, come esseri umani;
intendo dire i collaboratori, in particolare cercando di penetrarne la personalità,
di non ignorarne i problemi, anche quelli che avevano fuori dal lavoro; intendo
dire i clienti, "nos vrais patrons", come François Michelin
li chiama nel suo libro, perché dalle loro scelte dipende il successo
della nostra impresa; oppure quei clienti a cui qualche volta devi chiedere
di capire i tuoi problemi, come mi successe in un lontano colloquio col giovane
Giovanni Agnelli, e lui accettò il mio ragionamento che tirare troppo
sui prezzi può costringere il fornitore a tagliare le spese di ricerca
con un conseguente peggioramento della qualità dei prodotti; intendo
riferirmi ai partners delle tue produzioni, tanto più quando il lavoro
indotto rappresenta una parte importante del mondo che orbita intorno all'azienda
che dirigi. Intendo anche riferirmi al rapporto privilegiato con la città
di origine, ma anche con tutte quelle molte località dove si è
andati, in Italia e nel mondo, a costruire degli stabilimenti.
Un rapporto con tutte le diverse parti associate, che cercava di essere aperto
e umano, naturalmente nei limiti della compatibilità con l'efficienza
aziendale. Capisci che cosa voglio dire?. (...)
SCALFARI. (...) In un giornale, (...) anche se le dimensioni sono cambiate, i giornalisti sono centinaia e centinaia i collaboratori, tuttavia la sostanza e la natura quasi artigianale del lavoro non è molto cambiata. Nell'industria invece che cosa è cambiato?
PIRELLI. Molto. Le dimensioni dei gruppi, la tecnologia, il rapporto con il lavoro. La natura del capitale. I parametri che misurano l'efficienza. Adesso si chiamano Eva. Il nome è gentile, se vuoi è quasi seduttivo: Eva, invece è la sigla di un parametro necessario ma abbastanza spietato.
SCALFARI. Che significa Eva?
PIRELLI. Economic value-added. Valore economico aggiunto. Il compito primario dell'imprenditore di oggi è di produrre il maggior valore aggiunto possibile. La concorrenza sfrenata, ormai globale, porta a concentrare gli investimenti per aumentare il prodotto pro capite anziché per estendere la base produttiva, a inseguire l'aumento di produttività a preferenza di ogni altra alternativa. Aggiungi che in una grande azienda quotata in Borsa il capitale è diffuso tra i risparmiatori, i fondi, le banche. Chi sono gli azionisti? L'imprenditore non lo sa. Sa soltanto che sarà giudicato in base a Eva. In più deve decidere in fretta e ogni giorno.
SCALFARI. Stai descrivendo un personaggio che sembra condannato ai lavori forzati.
PIRELLI. Non dico questo, le sue pause di relax le ha come le avevamo noi. Dico che il suo mondo corre il rischio di essere fatto più di parametri che di facce e di anime. Non è colpa di nessuno, ma temo che sarà sempre più così.
SCALFARI. Non è un bene che sia così?
Leopoldo Pirelli si stringe nelle spalle e non risponde... (...)
SCALFARI. (...) Nel Sessantotto eri già in sella.
PIRELLI. Sì, la responsabilità dell'azienda era già da dieci anni sulle nostre spalle: dico nostre spalle perché la direzione era formata da quattro persone: Gigi Rossari, Franco Brambilla, Emanuele Dubini e il sottoscritto che, gradualmente, essi fecero emergere come numero uno. Ma tornando al Sessantotto, per me quelli furono mesi difficili. Ricordi le manifestazioni, i cartelli, gli slogans: Agnelli Pirelli ladri gemelli.
SCALFARI. Come la prendesti?
PIRELLI. Come un "basso" negli alti e bassi di una vita di lavoro. In Confindustria ero considerato un acceso riformista ma sulle piazze quelle distinzioni erano saltate.
SCALFARI. Tu avevi già preparato un programma sugli orari di lavoro alla Pirelli che per quei tempi sembrò rivoluzionario.
PIRELLI. Era molto avanzato, sì: quaranta ora invece delle quarantasei in vigore, stesso salario, cinque giorni di lavoro alla settimana con turni anche di sabato e di domenica. Ciò che si perdeva con l'orario ridotto si riguadagnava facendo lavorare maggiormente gli impianti. Naturalmente la condizione preliminare era un'economia in espansione, altrimenti sarebbe stato impossibile.
SCALFARI. Come fu accolto dai sindacati?
PIRELLI. Male: il progetto fu respinto. Non ho capito a tempo che per farlo decollare, bisognava fare in modo che uscisse da un loro cassetto.
SCALFARI. Pensi che l'ipotesi attuale dell'orario di trentacinque ore sia insopportabile per le imprese?
PIRELLI. Credo sia una questione di organizzazione del lavoro: connettere l'orario ridotto con una maggiore flessibilità ed esaminarne l'attuazione contrattualmente azienda per azienda.
SCALFARI. Quale ricordo hai dei capi sindacali di allora?
PIRELLI. Ho sempre considerato la Cgil e chi l'ha guidata, Di Vittorio, Lama, Trentin e ora Cofferati, come gente seria e affidabile. Le trattative erano dure, difficili ma quando si arrivava ad una soluzione non hanno mai mancato alla parola data. Aggiungo che il sindacato ha fatto molti passi avanti sul piano della modernità, con una visione più globale e meno classista dei problemi.
SCALFARI. Poi ci fu, mi pare nel '69, un'altra riforma che ha preso il tuo nome: la riforma dello statuto della Confindustria.
PIRELLI. Sì, la Commissione Pirelli. Fino a quel momento in Confindustria tutto veniva deciso da sei o sette persone, rappresentanti delle imprese che pagavano il grosso dei contributi associativi. Ad un certo punto Angelo Costa che presiedeva la Confederazione e che era un grande personaggio capì la necessità di mutamenti. Io gli avevo da tempo esposto le mie idee e lui mi affidò il compito di presiedere la commissione di riforma. La struttura organizzativa tuttora operante viene, almeno nelle sue linee fondamentali, dal lavoro di quella Commissione. Si voleva, e si è ottenuta, un'organizzazione più democratica, che accogliesse anche le posizioni della piccola e media industria e dei giovani.
SCALFARI. Sei anche tu un passionario della flessibilità?
PIRELLI. Passionario no, è una definizione che non mi si addice, ma certo è meglio un'occupazione sia pure parziale, quale ne sia la forma contrattuale, che la disoccupazione. Gli Stati Uniti hanno capovolto positivamente il mercato del lavoro adottando una flessibilità massima. In Europa questo non è avvenuto ma qualche cosa si sta muovendo. D'altronde la flessibilità considerata in senso lato è un fenomeno che non tocca solo il mondo del lavoro: le famiglie diventano un'istituzione sempre più evanescente, le radici e le culture si fanno sempre più fragili, la composizione stessa delle popolazioni va mutando a causa dei movimenti migratori. (...)
SCALFARI. Mi dici qual è stato il tuo maggior rammarico?
PIRELLI. Credo d'aver lavorato con coscienza, con qualche buon risultato ma facendo anche errori; senza portarne rimorsi però, perché credo di aver agito sempre in buona fede. O meglio, un rimorso c'è. Riguarda il periodo di Tangentopoli.
SCALFARI. Mi sorprendi.
PIRELLI. E perché? Tu sai che alcuni imprenditori hanno sostenuto di essere stati in qualche modo costretti a pagare partiti, uomini politici, pubblici amministratori, altrimenti le aziende non avrebbero potuto lavorare. Hanno sostenuto cioè d'esser stati vittime di una concussione generalizzata.
SCALFARI. Non è stato così?
PIRELLI. No, non è stato così. Concussi sono stati i piccoli imprenditori costretti ad allungare il milione o i dieci milioni al vigile urbano o al finanziere o all'assessore per ottenere una licenza o un favore fiscale. Ma non le maggiori imprese del Paese. Se una decina di grandi aziende avessero insieme denunciato la corruzione che era diventata sistema, nessuno avrebbe potuto impedircelo e schiacciarci, tutti insieme eravamo forti a sufficienza per schiacciare quel malcostume.
SCALFARI. Come mai non è avvenuto? L'hai proposto agli altri tuoi colleghi?
PIRELLI. No, è per questo che sento rimorso. Poi è arrivata la magistratura. Nonostante errori e interventi a volte discutibili, io penso che il giudizio storico sul comportamento della magistratura sarà positivo.