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pubblicato il 13.11.07
Comunicato sulla sentenza d'appello per i fatti dell11 marzo
·

DEVASTANO le nostre VITE E SACCHEGGIANO il nostro FUTURO

60 anni di carcere per 15 degli antifascisti arrestati l’11 marzo 2006.
Due le assoluzioni per non aver commesso il fatto, una condanna a 4 mesi per porto d’arma impropria.

Questo il risultato del processo d’appello che si è concluso oggi a
Milano dove, in sostanziale continuità con la sentenza di primo grado, viene confermato il reato di devastazione e saccheggio. Un chiaro messaggio a tutti coloro che si erano illusi della possibilità, a due anni dai fatti, di una derubricazione del capo d’imputazione.
La linea tenuta dalla magistratura conferma la volontà di colpire
duramente, attraverso l’utilizzo del concorso morale in devastazione e saccheggio, le manifestazioni di dissenso e scontro di piazza. Così per Genova, così per Torino, e così sarà d’ora in avanti…
Un processo che ha voluto essere fin dall’inizio un processo politico sia nella scelta dei capi di imputazione, che nell’utilizzo indiscriminato della carcerazione preventiva (4 mesi in galera seguiti più 3 mesi di domiciliari e altri di obblighi di firma), e infine nelle motivazioni della sentenza di condanna confermata dalla corte d’appello.
Quell’11 marzo, a seguito dell’autorizzazione a sfilare concessa dalle autorità cittadine ai nazifascisti della Fiamma Tricolore scoppiarono scontri tra gli antifascisti, scesi in piazza per impedire la vergognosa manifestazione, e la polizia.
Agli arresti e alle condanne si è associato il meccanismo di
demonizzazione attraverso i mezzi di informazione, con il consueto
atteggiamento da “sbatti il mostro in prima pagina”, cercando così
d’isolare gli imputati dal tessuto sociale che li circonda e spezzare la solidarietà.
Una solidarietà che va costruita e alimentata per contrapporre la nostra verità a quella processuale e mediatica oggi a Milano come a Genova, altro processo in cui l’accusa chiede condanne esemplari (per un totale di 225 anni di carcere), sempre attraverso l’utilizzo della devastazione e saccheggio.

Le giornate del luglio 2001 sono un pezzo della nostra storia, della nostra memoria, a cui tocca tornare se vogliamo comprendere l’evoluzione e il consolidamento dei disegni repressivi e delle derive securitarie in atto oggi in Italia e non solo. Mai come nel caso di Genova il sistema calò la maschera, mostrandosi in tutta la sua brutalità, con la violenza in divisa che culminò nella mattanza alla scuola Diaz.
Mentre gli artefici e i responsabili dei pestaggi in piazza e delle torture nelle caserme venivano promossi di grado, chi quei giorni era in strada per manifestare si trovava alla sbarra a doversi difendere da accuse pesantissime. L’impunità dei picchiatori in divisa non fu un passo verso l’avvallamento dei disegni di una destra autoritaria che si apprestava a governare l’Italia per 5 anni, seminando paure per poi proporre soluzioni forti, consistenti nell’aumento del controllo sociale ai danni di chi si sceglie di opporsi a un sistema ingiusto, prepotente e autoritario. In
questi sei anni abbiamo visto cambiare radicalmente le nostre città, con
una continua esasperazione del bisogno di sicurezza cavalcato da politici e mass media, che si è tradotto in una crescente militarizzazione del territorio, nella continua criminalizzazione delle diverse forme di dissenso, nell’accanimento contro le fasce più deboli e marginali della popolazione e in un rigurgito di razzismi e autoritarismi. Una prassi reiterata dal governo attuale, e in particolare dai rappresentanti del Partito Democratico.

E’ quindi necessario costruire e organizzare la solidarietà con i 25
compagn imputati a Genova il 17 novembre. E’ la nostra storia che viene messa alla sbarra e dobbiamo quindi costruire intorno alla vicenda processuale un forte momento di risposta e di lotta.
Invitiamo tutti e tutte a riprenderci le strade di Genova per esprimere la massima solidarietà e complicità con i 25 imputati e per rivendicare ad alta voce il nostro rifiuto per una società che sembra assomigliare ogni giorno di più a una prigione.
Mai liberi finchè l’ultimo sarà schiavo!

Libereribelli


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