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CARLO
DEL BUONO:
Allucinogeni, psichedelici enteogeni: come li chiamiamo?
In
questo mio intervento mi riferisco principalmente alle sostanze
psicoattive che vengono definite psicodislettiche in quanto
inducenti modificazioni qualitative dellumore (aggiungerei
anche e della coscienza) e più specificatamente
allucinogene data la forte componente delle modificazioni
percettive che alle prime si aggiungono.
Insomma soprattutto LSD mescalina e psilocibina, per intenderci,
sorvolando su tutta una serie di sostanze, sintetiche e non,
con effetti simili.
Cè tutto un proliferare di nomi (psicotomimetici,
psichedelici, enteogeni, ecc.) e credo che in larga parte
questo dipenda dal fatto che con le sostanze interagiscono
in modo decisivo nel determinare il tipo di esperienza il
SET (caratteristiche di fondo e condizioni attuali dello sperimentatore
- vedi figure 2 e 3) e il SETTING (ambiente in cui si sperimenta).
Questo apparve chiaro fin dai primi studi, anche se la sua
ovvietà è stata continuamente e abbondantemente
misconosciuta, e ci obbliga direi allesigenza di considerare
le sinergie che concorrono a determinare non solo una specifica
esperienza ma anche un percorso di crescita. Tornerò
sul tema delle sinergie; ora desidero solo sottolineare limportanza
del prendersi cura di sé e della ricerca di un ambiente
favorevole - e ciò il più possibile anche prima
e dopo unesperienza, oltre che durante; troppo diffusa
è stata labitudine di delegare in toto alla sostanza
il senso di quello che si andava facendo; il che ha coinciso
col non trovare un senso, e da ciò ha avuto probabilmente
origine luso reiterato (potremmo veramente dire il consumo)
che ha poi come sbocco, se va bene, il suo opposto, il totale
non-uso.
Ma veniamo a un primo nome che si è voluto attribuire
alle sostanze in questione: psicotomimetici (che inducono
uno stato psicotico). E il nome che, se vuole indicare
la generalità delle esperienze, richiede un massimo
grado di sprovvedutezza o di mala fede. Sicuramente se lio
è particolarmente fragile e/o lambiente particolarmente
sfavorevole (vedi figura 4) lo sbocco può essere psicotico
(e un terreno di psicosi latente può provocare una
vera crisi che si protragga nel tempo ben oltre la durata
standard degli effetti della sostanza); ma cè
chi ha voluto ritenere che tale sbocco sia quello che generalmente
si ottiene, senza considerare le circostanze di SET e SETTING
concretamente presenti. Si è arrivati a lavori
di psichiatri anche noti che hanno preteso di studiare lLSD
in ambiente sperimentale, oggettivo,
somministrando la sostanza in un ambulatorio, col soggetto
seduto su una sedia di ferro smaltato e loro silenziosi (per
non interferire!) ad osservare, in camice bianco, le reazioni;
le quali ovviamente sono state di insofferenza e sgradevolezza
e sono state registrate come gli effetti paranoici
dellLSD e portate come dati probanti di una ricerca
scientifica! E stato come colpire in testa con
una spranga qualcuno e poi dirgli con fare professorale e
clinico: Lei soffre di un trauma cranico.
Tiro perciò una riga sul termine psicotomimetici e
passo a considerane un altro, che va per la maggiore: allucinogeni
(che generano allucinazioni); ci si riferisce a modifiche
delle percezioni, comprendendo anche quelle di tipo eidetico
(vivide immagini a occhi chiusi; potremmo usare, perché
no?, anche il termine eidetici ...). La parola allucinazione
dà però alla modifica una connotazione negativa,
di alterazione riguardo a uno stato implicitamente ritenuto
oggettivo, reale. Questo però
contraddice due possibilità.
La prima, che le immagini a occhi chiusi siano particolarmente
significative, costituendo quella coda di pavone
in cui sono incastonate le gemme che Huxley (1) ritiene costituiscano
gli antipodi della mente, gli Altri Mondi. Per questo grande
scrittore la visione delle gemme costituisce un primo fondamentale
livello che precede quello più significativo del manifestarsi
di una luce indifferenziata, al di là delle forme e
dei colori che vengono trascesi se si evita attaccamento o
rifiuto nei loro confronti. Viene in mente la Cintura di Diamante
del Mandala che Tucci (2) ci dice formata prevalentemente
di lapislazzuli e che è la prima realtà che
incontriamo subito dopo la periferia della Cintura di Fuoco.
La Cintura di Diamante è perciò allinizio
della costruzione del Mandala, ma ha già in sé
una grande forza anticipatrice che prefigura i livelli supremi
della coscienza.
La seconda, che a occhi (e altri sensi) aperti si possano
aprire le porte della percezione, creando perciò
un contatto più profondo con una realtà che
lo stato ordinario di coscienza ha appiattito. Non penso che
tale favorevole esito sia meccanicamente garantito
dalle sostanze in questione. Cè a mio avviso
la necessità che il SET sia predisposto, cioè
capace di una innocente attenzione, ben diversa dal controllo
e dalla distrazione, che eviti di proiettare un disordine
e unincongruenza interni sulla ricchezza di stimoli
e di dati che bussano alla porta; in caso contrario si apre
la via a vere e proprie allucinazioni.
Ancor più delicato è il discorso sul termine
che ancora va per la maggiore: psichedelici ( che rivelano
la psiche - in senso più ampio che dilatano
la coscienza).
In effetti la parola psiche si confà bene alla sede
di tutta una serie di modifiche che certe sostanze possono
provocare; da quelle del livello immaginativo a quelle del
livello analitico e simbolico, utilizzando lo schema di Houston
e Masters (vedi figura 1). Ma se la dilatazione della coscienza
può essere portata fino alle ultime conseguenze (e
in fondo è di un termine che comprenda questa possibilità
che io sono alla ricerca), allora sorge un dubbio: che la
psiche (e il suo correlato somatico, il cervello) non siano
più termini adeguati in quanto, rispetto alle potenzialità
della coscienza essi potrebbero esercitare, come ritiene fra
gli altri Bergson, una funzione di valvola riduttiva,
che integra alla realtà ordinaria, anziché
essere la realtà primaria della coscienza stessa. Nellambito
della suddivisione di Houston e Masters è dubbio che
sia la psiche la sede del livello integrale, che sia insomma
accettabile la identificazione fra psiche e coscienza.
Forse condividendo questa obiezione, o quanto meno per specificare
meglio certe potenzialità, si è coniato il termine
enteogeni (che generano il divino che è in noi).
(Tralascio di considerare per esteso il termine misticomimetici,
poco utilizzabile quanto meno per la sua ridondanza e poi
perché, a parte la limitante definizione di mistico
- Guenon ha scritto un libro per differenziare lesperienza
mistica da quella iniziatica (3) - la parola mimetico
dà unidea di una parodia della vera
esperienza mistica, che solo in altri modi naturali
sarebbe raggiungibile, il che apre un discorso cui preferisco
accennare più avanti).
Enteogeni dunque. Non mi convince neanche questo.
Cè intanto il suffisso geni: dato
che ci si riferisce a stati superiori, divini appunto, di
coscienza, non mi sembra appropriato, verificato che tali
dimensioni sono preesistenti a quelle ordinarie e perciò,
più che essere generati, possono essere
rivelati (suffisso delici) o resi
manifesti (suffisso fanici).
Ma è soprattutto il termine divino che
va considerato. Ricordo alcune importanti riflessioni apparse
sulleditoriale di NAUTILUS che presentava il numero
2 di ALTROVE; si riproponeva la differenziazione
guenoniana fra via iniziatica e via mistica, considerando
la seconda come una alienante abdicazione alla propria autonomia.
Il buddismo stesso (e non è poco) evita accuratamente
di nominare Dio e il termine divino; cè
unultima realtà che è il vuoto,
mentre il divino è una realtà non
ultima perché ancora oggettiva e riferendosi
a lei con richieste e riti si corre il rischio di impedire
la piena espansione della consapevolezza, cioè il fatto
squisitamente individuale del risveglio (che poi va diffuso
e condiviso, tramite il voto del bodhisattva che si reincarna
fino a che lultimo essere vivente si è illuminato).
Si tratta di una posizione che rinuncia a considerare il Dio
immanente (lIsvara induista) per accogliere solo lipotesi
del Dio trascendente; che in effetti in tutte le tradizioni
esoteriche non ha nome e può essere definito solo per
negazione (anche per gli Indiani dAmerica, oltre il
Grande Spirito, cè il Grande Mistero).
Esiste sicuramente il problema di sapere se le sostanze di
cui discutiamo (in certe situazioni privilegiate di SET e
SETTING, meglio esprimere il più possibile questovvio
inciso) permettano o no di giungere alle ultime verità.
Secondo alcuni studiosi (4), nella tradizione cabalistica
luso degli psichedelici può essere daiuto
fino a un limite (corrispondente allapertura del 6°
centro) e non oltre il tentativo di aprire il 7° esporrebbe
a gravi rischi. Ram Dass (5) è dellavviso che
quando la consapevolezza si apre con laiuto di sostanze
chimiche ci si trova a valutare livelli molto delicati e sottili.
Non si può però escludere di poter spingersi
verso esperienze estremamente rarefatte e informali, a cui
poco si confà il termine divino; il resoconto
di Nesher Sullisola, apparso sul n°
2 di Eleusis, mi sembra possa esserne un esempio.
Rispetto a tutta la questione una chiave interpretativa che
a mio avviso va valorizzata è quella che, nel considerare
la componente SET, tiene conto della tipologia psicologica
ipotizzata da Jung (6). Per il tipo estroverso è irresistibile
la tendenza a voler concretizzare la verità in un dato
oggettivo che dà spiegazione e senso alle cose; se
ci si riferisce a tutte le cose, al mondo, chi
dà senso è allora un Dio creatore a cui ri-legarsi:
è consono a chi vive questa istanza la parola stessa
religione. Per il tipo introverso non è
tanto importante che ci sia una verità quanto che lui
stesso ne sia consapevole; perciò è alla massima
espansione della propria consapevolezza che egli aspira.
Per lestroverso è essenziale cambiare il mondo
(in accordo col volere di Dio, se listanza è
anche religiosa), per lintroverso è essenziale
decondizionarsi dal mondo, non dipendere dai limiti che il
mondo impone. Mi sembra questa la radice che differenzia cristianesimo
e buddhismo, anche se è da tener presente che compito
del tipo estroverso è, nel realizzare se stesso, di
introflettersi (il che permette a molti mistici cristiani
di raggiungere alte vette di introspezione estatica - vedi
San Giovanni della Croce), mentre compito del tipo introverso
è, nella misura maggiore possibile, di estroflettersi
(e allora il bodhisatva che giunge alle soglie del decondizionamento
supremo, al nirvana, torna indietro compassionevole per aiutare
tutti gli altri esseri a raggiungere il medesimo scopo).
Concludendo, enteogeni, oltre a un suffisso che appare improprio,
ha una prima parte che soffre di parzialità.Un termine
più neutro rispetto alla tipologia psicologica dello
sperimentatore e comprensivo di varie possibilità conoscitive
intermedie potrebbe essere vidia (dal sanscrito: conoscenza,
conoscenza della realtà - contrapposta ad avidia, ignoranza)
seguito da fanico (che mostra, manifesta) o da delico (che
rivela).
Anche per evitare laccostamento del sanscrito al greco,
si potrebbe della prima lingua usare (tralasciando alezeia,
verità - da cui alezeiadelici, un po lunghetto)
il termine keneov, spazio vuoto, il vuoto, da cui keneodelici
o keneofanici, o anche keneogeni se ci si riferisce al basilare
effetto dellondata chimica che poi permette di giungere
a vari livelli, fra cui quello keneofanico, quando ci si rende
aperti alla percezione di uno spazio vuoto onnipervadente
e non generato. (vedi figura 1).
Più spazio: dilatazione della coscienza (apertura di
sinapsi, nuovi circuiti disponibili) - più consapevolezza,
spostamento di energia dallidentificazine coi contenuti
(pensieri, emozioni, percezioni) al contatto col contenitore
accogliente di una consapevolezza che non detta condizioni.
Misuriamo la nostra disponibilità ad uscire dallo stato
ordinario - la nostra disponibilità a una fase in cui
non cè niente da fare, solo semplicemente accogliere.
Allora contenuti sacrificati possono affacciarsi e chiarificarsi,
con la capacità di cogliere collegamenti, di farne
di nuovi. Però è anche possibile aprirsi allapertura
stessa del contenitore e scoprire che la consapevolezza in
sé è una realtà, è la realtà,
pura coscienza, che trascende le capacità cerebrali.
Entrando in questa dimensione lo stato modificato è
di tale pregnanza che può facilmente spingerci a un
errore molto comprensibile: quello di ritenere che quanto
raggiunto sia lo stato transpersonale, mentre è possibile
(e necessario, se la propria ricerca è esigente) una
discriminazione di svariati livelli. A questo riguardo Tart
ci presenta varie scale (7); di grande interesse ho trovato
la descrizione degli stati di coscienza che il Buddha attraversò
prima di giungere al Risveglio, nella prima parte del bel
libro di Thich Nhat Hank (8); nella tradizione cristiana è
San Giovanni della Croce a indicarci specifiche stazioni intermedie
dellascesi estatica (9).
Ma è il momento di dire qualcosa sulle sinergie; parlare
di vari nomi ha poco senso se non ci si spinge quanto meno
ad impostare un discorso sulle condizioni concomitanti che
spingono a far sì che un nome sia più appropriato
di un altro per definire unesperienza.
Ho già premesso genericamente lesigenza del prendersi
cura di sé.
Come è attrezzato il SET che approccia la sperimentazione?
Di che entità è la zavorra nevrotica che si
porta dietro?
E il suo io sufficientemente forte ed elastico? (a tale
riguardo una buona e, in lingua italiana, purtroppo abbastanza
isolata elaborazione rimane quella apparsa in Psichiatria
dinamica) (10).
Quali pratiche mentali che lo abbiano allenato allaccoglienza
consapevole ha coltivato?
Quali concezioni generali è giunto a ipotizzare?
Cosa sa?
Cosa sa di non sapere?
E ancora: come si alimenta in genere e in particolare in prossimità
dellesperienza?
Vengono fuori già tre fattori dei quali è difficile
pensare di potersi disinteressare totalmente: psicoterapia,
meditazione, alimentazione. E ovviamente non sono gli unici
possibili.
Nelle sinergie sta anche la chiave per affrontare proficuamente
non solo lesperienza, ma anche e soprattutto ciò
che segue lesperienza; vale a dire la sua integrazione.
Scrivevo nellarticolo su Percorsi psichedelici già
citato che non esiste unesperienza psichedelica,
ma esiste ciò che noi integriamo di essa. Era
la sintesi di ciò che negli anni 60 ero arrivato
a ritenere, anche grazie allinsegnamento di Emilio Servadio
(11). Di tempo ne è passato, ma ho avuto solo conferme.
Se lio si destruttura e si attinge a una realtà
transpersonale cè il problema di rientrare in
contatto col quotidiano, a effetti chimici finiti, come
se lesperienza fosse avvenuta, anziché
come se non fosse avvenuta. Nel quotidiano lio
si re-identifica, ma è possibile mantenere leventuale
apertura keneodelica - e uno strumento sinergico fondamentale
può rivelarsi un tipo appropriato di meditazione -
o continuare il lavoro iniziato nella dimensione psichedelica
che ha fatto emergere contenuti e aspetti che ora vanno saldati
alla coscienza - tramite riascolto di nastri, introspezione,
confronto, sedute psicoterapeutiche, ecc.
Desidero chiarire che parlando di sinergie privilegio una
prassi che per lo più non mescola varie componenti
nella contemporaneità di unesperienza. Sono dellidea
ad esempio che convenga attribuire alla psicoterapia il compito
indipendente di prendersi cura degli arretrati,
mentre a meditazione e keneodelici spetta la ricerca degli
stati modificati di coscienza e la creazione di contesti di
tipo sacramentale.
Il segnale che si va nella direzione dellintegrazione
in genere lo dà il fatto di prendersi tempo, molto
tempo fra unesperienza e laltra. Certo, non possono
fissarsi regole, ma luso reiterato è sempre un
segnale sospetto di disinteresse allintegrazione; di
voler andare con la mano pesante, dimostrando attaccamento
nei confronti delle sostanze (non parliamo però, oltre
che di assuefazione fisiologica, che è già esclusa
in partenza, neppure di assuefazione psicologica, che non
vuol dire pressoché nulla), nella direzione opposta
alla consapevolezza, che accoglie anziché cercare di
afferrare.
Penso ci si debba arrendere al paradosso che le cose ci sono
veramente utili quando possiamo farne a meno; solo allora
la mano ha la giusta presa, la spada non ci sfugge per eccesso
di tensione o di mollezza e il processo di disidentificazione
ci permette un gioco sinergico arioso e produttivo. Confortano
questo orientamento le parole che Neem Karoli Baba (Maharaji,
Maestro di Ram Dass) espresse alla domanda sullopportunità
di prendere LSD: Se ti trovi in un posto tranquillo
e sei solo e senti dentro di te una gran pace e la tua mente
è rivolta a Dio, potrebbe essere utile.
E veniamo alla necessità di prendersi cura del SETTING.
Ho accettato le ultime parole del sottotitolo, dato a questa
conferenza sul Come li chiamiamo?, che suona Quali
nomi e quali sinergie per i sacramenti del duemila,
per due motivi : che si concedono mille anni di tempo (se
va proprio male) a queste sostanze per, diciamo così,
affermarsi come sacramenti; e poi per il fatto che esistono
già oggi alcuni esempi di comunità in cui luso
legale di sostanze vegetali è chiaramente enteogenico
(io direi enteodelico)-sacramentale. Riguardo a una di esse,
una comunità del Gabon, abbiamo la fortuna di poter
conoscere i resoconti (12) di un italiano, Giorgio Samorini,
uno dei pochissimi che in quella zona è stato iniziato
alla religione Buiti tramite una cerimonia centrata sullassunzione
delliboga.
Perciò luso sacramentale non è solo un
lontano ricordo, e in più ci concediamo vari secoli
per poterlo fare riconoscere ed espandere.
Ma, e sottolineo ma, nel nostro contesto occidentale quali
sono i SETTING consoni alluso sacramentale? Quali religioni
coltivano ancora lobbiettivo, o almeno la speranza,
di promuovere unesperienza diretta del divino?
Chi sa cosa è un sacramento e come lo si somministra?
E, ammesso che qualcuno sappia, è possibile sviluppare
una tale prospettiva lavorando nella clandestinità?
Contro il proibizionismo si sollevano giustificatissime critiche,
ma non ci sono ancora delle idee chiare su cosa debba significare
e attraverso quali tappe raggiungere la liberalizzazione.
In un recente incontro della SISSC ipotizzavo una decisione
fantapolitica che concedesse ai medici la possibilità
di prescrivere qualsiasi tipo di sostanze sintetiche. Mi si
è obbiettato lovvio: che la classe medica è
impreparata, chiusa, non degna di un simile potere.
Eppure ben altri compromessi si dovranno accettare per aprire
spiragli nella soffocante situazione attuale; e larea
del compromesso è concretamente proprio quella della
terapia e della ricerca in campo medico e psicoterapeutico.
Dare la possibilità a quella percentuale di medici
aperti di prescrivere keneodelici alle persone ritenute preparate
(e ai gruppi che tale persone potrebbero formare) sarebbe
un atto che personalmente non riesco a evitare di considerare
rivoluzionario; infatti esula attualmente dallambito
del possibile.
Il problema del SETTING sacramentale apre poi il rilevante
problema del modellaggio dellesperienza, della possibilità
che esso sia rigido o flessibile, della possibilità
che esso apra orizzonti angusti o spaziosi, eccetera - tutte
cose su cui spero che nei prossimi secoli potremo iniziare
a discutere seriamente.
Unultima cosa prima di concludere. Questa cavalcata
attraverso i nomi forse ha un traguardo, che è quello
di uscire dai nomi, protesi sinergicamente a spingere lo sguardo
sulla realtà che viene dopo, o meglio prima, dei nomi.
Cè un primo compito, che è andare oltre
lattribuzione meramente convenzionale e trovare per
le cose i nomi che siano veramente appropriati, avendo essi
in sé la qualità, lessenza delle cose
cui si riferiscono (e in ciò è forse indispensabile
il ricorso alle lingue sacre).
E poi ce nè un secondo: di andare al di là
dei nomi, di attingere alla capacità di non dare nomi
alle cose, di non perdersi nelle differenziazioni e nella
parzialità di oggetti imbalsamati anziché percepiti
nel flusso che li permea.
Allora, se le nostre sostanze possono aiutarci a giungere
fino a questo punto, il nome che potremmo attribuire loro
deve indicare la capacità di aprire la coscienza oltre
i nomi : iperonimi, dunque.
Oppure , per dire meglioi.
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