pubblicato il 25.01.26
S'E' Destra - Antifascismo necessario ·
Comincerò questa breve relazione in modo piuttosto banale, dal titolo: l’antifascismo necessario.
Se siamo qui a ribadire che l’antifascismo è necessario, evidentemente è perché attorno a noi in molti lo considerano inutile, o almeno non necessario.
L’antifascismo, anche a sinistra, è stato considerato una cosa démodé, ingiallita, da consegnare al secolo che abbiamo alle spalle, e questo per due ragioni che ritengo estremamente importanti, e delle quali discutiamo troppo poco.
Prima cosa: l’antifascismo è legato indissolubilmente non solo all’opposizione all’affermarsi dei fascismi del Novecento con i loro orrori, ma anche ad aver creato l’architrave ideologica, il minimo comune denominatore di un’epoca che (almeno qui nell’Occidente a capitalismo avanzato), pensava la democrazia come un vettore di un cambiamento progressista.
Però la feroce guerra contro l’ipotesi di una società egualitaria è stata globale anche se si è manifestata con intensità diverse, e l’abbiamo persa. In Indonesia è stato pianificato e attuato un genocidio dei comunisti, in America Latina con i golpe militari e lo sterminio o l’esilio di due generazioni di militanti, in Italia e in Europa soprattutto con la ristrutturazione economica e le “riforme” che hanno riassorbito le vittorie e le rivolte del lungo Sessantotto, nei paesi postcoloniali con le ricette della Banca Mondiale e il debito.
La guerra l’hanno vinta gli altri e la controrivoluzione ha avuto come corollario in diversi paesi, tra cui l’Italia, un’offensiva ideologica furibonda sugli sconfitti. In Italia si è abbattuta contro il mito della Resistenza e dei partigiani comunisti, contro la “superiorità morale” delle sinistre egualitarie sulle destre. Possiamo dire una guerra culturale ante litteram. Il revisionismo in Italia è stata un fenomeno di massa (“Il Sangue dei Vinti” di Giampaolo Pansa ha venduto 400.000 copie), ed è stato agito dalle colonne del Corriere della Sera: i neo e i postfascisti hanno incassato il lavoro sporco fatto dagli editorialisti liberali. Picconare il monumento civile del gappista con il fazzoletto rosso è servito a minare alla base il mito fondativo delle conquiste democratiche ed egualitarie: prima di tutto la scuola pubblica e l’università di massa, il welfare universale, per sostituirlo con l’individualismo neoliberale e l’ideologia del merito.
La seconda ragione è che l’antifascismo introduce, con un gradiente più basso rispetto alla lotta di classe, una rottura nel corpo sociale in ogni caso significativa, un’irriducibile frattura all’interno della società civile tra quello che è ammissibile e quello che non è ammissibile, tra quello che è possibile e quello che non è possibile. Il famoso cordone sanitario attorno al Movimento Sociale Italiano, o l’idea che alcune idee non siano ammissibili nel dibattito pubblico. Per questo andava spazzato via, ridotto a ideologia “estremista”. E anche qui è evidente che i complici più attivi di questa strategia sono stati non a caso gli esponenti di una socialdemocrazia che aveva imboccato con il fanatismo dei neofiti la strada della Terza Via. L’antifascismo era dunque ancora un elemento di politicizzazione della società quando la politica doveva sparire sostituita dagli automatismi dei tecnici e della tecnologia, ma sappiamo che dietro il governo della tecnica portato avanti dai competenti, si è nascosto un intento politico: i vincenti dovevano mantenere le condizioni ottenuto schiacciando ogni ipotesi socialista, dovevano renderla inimmaginabile.
I fascisti vabbè, è esattamente del 1946 che dicono ripetendo sempre gli stessi discorsi che l’antifascismo è inutile. Leggere “Apologia del fascismo. Passato e presente di un reato politico” (Einaudi), Davide Grippa e Clemente Volpini, da questo punto di vista è stato particolarmente istruttivo.
Ma allora perché l’antifascismo sembra essere tornato di moda? È l’effetto della polarizzazione politica, o meglio della radicalizzazione della destra globale. Dal 2008 a oggi le crisi del capitalismo hanno fatto scattare una sorta di piano B: per mantenere inalterato le strutture del comando, garantire lo status quo e i meccanismi di accumulazione del profitto, il governo dei tecnici e dei competenti non bastava più, serviva riorganizzare la società rafforzando la linea del colore, le gerarchie di classe e anche quelle di genere. Servivano i fascisti insomma.
L’antifascismo è tornato così possiamo dire di moda anche per la sinistra socialdemocratica che aveva compartecipato al governo dei tecnici. Lo vediamo sempre di più in Europa come le cose siano cambiate: dove esiste una maggioranza di fatto con la quale Ursula von der Leyen e prende le decisioni più importanti, e non è più il governo URSULA quello dei competenti, ma una maggioranza costruita con i voti dell’estrema destra.
Ci dobbiamo allora oggi chiedere quindi quale sia l’antifascismo necessario. Ecco io credo che l’antifascismo necessario sia soprattutto il “nostro”, un antifascismo trasformativo, dinamico, internazionalista, radicale che riconosce il vero ruolo del fascismo oggi. Perché altrimenti il rischio è che l’antifascismo si riduca a difendere lo status quo, una specie di età dell’oro della democrazia che non è mai esistita, i trenta gloriosi che sono stati gli effetti di uno straordinario ciclo di lotte e rivoluzioni. Vedete io credo che l’antifascismo non debba essere la “buona educazione degli oppressi” contro gli eccessi, la maleducazione e la volgarità delle destre ma la costruzione di una grammatica dell’alternativa possibile. Ieri gli agenti dell’ICE a Minneapolis durante uno sciopero generale contro le milizie suprematiste di Trump hanno arrestato cento preti e leader religiosi che agivano un blocco, ecco lì dobbiamo guardare: allo sciopero, alla resistenza che parla tante lingue diverse, alla costruzione di leadership che nascono da queste lotte.
Da almeno 15 anni circola questa abusata citazione di Antonio Gramsci:
“Il vecchio mondo sta morendo. Quello nuovo tarda a comparire. E in questo chiaroscuro nascono i mostri”
(nella versione riformulata dall’artista Alfredo Jaar)
“La crisi consiste appunto nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati”
Quello che ci dobbiamo oggi chiedere: siamo fuori dall’Interregno. La crisi di egemonia dell’antifascismo è ormai un fatto? E quindi: siamo dentro una nuova forma di fascismo?
Sono domande che credo vengano naturali di fronte al primo anno del secondo mandato di Trump. Le formalità democratiche sono compatibili con un regime autoritario e fascista? Lo squilibrio di ricchezza che ci riporta a una società di ancien regime ci deve far pensare al fascismo come un sistema oligarchico e castale?
C’è un’ipotesi molto interessante contenuta nel libro di Alberto Toscano “Tardorazzismo” (DeriveApprodi), grazie a una rilettura delle Black Panther e delle resistenze postcoloniali nei territori metropolitani: il fascismo è già una realtà vissuta da ampi settori della popolazione, quelli razzializzati, la nostra è già una società con regimi diversi. E le nostre “democrazie” sono state per lungo tempo possibili garantendo altrove un regime di guerra. Oggi questa logica si sta sempre di più esportando sul fronte interno, e non riguarda più solo i soggetti razzializzati ma prende di mira le opposizioni, il dissenso etc.
Queste indicazioni ci portano a immaginare l’antifascismo come un momento di ricomposizione non tanto ideologica quanto operativa, di una possibile coalizione intersezionale (che abbiamo provato a rappresentare qui al tavolo con i nostri ospiti) per contendere il campo politico, ma anche le strade, all’estrema destra.
Vorrei finire con alcune delle parole con cui Toni Negri terminava la sua autobiografia, che rileggo spesso in queste settimane, per lasciarci con l’ottimismo della ragione oltre che contare su quello della volontà:
“Viva la vita”, è la risposta di chi non ha paura. Tornerà la primavera – ritorna sempre! Il fascismo sembra eterno ed in effetti (pur breve) sembra una troppa lunga pena – ma è fragile, il fascismo. Scontrandosi con la passione del vivere liberi, quanto poco può tenere. La libertà si impone necessariamente contro il fascismo, perché con la libertà staranno le altre passioni politiche forti, come quella per l’eguaglianza e quella per la fraternità. Tornerà la primavera e sarà una vera stagione del nuovo. Perché se il fascismo è sempre uguale, la primavera della libertà è sempre nuova, sempre diversa, sempre piena di doni.
https://sedestra.substack.com/p/antifascismo-necessario
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