Democrazia e partecipazione
nel PRC.
Una
riflessione a partire dall'Intervento
di Andrea Vigni. Di Meri
Rampazzo, segretaria del Circolo K.Marx, Padova. Dicembre 2000.
Se osi dire che
all'interno del partito la democrazia e la partecipazione sono altamente virtuali
susciti a seconda dei casi e dell'umore del momento 1) risatina di sufficienza
2) bonaria reprimenda 3) accusa di frazionismo 4) scandalo. Oltre ogni analisi
già questo la dice lunga sulle istruzioni ricevute dai segretari di federazione.
Pratica quotidiana è il muro di gomma contro qualsiasi provocazione:
domande, critiche, proposte non rientranti nei progetti della segreteria. Il
militante deve essere pronto a sacrificare il suo tempo per le operazioni di
routine e deve limitarsi a esprimere le sue opinioni all'interno delle istanze
preposte a tal scopo. E se le istanze del partito (circoli, collegi di garanzia,
cpf) sono solo nomi e numeri sulla carta questo non ha alcuna rilevanza. Ciò
che conta è ciò che si vede, non ciò che è. Se organizzi
un dibattito in città e la sala resta mezza vuota mentre il mezzo pieno
è formato dai soliti compagni è comunque un successo, l'importante
è che sia uscito un articolo sul quotidiano locale e che la lista delle
iniziative della federazione si sia arricchita di una voce in più. Se
devi intervenire su una tematica del partito è sufficiente stampare un
quintale di volantini, disperderne un decimo per le strade della città
e accatastare il rimanente in sede. Se cerchi di pianificare un programma culturale
di lungo respiro c'è sempre un'emergenza da affrontare prima e le emergenze
non finiscono mai.
Questo stato di cose a livello di segreteria, non migliora se guardiamo il comportamento
di tanti militanti. Uno fra tutti: se cominci a lavorare nel territorio aprendoti
alla realtà viva dei cittadini facendo qualcosa di pratico, non si sa
come, né si capisce perché, i militanti si tirano indietro e non
hanno più tempo. Così c'è chi lavora più di quanto
potrebbe e chi amenamente si trastulla in riunioni senza costrutto o limita
il suo lavoro pratico all'attacchinaggio. Certamente questo tipo di partecipazione
è meno impegnativo sul piano personale e quindi più comodo. Un
altro spaccato di questa situazione è visibile molto bene seguendo la
pagina delle lettere su Liberazione (tagli - censure - titoletto specifico "polemiche"):
il giornale spaccia come "polemica" qualsiasi intervento che non sia
autogratificante agli occhi dei compagni e dei lettori o non sia in linea con
le decisioni assunte dalla direzione nazionale.
Questa in sintesi è la mia piccola esperienza di iscritta e segretaria
di circolo.
Il fatto che alcuni compagni insistano sul tema della democrazia interna al
partito non è una questione di sterili polemiche - io condivido pienamente
Andrea Vigni quando afferma: "Del resto sono anche convinto che lotta politica
rivoluzionaria nella società (e nelle istituzioni che ne sono la sovrastruttura),
e lotta contro ogni involuzione burocratica e autoritaria del partito vanno
di pari passo".
Ritengo infatti ridicolo prospettare ai nostri elettori programmi per la trasformazione
della società quando all'interno del partito non si sperimentano e non
si attuano scambi fecondi tra le parti. Ogni innovazione passa necessariamente
attraverso il confronto e lo scambio anche di posizioni antitetiche. Nessun
bambino nuovo senza contatto, ma solo conventi e monasteri di vecchi in religiosa
preghiera.
Un punto importante da discutere nella lettera di Andrea Vigni mi sembra la
ricerca di un nuovo
metodo:
1 - Le mozioni omnicomprensive e precostituite sono sostituite da documenti
monotematici (contributi teorici, strategici, politici, organizzativi, di genere,
lavoro, ambiente, etc.) presentati alla valutazione delle assemblee congressuali,
nelle quali riceveranno un certo numero di adesioni.
2 - La formazione
dei direttivi e dei comitati politici viene fatta proporzionalmente al numero
di adesioni ricevute dai singoli documenti (cui sono evidentemente collegati
i compagni promotori), rapportato all'intero ammontare dei voti espressi, data
la facoltà di aderire ad un numero illimitato di documenti. Il voto contrario
si identifica a questo punto con il non voto e viceversa.
Questo sistema mi sembra estremamente interessante poiché con esso i
compagni potrebbero presentarsi alle varie candidature secondo le proprie competenze
effettive e i delegati potrebbero decidere le loro preferenze in base a indicazioni
precise di percorsi pratici ed effettuabili, con la conseguenza naturale che
i comitati politici federali si comporrebbero sulla base di competenze reali
da mettere subito in campo nelle commissioni di lavoro, nelle candidature per
le istanze del partito e per le elezioni.
Insomma come dire che con il metodo attuale abbiamo tra i responsabili compagni
factotum che alla fine non fanno un facniente - mentre si potrebbero avere squadre
composite di compagni facqualcosa che insieme factotum.
Altro interessante appunto di Vigni riguarda la pratica delle mozioni di maggioranza
e minoranza. Questa pratica è apparsa in tutta la sua vuota funzionalità
proprio durante il convegno dedicato alle donne comuniste. L'impressione che
se ne è ricavata è disarmante: il documento della minoranza sembrava
stato scritto giusto per dovere di prassi che per effettiva espressione di una
linea diversa e concorrente. Insomma un rituale senza spessore e rilevanza politica,
celebrato all'ultimo momento. Vigni si domanda "quante donne hanno partecipato
alla stesura dei documenti?", io mi domando invece con preoccupazione:
"quanto hanno inciso nella vita politica del partito le pur rilevanti considerazioni
emerse durante il convegno? (es: paradigma di genere nella valutazione dei grandi
temi, qualità delle relazioni all'interno del partito)". Stessa
domanda si potrebbe fare intorno al precedente convegno sulle questioni organizzative,
in cui finalmente si era respirata una esigenza di rinnovamento delle regole
e degli entusiasmi. Sembra quasi che esista una profonda frattura tra le locuzioni
teoriche del partito quando interroga se stesso e la realtà dei fatti,
una incapacità (o non volontà) endemica nel trasferire l'analisi
(e le sue conseguenze) dal piano teorico alla prassi locale.
In base a questa considerazione e pensando al "come fare" per rompere
quel muro di gomma che tanto ci impedisce di crescere (uscire dal tono della
polemica che ci viene affibbiato e conquistare l'ascolto) ritengo che sarebbe
opportuno andare a rivedere alcuni passaggi dei documenti emersi nei due convegni
citati, per verificare se esistono proposte e elementi positivi che possano
avvalorare e rafforzare una diffusa azione politica per la democrazia e la partecipazione,
sia tra i militanti del partito, sia tra i compagni della base che oggi non
hanno alcuno strumento per intervenire.